Dialogare significa anche ascoltare chi ha vissuto l’emigrazione

di Giuseppe Tizza
Ho letto con interesse l’editoriale dell’ottantesimo numero di Dialoghi Mediterranei. Una rivista che, in tredici anni, ha costruito un patrimonio culturale di grande valore merita anzitutto rispetto. Proprio per questo mi permetto di aggiungere una riflessione nata non tanto dalle teorie, quanto dall’esperienza di una vita.
L’esperienza dell’emigrazione italiana e il senso dell’integrazione
Sono un insegnante italiano che vive in Germania da oltre cinquant’anni. Ho insegnato lingua e cultura italiana a generazioni di figli di emigrati. Ho visto bambini arrivare senza conoscere una parola di tedesco e diventare medici, ingegneri, artigiani, imprenditori. Ho visto famiglie affrontare sacrifici enormi per conquistare una vita dignitosa. Ho imparato che l’integrazione non è una formula politica né uno slogan: è un processo lento, fatto di diritti e di doveri, di rispetto reciproco e di responsabilità condivise.
Per questo condivido senza esitazione la condanna di ogni forma di razzismo e di violenza. La tragica morte di Bakari Sako richiama tutti a una responsabilità morale che non ammette ambiguità. Nessuna società può definirsi civile se tollera l’odio verso una persona per il colore della pelle o per la sua origine.
Il valore del dialogo e lo scambio tra culture
Ma proprio perché credo nella dignità di ogni essere umano, credo anche nella dignità del confronto. Una rivista che porta nel proprio nome la parola Dialoghi dovrebbe essere il luogo nel quale opinioni diverse possano incontrarsi senza trasformarsi immediatamente in schieramenti contrapposti. Il dialogo non consiste nel parlare con chi la pensa come noi, ma nell’ascoltare chi ci obbliga a mettere in discussione le nostre convinzioni.
L’emigrazione italiana insegna una lezione preziosa. Milioni di nostri connazionali sono stati accolti all’estero, ma hanno anche dovuto imparare la lingua del Paese ospitante, rispettarne le leggi, comprenderne le consuetudini e conquistare la fiducia della società attraverso il lavoro. Nessuno regalò loro l’integrazione. Essa fu il risultato di un impegno reciproco.
La mia esperienza mi porta ad aggiungere un’osservazione che raramente entra nel dibattito pubblico. In oltre mezzo secolo trascorso in Germania ho visto cambiare profondamente anche il Paese che mi ha accolto. Oggi la cucina italiana, l’espresso, il gelato artigianale, il vino, la moda, il design, molte parole della nostra lingua e perfino uno stile di vita più conviviale sono entrati stabilmente nella quotidianità tedesca. Si potrebbe dire, con una punta di provocazione, che sotto molti aspetti la Germania sia diventata un po’ più italiana di quanto gli italiani siano diventati tedeschi.
Non è un giudizio di valore. È la dimostrazione che l’integrazione autentica non coincide con l’assimilazione. È uno scambio reciproco. Chi arriva cambia, ma cambia anche la società che lo accoglie. Entrambe si arricchiscono, entrambe si trasformano. È questo il volto migliore dell’incontro fra culture.
Oggi discutere di immigrazione significa confrontarsi con problemi nuovi e complessi. Accoglienza, integrazione, legalità, sicurezza, sostenibilità dei servizi pubblici e tutela dei diritti non sono temi alternativi. Sono aspetti della stessa realtà. Ridurre questa complessità a uno scontro ideologico significa rinunciare proprio a quel dialogo che una rivista culturale dovrebbe promuovere.
Nella mia lunga esperienza di insegnante ho imparato che nessuno cresce ascoltando soltanto chi gli dà ragione. Gli studenti crescono quando incontrano idee diverse, imparano ad argomentare e scoprono che il rispetto non consiste nel pensare tutti allo stesso modo, ma nel riconoscere la dignità di chi sostiene una posizione differente.
Oggi questa lezione sembra talvolta dimenticata. Le discussioni pubbliche si trasformano rapidamente in tifoserie. Le parole diventano più dure delle idee. Chi pone domande viene spesso confuso con chi alimenta l’odio. Eppure una democrazia matura vive proprio della possibilità di interrogarsi senza paura.
Custodire la complessità, non semplificarla
La cultura dovrebbe essere il luogo nel quale la complessità viene custodita, non semplificata. Dovrebbe insegnare a distinguere tra il rifiuto della violenza e il diritto di discutere le politiche migratorie; tra la condanna del razzismo e la legittima esigenza di governare fenomeni che coinvolgono milioni di persone.
Dopo tanti anni trascorsi lontano dall’Italia, continuo a sentirmi profondamente italiano. Forse proprio la distanza mi ha insegnato che l’identità non nasce dall’esclusione, ma nemmeno dall’indifferenza. Si costruisce attraverso il rispetto reciproco, la conoscenza e la responsabilità condivisa.
Per questo il mio augurio a Dialoghi Mediterranei è semplice: continuare a essere una casa del pensiero libero, capace di ospitare anche chi vede il mondo da un’altra prospettiva. Perché il dialogo non consiste nel ripetere ciò che già pensiamo. Comincia quando siamo disposti ad ascoltare chi potrebbe convincerci che esiste anche un’altra parte della verità.
Chi, come me, ha vissuto per oltre mezzo secolo tra due Paesi, sa che i ponti si costruiscono con il dialogo, mentre i muri si costruiscono con le certezze assolute. È questa, credo, la forma più alta della cultura. Ed è anche la più difficile.




