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Donne e ricerca: intervista a Valentina Piano, biologa italiana del Max Planck Institut

“Un Urlo ci salverà” arriva anche al Max Planck e nello specifico nelle mani di una brillante biologa italiana. Continuiamo dunque a parlare di donne italiane in Germania, donne che riescono a fare la differenza dovunque si trovino, donne simili alle protagoniste del libro “Un Urlo Ci Salverà – 10 storie da urlo di Italiane in Germania“, realizzato dal Comites di Dortmund, in collaborazione con Donne all’ultimo grido e con la cooperazione del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale.

Il libro ha avuto un grande successo e continua a stimolare un dibattito sulla voce e sul ruolo delle donne nella società. Oggi ad esempio ospitiamo sulle pagine del Mitte una bella intervista di Marilena Rossi, presidente del Comites Dortmund, a Valentina Piano, giovane biologa italiana che lavora presso il Max Planck Institut di Dortmund.

Oltre a eccellere come ricercatrice, Valentina ha anche deciso di occuparsi di parità di genere all’interno del Max Planck, per aiutare le donne a emergere in un contesto, quello accademico, che spesso le discrimina e le penalizza non necessariamente in modo esplicito, ma a livello sistemico. Valentina è determinata a sfondare il “soffitto di vetro” nell’ambito della ricerca. E anche lei è convinta che “Un urlo ci salverà”!


Un Urlo ci salverà

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Parlaci di te. Come sei arrivata in Germania e al Max Planck Institut?

Sono nata a Torino nel 1988, ma ho sempre vissuto con la mia famiglia ad Asti. Nonostante abbia avuto la grande fortuna di crescere in una famiglia “benestante” (ma non direi ricca), sia da parte di mio padre che di mia madre praticamente nessuno ha studiato all’università, nemmeno mia sorella minore.

Questo è un dettaglio importante per sottolineare che i miei genitori non mi hanno “spinta” a studiare, ma hanno semplicemente assecondato le mie passioni. Ad Asti ho frequentato il liceo scientifico. Sono sempre stata una “secchiona”, ma piuttosto “social” come si direbbe adesso, perché oltre a studiare ho sempre fatto sport, avuto molti amici e partecipato ad attività extra-scolastiche, ad esempio scambi inter-culturali (sono stata in Svezia) e corsi di astronomia.

valentina piano max planck
Valentina Piano (Max Planck Institut)

Grazie al liceo, ho avuto l’opportunità di partecipare ad una visita della facoltà di biotecnologie a Torino e fare i primi esperimenti in laboratorio. Ovviamente è stato amore a prima vista! Dopo il liceo, mi sono iscritta alla facoltà di Biotecnologie Mediche all’università di Pavia. Durante la triennale ho partecipato al progetto Erasmus in Danimarca. Mi sono poi iscritta alla laurea magistrale in lingua inglese in Biologia Molecolare, sempre a Pavia.

Durante i 2 anni di master ho lavorato come tesista in un laboratorio di biologia strutturale, che è diventata davvero la mia passione. Infatti sono rimasta nello stesso laboratorio per il mio dottorato. Ho lavorato in progetti legati a proteine che causano sia malattie rare (infatti sono stata sostenuta inizialmente da Telethon), che cancro (dopo il mio dottorato ho fatto 1 anno di post-doc sempre a Pavia sostenuta dall’AIRC).


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Dopo il dottorato, mi sono spostata in Germania per mille motivi, fra cui la stabilità economica e la possibilità di carriera, ma soprattutto perché mi si è presentata l’opportunità di lavorare in uno degli istituti più importanti d’Europa.

Dal 2017 lavoro infatti presso l’Istituto Max Planck di Fisiologia Molecolare di Dortmund. Mi occupo sempre di biologia strutturale e biochimica, e studio i meccanismi che controllano la corretta distribuzione del DNA durante la divisione delle cellule. Sono molto orgogliosa del lavoro che ho fatto insieme ai miei colleghi, e che recentemente è stato pubblicato sulla prestigiosa rivista Science.


Un Urlo ci salverà

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Che cosa vuol dire per una donna lavorare in questo settore? Hai incontrato particolari difficoltà nel corso della tua carriera?

Quello che posso dire è che mi ci è voluto un po’ di tempo per arrivare a toccare quello che in inglese si chiama “the glass ceiling” (il “soffitto di vetro”), cioè a realizzare che ci sono differenze tra uomini e donne nell’ambito lavorativo. Le donne, sia nella mia famiglia che in quella del mio compagno, a partire dalle generazione delle nostre nonne, sono sempre state indipendenti, hanno avuto i loro lavori e hanno coltivato le loro passioni. Anche all’università, nonostante i numeri dicano il contrario, ho frequentato sempre dipartimenti in cui il numero di donne e uomini nella posizione di professori era piuttosto equilibrato, quindi non ho mai pensato che essere una donna sarebbe stato un problema per proseguire la mia carriera.

Invece crescendo mi sono dovuta ricredere. L’accademia è un ambiente estremamente competitivo e aggressivo. E non perché sia un ambiente occupato principalmente da uomini, ma piuttosto perché il numero di posizioni lavorative a lungo termine sono pochissime, ed è molto difficile ottenerle.

Un Urlo ci salverà
Un Urlo ci salverà

Ed è per questo che le donne, me inclusa, sono tentate di lasciar perdere. Pensare di lavorare sotto pressione in un ambiente senza scrupoli e nel frattempo avere una famiglia, prendere una pausa per la maternità e seguire i figli diventano montagne insormontabili. Ed è qui che il divario tra uomini e donne diventa incolmabile. Perché mentre le donne, se vogliono avere figli devono fermarsi – e il tempo è la risorsa più preziosa in accademia – gli uomini no. Loro possono avere una famiglia e andare avanti.

Ovvio, non li si può biasimare perché fisiologicamente non possono avere una gravidanza, però si può biasimare il sistema perché, nonostante sia risaputo che fisiologicamente un figlio abbia un impatto diverso sulla vita donne rispetto a quella degli uomini (anche quando il “lavoro da genitore” viene condiviso), non si è ancora adattato per rendere i concorsi, sia per le posizioni che per ottenere fondi per la ricerca, ugualmente accessibili a donne e uomini. Quello appena citato è l’ostacolo macroscopico per le donne, ma ovviamente ci sono anche molti altri ostacoli più subdoli che rendono l’ambiente lavorativo ostile.

Per questo motivo ho deciso di dedicarmi a questa “battaglia” e diventare “Gender Equality Officer” del Max Planck Institut. Come donna di 32 anni che spera di avere una famiglia, so che ad un certo punto dovrò fermarmi e sperare di poter ripartire senza dover rinunciare alla mia carriera.


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Parliamo di studi: cosa si può fare per scrostare il pregiudizio che, spesso appartiene anche alle bambine, che la scienza non sia “cosa per loro”? Che consigli daresti ai genitori per avvicinare le bambine alle materie STEM?

Trovo che negli ultimi 20 anni la situazione sia molto cambiata. Molti pregiudizi e stereotipi sono difficili da abbandonare, però grazie a internet e all’accessibilità delle informazioni è molto più facile trovare persone che possano diventare esempi da seguire, che non siano necessariamente i propri genitori, parenti, amici o persone legate alla scuola.


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Se io fossi un genitore, cercherei di stimolare la curiosità prima di tutto. E, visto che spesso per una bambina non è facile immaginarsi ingegnere meccanico o informatico, cercherei di farle vedere che ci sono delle donne che fanno quei lavori e che amano quei lavori. E perché no, proverei anche a contattarle! Ci sono molte iniziative online che si occupano di avvicinare la scienza ai bambini e ai ragazzi, ad esempio Scientix. Ci sono anche iniziative per trovare dei mentori per ragazzi e ragazze, che possano aiutarli a sviluppare le loro capacità e a seguire i loro interessi.

Pensi che l’innovazione abbia bisogno anche di ingegnere e di informatiche, quindi anche di un pensiero femminile diverso da quello attuale?

Certamente! La diversità culturale, di pensiero, di genere è alla base del successo, sia di quello personale che di un gruppo di ricerca o di un’azienda! Le idee e i progetti vincenti si sviluppano e si migliorano quando vengono “contestati” e discussi con persone che hanno punti di vista diversi.

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