
Il 10 giugno il Consiglio europeo e il Parlamento europeo hanno siglato un’intesa provvisoria sulla riserva di stabilità del mercato (MSR) destinata al Sistema di scambio delle quote di emissione, noto come ETS2. Quello che a prima vista può apparire come un tema convoluto e poco interessante per il grande pubblico nasconde in realtà un obiettivo che dovrebbe essere caro a tutti ci cittadini europei: tenere sotto controllo i prezzi dell’energia. Nello specifico, si tratta di contenere le oscillazioni di prezzo che potrebbero colpire famiglie e imprese a partire dal 2028, quando la carbon tax dell’UE, pensata per disincentivare l’emissione di gas serra, sarà estesa anche agli edifici residenziali e al trasporto su strada. Semplificando ancora una volta: dal 2028, abitare in un edificio non ottimizzato dal punto di vista dell’energia e delle emissioni e spostarsi su strada con veicoli non elettrici costerà molto di più e la riserva di stabilità serve a mitigare la stangata per i privati e le PMI.
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L’accordo appena concluso funziona come una rete di sicurezza economica: se il prezzo delle quote di CO₂ dovesse superare una determinata soglia, scatterebbe l’immissione automatica di permessi aggiuntivi sul mercato, con l’effetto di calmierare le quotazioni. Nell’architettura dell’ETS2, i fornitori di carburante sono tenuti ad acquistare quote di emissione per ogni tonnellata di anidride carbonica prodotta dai combustibili che vendono. Una domanda sostenuta di carburante fa salire il valore di queste quote, trascinando con sé i prezzi di gas, gasolio da riscaldamento e benzina. Per contro, l’immissione di nuovi permessi sul mercato diluisce progressivamente l’efficacia dell’intero sistema in termini di sostenibilità.
Come funziona la riserva di stabilità del mercato
La versione potenziata dell’MSR prevede due livelli di intervento distinti. Il primo riguarda il meccanismo di controllo dei prezzi: quando il costo delle quote supera i 45 euro per tonnellata di CO₂ equivalente (valutati ai prezzi del 2020), vengono immesse sul mercato 40 milioni di quote, il doppio rispetto alle 20 milioni inizialmente previste. Nei casi più acuti, il tetto annuale delle quote di emergenza sale fino a 80 milioni, ovvero quattro volte il limite originario.
Il secondo livello riguarda la gestione delle quote in circolazione. Attualmente, 100 milioni di quote vengono rilasciate in blocco nel momento in cui la quantità complessiva in circolazione scende a 210 milioni. Con il nuovo accordo, il rilascio scatterà già al di sotto dei 260 milioni, con volumi più contenuti e graduali, per evitare il cosiddetto “effetto soglia”, ovvero un’iniezione massiccia e improvvisa di permessi che genera instabilità invece di correggerla.
Tra gli elementi principali dell’accordo figura anche la proroga della riserva oltre il 2030, scelta che mira a garantire continuità alla stabilità dei prezzi nel medio periodo. I due organi dell’UE hanno inoltre stabilito che la futura revisione della riserva dovrà tenere conto del numero di quote ancora presenti al suo interno, e hanno inserito un riferimento esplicito all’utilizzo dei proventi delle aste ETS2 per finanziare misure di transizione climatica ed energetica nel settore dell’edilizia e dei trasporti su strada. In questo modo, si punta a contrastare quanto detto sopra, ovvero il fatto che l’immissione di nuove quote di CO2 sul mercato abbia un effetto ritardante rispetto al raggiungimento degli obiettivi climatici.
Un precedente già collaudato
Il modello su cui si basa la riserva ETS2 non è una novità assoluta: nel 2015, a fronte di un eccesso strutturale di quote nel mercato della CO2, che rendeva il costo dell’inquinamento industriale troppo basso per incentivare la decarbonizzazione, la Commissione aveva istituito una riserva di stabilità analoga per assorbire le quote in sovrabbondanza. L’UE ha ora replicato quel meccanismo creando uno strumento separato, calibrato sulle specificità dell’ETS2 e sui settori che ne saranno interessati: l’edilizia e i trasporti su strada.
Istituito nel 2023 nell’ambito del pacchetto “Fit for 55”, l’ETS2 punta a ridurre le emissioni dei settori sopracitati del 42% entro il 2030 rispetto ai livelli del 2005. I fornitori di combustibili sono chiamati a monitorare e dichiarare le emissioni associate ai prodotti che immettono sul mercato, cedendo quote equivalenti: il numero totale di permessi disponibili si riduce ogni anno, per mantenere la pressione verso la decarbonizzazione.
Disaccordo in Europa: sempre più difficile trovare equilibrio fra prezzi dell’energia, emissioni di CO2 e obiettivi climatici
Il cammino verso l’accordo ha attraversato mesi di tensioni politiche. All’inizio del 2025, Slovacchia e Repubblica Ceca avevano invocato un rinvio della nuova tassa sulla CO2 almeno al 2030, temendo principalmente le ricadute sociali di una misura del genere. Svezia, Danimarca, Finlandia, Paesi Bassi e Lussemburgo si erano invece schierati apertamente contro qualsiasi slittamento o modifica del sistema, sottoscrivendo un documento congiunto in tal senso.
La pressione del fronte favorevole a una transizione più morbida si era fatta più intensa nell’estate del 2025, quando 19 Stati membri avevano formalmente chiesto alla Commissione europea un’introduzione graduale dell’ETS2. Quella richiesta aveva poi spinto la Commissione a formulare una proposta di modifica mirata proprio alla riserva di stabilità.
La relatrice del fascicolo al Parlamento europeo Danuše Nerudová (Repubblica Ceca/PPE), ha sottolineato che l’accordo impegna la Commissione a valutare, entro ottobre 2027, tanto l’applicazione concreta dell’ETS2 agli edifici e al trasporto su strada quanto l’adeguatezza degli strumenti attualmente in campo per proteggere le fasce di popolazione più esposte. La stessa Commissione dovrà esaminare il meccanismo finanziario prima della sua entrata a regime nel 2028.
Le stime sull’impatto sui prezzi al consumo: l’energia non rinnovabile costerà comunque di più
Uno studio pubblicato nel 2026 su ScienceDirect ha calcolato che, con un prezzo della CO₂ fissato a 57,5 euro per tonnellata, il costo della vita medio nell’UE crescerebbe dell’1,18% in assenza di interventi sull’efficienza energetica, e dell’1,04% in presenza di miglioramenti significativi in quel campo. L’impatto, secondo i ricercatori, sarà distribuito in modo disomogeneo: i paesi dell’Europa centrale e orientale subiranno aumenti più marcati, mentre quelli del nord e dell’ovest beneficeranno di una parziale protezione derivante da livelli più elevati di efficienza energetica e da una più capillare elettrificazione del riscaldamento e dei trasporti.
L’accordo provvisorio deve ora superare il voto formale di Consiglio e Parlamento europeo, cui seguirà la revisione giuridico-linguistica prima dell’adozione definitiva.




