
Non è una stagione particolarmente felice per il rapporto fra Google e l’Unione Europea: a pochi giorni dall’annuncio della sanzione da 4,6 miliardi di euro comminata in seguito a una sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea, il colosso americano si è visto infliggere, questa volta dalla Commissione Europea, un’ammenda complessiva di 890 milioni di euro. Anche in questo caso si tratta di antitrust e, specificamente, della non conformità dell’operato di Google al Digital Markets Act (DMA).
A pesare sono due condotte distinte, entrambe le quali indicano un abuso della posizione dominante sul mercato: il trattamento preferenziale riservato ai propri servizi nei risultati di ricerca e le restrizioni imposte agli sviluppatori di app che volevano indirizzare gli utenti verso canali di acquisto alternativi. C’è da aspettarsi che questa nuova multa contribuisca a rendere ulteriormente tesi i rapporti commerciali tra Bruxelles e Washington, considerando che l’amministrazione Trump è al lavoro su un nuovo pacchetto di dazi in vista della scadenza di quelli attualmente in vigore. Ed è ormai abbondantemente chiaro che il modo in cui l’Unione tratta le big tech statunitensi non è affatto indifferente al presidente USA Donald Trump.
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Google vs le politiche antitrust dell’Unione Europea
L’indagine, avviata il 25 marzo 2024, si è conclusa con l’accertamento di due distinte infrazioni del regolamento europeo sui mercati digitali, la normativa che disciplina il comportamento dei cosiddetti “gatekeeper” nei principali mercati online.
Google è stata designata gatekeeper nel settembre 2023 in relazione al proprio motore di ricerca. Il 19 marzo 2025 la Commissione ha comunicato all’azienda la propria valutazione preliminare di violazione del DMA e Google ha replicato per iscritto in modo dettagliato a quelle conclusioni, dopo aver esaminato i fascicoli istruttori. Le due decisioni e la relativa sanzione arrivano al termine di un percorso che ha incluso anche il riscontro degli operatori di mercato e un dialogo esteso con l’azienda, e si concludono con l’accertamento di due distinte infrazioni del regolamento europeo sui mercati digitali.
Per la prima condotta, sanzionata con 460 milioni di euro, la Commissione ha accertato che Google riserva ai propri servizi, tra cui shopping, hotel, trasporti e risultati sportivi, una visibilità superiore rispetto a quella concessa a servizi analoghi di terze parti nella pagina dei risultati di ricerca. Elementi visivi rafforzati, filtri dedicati e un posizionamento nella parte alta della pagina distinguono i contenuti proprietari da quelli della concorrenza, laddove il DMA impone invece condizioni trasparenti, eque e non discriminatorie. In altre parole: no, non si considera normale che i primi risultati in testa a ogni ricerca Google siano quelli che riportano l’utente a servizi o pagine di Google.
Il concetto giuridico di auto-preferenza in relazione al brandi di Alphabet, peraltro, era già emerso nel caso Google Shopping, confermato dalla Corte di giustizia dell’Unione Europea nel 2024 a oltre un decennio dall’apertura di quell’indagine, nel 2010. Il DMA ne ha successivamente codificato i principi, riducendo gli ostacoli probatori tipici del diritto della concorrenza tradizionale.
Le restrizioni agli sviluppatori di app su Google
La seconda infrazione, per la quale è stata comminata una sanzione di 430 milioni di euro, riguarda le pratiche cosiddette di anti-steering su Google Play. Il DMA prevede che gli sviluppatori possano informare gratuitamente gli utenti di offerte più vantaggiose disponibili altrove, per esempio su siti web propri o su store alternativi, e indirizzarli verso quei canali. Secondo la Commissione, Google ha impedito questa comunicazione, sia sul piano tecnico sia su quello contrattuale, e ha applicato commissioni di indirizzamento eccessive per entità e durata rispetto ai limiti ammessi dalla normativa.
Le misure imposte dalla Commissione Europea
Oltre alla sanzione economica, la Commissione ha ordinato a Google di porre fine alle condotte contestate: garantire ai servizi di terze parti un trattamento equo e non discriminatorio nei risultati di ricerca e consentire agli sviluppatori di comunicare liberamente con gli utenti, promuovere offerte e concludere contratti anche al di fuori dell’app store Google Play. L’azienda ha 60 giorni di tempo per adeguarsi; in caso contrario rischia penalità periodiche fino al 5% del proprio fatturato mondiale.
Bruxelles ha inoltre segnalato di aver già osservato alcuni progressi. Google ha proposto e avviato la sperimentazione di modifiche relative alla presentazione dei propri servizi gratuiti su Google Search, oltre a intervenire sulle condizioni di orientamento verso canali alternativi. Sono in corso valutazioni anche sugli annunci a pagamento legati a shopping e sport, e un dialogo specifico riguarda l’applicazione dei principi della decisione alle funzioni AI Overviews e AI Mode.
Kent Walker, presidente degli Affari globali dell’azienda, ha respinto le conclusioni della Commissione, definendole il risultato di un deterioramento dei prodotti a vantaggio di un ristretto numero di ricorrenti e a danno di imprese e consumatori europei. Google non ha ancora reso noto se presenterà ricorso contro le due decisioni.
Le dichiarazioni della Commissione
Teresa Ribera, vicepresidente esecutiva per una transizione pulita, equa e competitiva, ha collegato la sanzione all’idea che il successo di un prodotto debba dipendere dalla sua qualità e non dalla proprietà del motore di ricerca su cui compare. Ribera ha inoltre sottolineato il diritto dei consumatori europei a essere informati dagli sviluppatori sulle offerte migliori, “anche quando il proprietario dell’app store non riceve alcuna commissione”, definendo questo principio la promessa centrale del DMA a tutela di equità, libertà di scelta e innovazione.
Sulla stessa linea si è espressa Henna Virkkunen, vicepresidente esecutivo per la sovranità tecnologica, la sicurezza e la democrazia, secondo cui le due decisioni confermano la determinazione a far rispettare il regolamento a tutela delle imprese e dell’innovazione. Virkkunen ha ricordato che Google ha danneggiato aziende attive in settori come shopping e sport negando loro pari visibilità su Google Search, oltre ad aver limitato la possibilità per gli sviluppatori di proporre offerte più convenienti su Google Play, e ha invitato l’azienda a porre fine a queste condotte e a non ripeterle, avvertendo che la Commissione “non esiterà a utilizzare i propri strumenti” per tutelare le opportunità aperte dal DMA.
Le dichiarazioni complete sono consultabili qui.
Una questione politica: l’amministrazione Trump è contraria ai tentativi di imporre regole alle big tech USA
Questa sanzione è probabilmente destinata ad aumentare l’insoddisfazione di Washington per gli sforzi regolatori europei. Un anno fa, Unione europea e Stati Uniti avevano trovato un’intesa, nota come accordo di Turnberry, con cui Bruxelles rinunciava ai dazi sulla gran parte dei prodotti industriali americani in cambio di un dazio del 15% applicato da Washington alle esportazioni europee. Quell’assetto è stato poi rimesso in discussione dopo che la Corte Suprema statunitense ha dichiarato illegittimi i dazi imposti dall’amministrazione Trump nel 2025, costringendo la Casa Bianca a costruire un nuovo impianto giuridico, in scadenza proprio in questi giorni. Sul tavolo ci sono ora ulteriori misure legate al lavoro forzato e alla sovraccapacità produttiva, oltre a un’indagine ai sensi della Sezione 301 sui prezzi dei farmaci in Germania.
L’amministrazione statunitense considera da tempo le regole digitali europee un elemento di attrito commerciale, arrivando in alcune occasioni ad accostare le multe alle big tech a veri e propri dazi. Non è la prima volta che questa dinamica condiziona le decisioni di Bruxelles: lo scorso settembre una sanzione a Google per l’attività di pubblicità digitale era stata accantonata sotto la pressione di ambienti interni alla Commissione e del governo americano. Il commissario al Commercio Maroš Šefčovič si era distinto come il principale oppositore interno a sanzioni ritenute delicate prima della chiusura di un’intesa con Washington. Una volta resa pubblica quella frattura, la Commissione ha comunque proceduto con la multa.




