“X Factor mi ha fatto capire come non vedo la musica”: intervista con Gaia Banfi

di Lucia Conti
Gaia Banfi si esibirà a Berlino il 7 ottobre alla Kantine am Berghain. Il concerto è a cura di BIS! Berlin Italian Shows e altri partner, in collaborazione con l’IIC di Berlino. Cantautrice, produttrice e polistrumentista, l’artista mescola scrittura d’autore, pop ed elettronica sperimentale ed è considerata una delle voci più interessanti della nuova scena italiana. Ha debuttato con l’album di debutto “Lotus” e il pubblico televisivo la conosce anche per la sua partecipazione a X Factor. Ad aprile è uscito per la Trovarobato il suo ultimo album, “La Maccaia”, il cui titolo prende ispirazione da un fenomeno atmosferico tipico del Golfo di Genova, in cui lo scirocco crea una foschia che si fonde con il mare. L’abbiamo intervistata per voi.
Nasci e cresci a contatto con la musica. A sei anni già studi chitarra classica. Ti diplomi in canto jazz con il massimo dei voti. Parallelamente diventi produttrice, con una particolare vocazione per la ricerca sonora. Qual è il tuo primo ricordo musicale e quali scoperte, sempre musicali, ti hanno maggiormente emozionata durante la tua evoluzione?
Mi sono avvicinata molto alla musica grazie a mio padre e al racconto della sua storia (Gaia è la figlia Baffo Banfi, storico tastierista del gruppo prog italiano Un Biglietto per l’Inferno, ndr). Mi sono sentita fin da piccola attratta e affascinata da essa.
I miei primi ricordi musicali risalgono al periodo delle elementari. Avevo un insegnante di musica che penso avesse riconosciuto questo mio fuoco e che ha lavorato molto affinché potessi svilupparlo e lavorarci fin da subito, insistendo e facendomi cantare in qualsiasi occasione possibile.
Ho avuto tanti momenti di evoluzione nel mio percorso musicale e tutti mi hanno molto emozionata, a guardarli dal futuro e cioè da oggi. Forse quello più importante è stato il momento in cui ho lasciato gli studi di jazz per fiondarmi completamente su di me e sulla mia creatività. È stato un atto che reputo molto coraggioso e di forte indipendenza. Non è per nulla facile uscire da un contesto accademico, soprattutto quando ti viene condivisa l’idea (falsa) che con un diploma “cavalcherai” il mondo lavorativo.
È stata la miglior scelta che potessi fare fino ad oggi e spero che possa essere di spinta per qualcun altro. Senza dimenticare, ecco, che il mondo fuori è instancabile: quindi a casa la pigrizia, tanta volontà, insistenza e lavoro personale.

Il tuo ultimo lavoro è “La Maccaia”, uscita per Trovarobato. Qual è il mood dell’album e com’è stato comporlo e registrato?
È un album che è nato da un’esigenza personale, ovvero quella di provare a raccontare per la prima volta un sentito un po’ più intimo. Il risultato è stato un disco che racconta uno stato emotivo nostalgico attraverso immagini e parole, spesso metaforiche.
È stato un lavoro intenso, fatto di studio e di tanti momenti di ricerca personale.
Come vivi la dimensione del live, rispetto al lavoro in studio?
Ciò che mi attrae della musica dal vivo è l’estemporaneità. Nel mio caso, con il live che sto portando in tour in questo momento, l’improvvisazione musicale è ridotta al minimo, nel senso che mi sono costruita un live che ha molti paletti e strutture. L’unico elemento che reagisce all’estemporaneità del momento è l’utilizzo della mia voce in risposta al contesto, al luogo e alle persone che trovo davanti a me nel momento dell’esibizione. Questo è molto affascinante.
Aspiro a un live in futuro in cui poter liberare anche l’aspetto improvvisativo e strumentale della musica. Per farlo credo ci sia bisogno di molta conoscenza: conoscere, interiorizzare e costruire un pensiero creativo per liberarsi da qualsiasi tipo di schema.
A cosa sei al lavoro al momento? Ricordo di aver letto in un’intervista che ipotizzavi di poter dar vita, un giorno, a un lavoro strumentale tipo Brian Eno. Sei sempre di quest’idea?
Un lavoro del tutto strumentale è qualcosa che mi immagino ed è molto vicino a me. Sto per iniziare una nuova fase di approccio e di conoscenza della musica. Sto studiando nuovi strumenti e nuovi approcci alla produzione proprio per cercare di lavorare molto di più sull’aspetto strumentale rispetto a quello canoro.
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Ascolti musica che ti somiglia o anche cose molto diverse e se sì quali?
Il mio ascolto è davvero molto vasto. Sono tanto affascinata, in questo periodo in particolare, dalla musica pop, perché racchiude un livello di semplicità estremamente interessante, che mi sembra la cosa più difficile al momento per me da interiorizzare.
Spesso ascolto molta musica strumentale, a volte anche droni di suoni, oppure cose molto complesse come il jazz o la musica classica.
Com’è stata la tua esperienza a X Factor?
È stata un’esperienza. Credo di aver approcciato la cosa in una maniera per me ottimale, senza aspettative né rincorse di alcun tipo, e questo mi ha permesso di trasformare anche gli aspetti “negativi” in aspetti “positivi”.
Lì ho conosciuto tante persone. Molte di queste erano in difficoltà, in uno stato emotivo agitato e confuso, che però, alla fine, ci ha uniti e ci ha ricordato che siamo tutti umani e che quello che avevamo attorno era solo un gioco.
Tutto ciò che è così tremendamente costruito mi spaventa e non rispecchia per niente il rispetto che ho per l’arte della musica. Ma se non avessi fatto X Factor probabilmente non l’avrei capito così in fretta!




