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TEUTONICHE SCHEGGE – Antropologia in corsia

 

Andar per compere a Berlino continua a stuzzicare la mia sete di antropologia a buon mercato, anzi da supermercato.

E le foto di oggi provengono dalla catena più prestigiosa, quella più cara, che di solito evito: il Kaiser’s. Ma è esattamente a 200 mt dalla sedia dove le mie parti nobili riposano or ora, e soprattutto aperto dalle 7.00 alle 24.00 dal lunedì al sabato.

L’altra sera, con sprezzo del pericolo, mi sono addentrata nel reparto piatti pronti, quello che per il mio orgoglio culinario è la feccia, l’inferno, l’hic sunt leones, il monumento alla barbarie che dribblo schifata. Munita di telefono con minifotocamerina, mi ci sono aggirata a lungo, carpendo questi flash a rischio della mia incolumità: un paio di commessi, naturalmente oversize e torvi, mi ha guardato più volte in cagnesco.

© Miriam Franchina

Iniziamo con il nome: quasi sempre il girone infernale in questione ha un nome ben preciso:

© Miriam Franchina

Il binomio Knorr/Maggi qui sta per sopravvivenza di una vastissima fetta di umanità, interculturale, interclasse, inter qualunque cosa. I due signori in questione sono i numi tutelari del focolare domestico teutone.

Con mio stupore, scopro che Julius Maggi (1846-1912) è di origine italiana: figlio di emigranti lombardi che si trasferirono in Svizzera cominciando con dei mulini, non fu mai allievo modello. Dal padre rilevò, appunto, i mulini e qualche piccola azienda di rivendita verdure. Del 1886 è l’ invenzione del magico dado da cucina e delle zuppe in polvere vegetali che però sapevano di carne. Il volpone Maggi aveva fiutato la pista giusta: con l’industrializzazione sempre più capillare, anche le donne diventavano operaie e tempo per spadellare ne avevano sempre meno. A sancirne il successo e il quasi incontestato monopolio fino alla II guerra mondiale, anche le pubblicità curate da un noto drammaturgo e la collaborazione con enti pubblici svizzeri che loadavano la praticità dei prodotti.

© Miriam Franchina

Di dadi, qui. ce n’è a perdita d’occhio. Ogni volta io spero di trovarne solo due diverse confezioni, il vegetale e quello di carne. Ed invece no, qui è il regno del dado. Un intero scaffale mi propone confezion gigante, confezioni compatte, dadi per ogni scopo: per soffritti, per minestre, per frittate… Il dilemma della scelta (die Qual der Wahl). Inoltre, con intraprendenza di riflesso sviluppata a furia di entusiastiche visioni di Quark, noto all’uso che la consistenza di questi dadi è molto più molle rispetto ai nostrani, il colore più intenso e spesso la forma è esattamente cubica.

Del resto, a casa mia mia mamma è sempre stata una aficionada dei dadi con la signora riccioluta che sorbiva da un cucchiaio, quindi della concorrenza, la Knorr.

Internet mi conforta: almeno questo secondo dio è germanico, prova inconfutabile il nome. Carl Heinrich Theodor Knorr. (1800-1875) Per fortuna il cognome è conciso, adatto ad essere appiccicato su bustine multicolorate e ready to make.
Per lui fu un buon matrimonio a contribuire alla start up aziendale e partì con un sostituto del caffè a base di estratto di cicoria. Poi si allargò e, come Maggi, si buttò sulle farine miste, riuscendo ad ottenerle da piselli, tapioca, lenticchie e fagioli. Fu poi il figlio, peraltro contemporaneo di Maggi, a lanciare l’azienda e trampolino furono, di nuovo, i dadi, venduti anche (e te pareva) a forma di salsicciotto:

Lasciando l’affascinante storia aziendale, mi ritrovo di fronte alle paste pronte, la cui vista risveglia il sopito orgoglio patrio e gratifica il mio autoreferenziale indice di sposabilità per C.C.C. (comprovate capacità culinarie).

Per prima cosa l’occhio scorre sui nomi:

© Miriam Franchina
© Miriam Franchina

Le migliori, ovviamente, sono le paste con sughi facilissimi, quelli classici con cui anche senza dosi giornaliere di Clerici chiunque saprebbe destreggiarsi. In sacchetti sottovuoto, occupano pochi centrimetri. Li palpeggio con disgusto, dissimulando interesse commerciale sotto lo sguardo in cagnesco delle commesse di passaggio (ahimè il “click” dello scatto è tutto fuorchè discreto, un paio di signore a passeggio fra le corsie sussulta di sorpresa).

© Miriam Franchina

Per i palati più esigenti, però, non mancano ricette più elaborate, così mi tocca eleggere la triade regina:

© Miriam Franchina

che con 79 cents permette di gustarsi indimenticabilii lasagne bolognesi, non meglio identificati spaghetti napoletani, e una succulenta carbonara, tutto “fix und frisch” (fresco e veloce).

Ma un altro dei miei favoriti rimane la latta di ravioli, qualcosa che davvero offende le mie pupille e di cui le papille non vogliono sapere.

© Miriam Franchina

Spossata dal food-watching, esco per due passi rinfrancanti, almanaccando su cosa mi preparerò per cena.
Mi si para davanti, in forma di furgoncino, un altro monumento alla cacogastronomia:

© Miriam Franchina
Qui si propone catering di panini spalmati di burro bio. Sì, il “Butterstulle” altro non è che una fetta di pane ricoperta di burro, su cui poi ognuno inventa le sue variazioni: marmellata, frutta, salumi, uova, verdure. O magari anche tutto insieme.
La sessione di antropologia sul campo è stata ardua: mi consolerò con una pastasciutta zucchine, speck e zafferano.

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