Quattrocentocinquanta milioni di persone oggi, meno di quattrocento milioni alla fine del secolo. Le nuove proiezioni demografiche di Eurostat, pubblicate la scorsa settimana, evidenziano come la popolazione dell’Unione europea sia destinata a un calo prolungato e costante. Dopo un bravissimo aumento, con un picco atteso entro il decennio in corso, dovrebbe seguire infatti una contrazione prolungata che si estenderà fino al 2100.
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Il quadro demografico secondo Eurostat
La riduzione complessiva stimata è dell’11,7%, corrispondente a 53 milioni di abitanti in meno rispetto ai livelli attuali. Prima di avviarsi verso questa fase discendente, la popolazione UE dovrebbe toccare un massimo di 453 milioni entro il 2029. Da quel momento in poi, inizierà la curva discendente.
La struttura per età della popolazione cambierà in modo sostanziale: a diminuire saranno i giovani e gli adulti in età lavorativa, mentre crescerà la quota degli ultraottantenni, che saranno più del doppio rispetto a oggi. Questa inversione dei poli generazionali non potrà non avere effetti profondi su quella che è oggi l’architettura economica e sociale del continente.
Sempre meno nascite
Alla radice della contrazione demografica europea c’è un dato: il tasso di fertilità medio nell’UE si attesta attorno a 1,3 nascite per donna, nettamente al di sotto della soglia di sostituzione generazionale, e la tendenza è ancora al ribasso.
In questo senso è emblematico il caso della Francia: nel 2025, per la prima volta dal dopoguerra, i decessi hanno superato le nascite. Il presidente Emmanuel Macron ha parlato di “riarmo demografico”, identificando tra le cause del fenomeno l’aumento dell’infertilità e il progressivo slittamento dell’età in cui le coppie scelgono di avere figli.
A febbraio, il governo francese ha invitato esplicitamente i cittadini under trenta ad anticipare le scelte riproduttive, annunciando contestualmente il potenziamento dei servizi per la fertilità e un rafforzamento delle misure di sostegno alle famiglie.
Che cosa cambierà per i sistemi pensionistici e sanitari: il calo della popolazione europea richiederà un cambio di strategia
In termini semplici, ci avviamo verso un’Europa con meno lavoratori e più pensionati. I sistemi previdenziali e i servizi sanitari si troveranno quindi a operare in regime di pressione crescente, con una base contributiva ridotta chiamata a sostenere una platea di beneficiari in espansione.
Gli effetti strutturali del calo delle nascite si faranno sentire già nelle prossime decadi, man mano che le generazioni più numerose raggiungeranno l’età del pensionamento.
Negli anni recenti, i flussi migratori hanno attenuato, almeno parzialmente, gli effetti del declino demografico. Una ricerca del Parlamento europeo riconosce questo contributo, precisando tuttavia che l’immigrazione da sola non è sufficiente a compensare il calo strutturale dei tassi di natalità.
Sul versante politico, la direzione che si sta affermando in alcuni paesi membri va in senso opposto. In Germania, il cancelliere Friedrich Merz (CDU) ha suggerito di recente che circa l’80% dei cittadini siriani attualmente residenti nel paese faccia rientro in Siria entro i prossimi tre anni. Una misura che, se attuata, ridurrebbe ulteriormente quella componente migratoria che oggi contribuisce a sostenere i numeri della popolazione attiva. In generale, se le politiche di contrasto all’immigrazione, anche regolare, che si registrano in tutta Europa dovessero avere successo, la pressione sulle generazioni professionalmente attive continuerebbe a crescere e i servizi per le persone anziane o fragili a diminuire.
La tensione tra le esigenze demografiche di lungo periodo e le spinte restrittive in materia di immigrazione rappresenta uno degli snodi più complessi del dibattito politico europeo degli anni a venire.
I dati di Eurostat sono consultabili qui.




