“Promuovere la cultura è una forma di resistenza” – Intervista al nuovo direttore dell’IIC di Monaco

L’Istituto di Cultura Italiano di Monaco di Baviera ha un nuovo direttore: Fabio Troisi, appassionato d’arte contemporanea, che della promozione della cultura italiana all’estero ha fatto la cifra della sua carriera. Già attaché culturale all’Istituto Italiano di Cultura a New York e poi direttore degli IIC di Pretoria e di Varsavia, Troisi si è insediato a metà settembre, rilevando un programma di attività già interessante e variegato, con l’intenzione di ampliarlo ulteriormente. Lo abbiamo incontrato per saperne di più non solo sui suoi progetti, ma anche sulle sfide che il suo ruolo impone.
La newsletter del Mitte!
Notizie, novità, eventi dalla Germania
La sua esperienza negli Istituti di Cultura Italiani attraversa addirittura in tre continenti. Quali sono le differenze e i punti in comune che ha individuato in questi suoi diversi incarichi e nel modo in cui le comunità italiane si radicano sul territorio?
Parlare di comunità italiane è ovviamente un approccio generico, perché la natura delle comunità cambia molto a seconda del paese in cui si è. Io ho lavorato negli Stati Uniti, dove ci si riferisce alla comunità italiana, includendo anche chi ha origini italiane risalenti al 1800 e ha legami molto, molto flebili con il paese di origine della famiglia. Però, per gli americani. l’identità di sangue è significativa.
Lo stesso accade in Sudafrica: la comunità italiana consisteva di persone che non avevano addirittura per niente legami [con l’Italia], magari avevano un passaporto ereditato, ma il legame era discutibile. In Polonia, invece, era una comunità molto piccola, ma molto recente, di persone che si sono trasferite lì negli ultimi 20 anni, non di più, quindi i legami erano molto forti. In Europa, già di per sé, i legami sono più solidi, anche per [via della] vicinanza. Ovviamente, di Monaco si dice che è la città italiana più a nord, questo sia per via dei legami che sono profondi, storici, duraturi, ma anche perché la comunità è un po’ consolidata, ma allo stesso tempo c’è questa mobilità molto facile.
È anche un’emigrazione storicamente più stratificata: c’è chi a Monaco si è stabilito da un paio di generazioni, ma c’è anche chi è arrivato da adulto negli ultimi anni…
Sì, è una città molto vivace, soprattutto economicamente, quindi ci sono molte multinazionali. È quindi una città molto internazionale e tra questi nuovi expat ovviamente ci sono tanti italiani, senza considerare tutto il mondo accademico, il mondo della ricerca, le istituzioni. Quindi sì, le stratificazioni sono naturali in questo senso.
Com’è stato il suo impatto con questa comunità e quali sono gli obiettivi che vuole raggiungere nel suo ruolo di direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di Monaco?
Mi sono fatto un’impressione, ho conosciuto delle persone, ma la mia prospettiva è ancora un po’ troppo limitata. Per quanto riguarda l’istituto, mi piacerebbe che questo spazio fosse anche luogo di confronto tra le comunità, quindi che fosse un posto aperto a tedeschi, italiani, italo-tedeschi, desidero che i punti di vista possano confrontarsi, che sia un luogo di dialogo.
Dopo la sua esperienza in altri continenti, si è fatto un’idea di che cosa vuol dire sentirsi italiani in Africa o negli Stati Uniti rispetto a quello che vuol dire in Europa?
È qualcosa di completamente diverso, perché vivere anche negli Stati Uniti, compresa New York, che sembrano un Paese teoricamente vicino all’Europa, in realtà è un’esperienza molto lontana: lo stile di vita è molto diverso, per cui sentirsi italiani vuol dire più identificarsi con la propria famiglia, con la propria comunità più stretta, con delle origini che ti differenziano dagli altri. Il continente americano è un continente di immigrati, quindi è un mosaico di identità e di culture e l’identità italiana è una di queste.
È quasi necessario identificarsi come americano, come italiano, come newyorkese, come “brooklinese”. In Europa no, in Europa essere italiani vuol dire anche riconoscersi in certi contenuti più reali, più concreti.
Che cosa vuol dire per lei promuovere la cultura in un momento di rivoluzione tecnologica come quello che stiamo vivendo?
Questa è una bella domanda, in un certo senso è una forma di resistenza per me, perché la tecnologia, i nuovi media, l’intelligenza artificiale portano con sé dei rischi. Ovviamente anche tante opportunità, ma anche tanti rischi e se ne parla recentemente dal punto di vista della sicurezza, ma io parlerei di un rischio di omologazione, il rischio che tutti dicano più o meno le stesse cose, perché c’è un algoritmo dietro che, in qualche modo, indirizza le opinioni, le idee e anche, in qualche modo, le sensazioni di tutti noi.
Invece fare cultura, promuovere la cultura o anche solo stimolare un confronto, un dibattito culturale significa un po’ fermarsi, rallentare, tirare il freno, riflettere, avere un approccio più lento, più profondo anche allo stesso tempo, più finalizzato all’ascolto, più finalizzato all’elaborazione di un pensiero e non certo concluso, quindi è un processo che non ha un termine indefinito.
Quali sono i prossimi appuntamenti per la comunità italiana di Monaco?
Per ottobre già abbiamo già pubblicato il calendario: abbiamo un evento dedicato alla poesia, la settimana prossima, la settimana successiva IlFest, una rassegna di letteratura italiana contemporanea, che arriverà prima a Norimberga e poi a Monaco. Ospiteremo qui un concerto di musica contemporanea, presso il Deutsches Theater coorganizzeremo, con il Consolato della città di Cremona, un concerto dedicato a Monteverdi, quindi alla musica barocca. Avremo anche un evento per la settimana della lingua il 22 ottobre e poi, a novembre, andremo avanti con letteratura, ma anche con la cucina, con la musica jazz, e poi c’è il cinema con questa rassegna di cinema italiano che tocca varie città tedesche non solo in Baviera ed è già nelle sale. Questo programma, ovviamente, è stato definito prima del mio arrivo.
E quale sarà invece l’impronta personale che vorrà dare ai programmi futuri dell’IIC?
In primo luogo, vorrei cercare sempre dei partner locali. Secondo me è fondamentale che l’Istituto sia un luogo aperto a proposte che vengano dal territorio, soprattutto da partner tedeschi. Ci sarà spazio, ovviamente, per tutti i settori, perché l’Istituto per sua natura ha come obiettivo istituzionale quello di promuovere la cultura italiana a 360 gradi. Cercherò di focalizzare l’attività sul contemporaneo, su quello che sta succedendo oggi in Italia, sui contenuti di cui si parla oggi in Italia nell’arte, nella musica, nel teatro, nel cinema, nella letteratura.
Ci dedicheremo anche, spero, a dibattiti dedicati alla scienza, alle scienze sociali, a tematiche legate all’economia, alla società, a temi culturali in senso lato.




