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Unconventional Berlin Diary: Ho bisogno di Berlino

Berlino
Photo by Chris Grabert©

Ho servito alcol e tramezzini per un intero pomeriggio, sulla riva della Sprea. Persone di ogni nazionalità formavano una lunga fila mai sazia di bere, letteralmente fino ad esaurimento scorte. Finiti gli alcolici, hanno cominciato a negoziare e poi a supplicare, disperati. Avrebbero venduto la madre per uno shottino, mentre il fiume bisbigliava al di sotto delle voci e della musica dei dj-set.

Ho scoperto che posso essere un “barman in camicia” più che credibile, mentre il ragazzo venezuelano che mi affiancava è stato un validissimo barista-ballerino. Metti il ghiaccio, aggiungi uno spicchio d’arancia, scegli il tuo cocktail, porgilo al cliente, tira su le maniche e muovi i piedi a tempo. Divisione del lavoro, moltiplicazione della produttività. Fordismo cooperativo e senso del ritmo in un’unica soluzione.

A un certo punto mi è arrivato davanti un tipo che aveva un seno finto sotto la maglietta e attorno al corpo una fascia da concorso di bellezza con su scritto “Miss Cessa”. Ha indicato una donna vicino a lui e mi ha detto “È stata la mia amica a vestirmi così”. “E meno male che è tua amica” gli ho risposto porgendogli da bere. Old but gold.
Hanno riso e se ne sono andati. Coppia magnifica.

La giornata era un tipico quadretto estivo berlinese: caldo, sole, nuvole in transito e verso sera, all’improvviso e per qualche minuto, una spruzzata di pioggia e una correzione colore virata al grigio, ma nessuno ci ha fatto caso.

Non mi sono sentita felice, in questo momento della mia vita non posso essere felice, ma mi sono sentita almeno più serena.
Ho bisogno di Berlino. Mi ha accolto dopo il mio ultimo viaggio in Italia come una moglie che non ti fa pesare niente, che non ti chiede niente, ma semplicemente si fa trovare tutta in ghingheri, pronta a sorriderti se appena gliene dai la possibilità. Una moglie onnipresente, anche quando non la cerchi.
O forse Berlino è solo un gigantesco ricaptatore della serotonina e della noradrenalina.
Di sicuro lo è per me, adesso, nell’estate in cui ho pensato che mi sarebbe crollato tutto addosso.

Quando sono arrivata alla stazione di Warschauer, sul ponte c’era la solita sfilata di personaggi surreali. Sono quasi andata a sbattere contro un uomo vestito come il Pierrot di David Bowie in “Ashes to ashes”. Favoloso.
Proprio fuori dalla stazione, invece, era in corso una doppia operazione di polizia.
Da un lato un gruppo di agenti stava interrogando degli artisti di strada, ragazze con le orecchie da gatto o vestite da pirata e musicisti seduti a terra. Spero non abbiano avuto problemi, mi piacevano.
A pochi metri di distanza, invece, stavano arrestando alcuni probabili spacciatori. Un ragazzo ammanettato, seduto nel vano posteriore di una camionetta, continuava a piangere e a dire bitte, bitte, bitte“. Il poliziotto non rispondeva e non si muoveva e il ragazzo continuava la sua cantilena, senza fermarsi mai. Erano praticamente coetanei, uno biondo, l’altro scuro, mentre intorno, sciamava il sabato sera.

E alla fine sono arrivata a casa e ho notato che qualcuno aveva modificato la scritta “Fuck nazis” (vaffanculo ai nazisti) in “Don’t fuck with nazis” (non scherzate con i nazisti). E allora ho alzato contro la violenza un muro fatto di note, strofe e ritornelli, liberando tutte le canzoni che avevo nelle orecchie e nella testa:

If you live through this with me I swear that I will die for you“, “Take what you can of me, rip what you can off me“, “I’m a blackstar, I’m a blackstar, I’m not a gangstar“,”She put her fist through the window pane. It was such a funny feeling“, “I’m coming up man-sized, skinned alive“, “A new face, a new life, no memories of the past and slit his throat from ear to ear“.

Fino alla porta di casa.

Machete

Machete vive a Berlino dal 2013, in modo intelligente dal 2007 e in modo autoanalitico dal 2017.

Ama scrivere e girare il mondo e il suo più grande sogno è di poter combinare le due cose, un giorno. Ama anche la musica, il cinema, la letteratura e la serotonina.

A otto anni sperava che prima o poi qualcuno avrebbe inventato una pillola contro la morte.

Un po’ lo spera ancora.

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