Testo e disegno di Paolo Brasioli
Iniziando questa breve presentazione di Nikolaus Gross (1895-1945) vogliamo pensare che le sue povere ceneri mortali, non siano mai state malvagiamente disperse sul gelido terreno berlinese nell’inverno del 1945, ma che invece, proprio per la sua incessante Fede ed instancabile impegno sociale, rendano da allora feconda l’aria di Berlino sapendo far germogliare nuova Vera Vita… in tutti noi!
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Gli anni della formazione e l’impegno sindacale
Gross nacque a Niederweningern, (oggi Hattingen) il 30 settembre 1898 ed è stato un lavoratore minatore, un sindacalista ed infine una vittima del nazional-socialismo.
Niederweningern era un piccolo centro del bacino della Ruhr, vicino alla città di Essen, ed egli crebbe i primi anni nella famiglia, che era modesta e di salda Fede. Dal 1905 al 1912 frequentò la scuola elementare cattolica locale ed al contempo, proprio in famiglia, apprese e conobbe i problemi e i bisogni della classe lavoratrice di cui erano parte. Nel 1912, non ancora quattordicenne, divenne operaio e iniziò a lavorare nell’industria pesante siderurgica. Dal gennaio 1915 al marzo 1920 lavorò in ben due miniere, come manovratore di carrelli e poi nell’attività estrattiva. Essendo lavoratore nelle miniere, considerata industria bellica, fu esentato dal servizio militare durante la prima guerra mondiale. Da subito il dono della Fede gli fece comprendere il dovere cristiano della solidarietà sociale come via per superare le ingiustizie sociali denunciate anche da interventi pontifici, e questo anche per permettere alle famiglie umili migliori e dignitose condizioni economiche. Per questo già a 17 anni frequentò dei specifici corsi per avere migliore conoscenza della realtà operaia e del diritto sindacale. Due anni dopo, divenne parte del Sindacato cristiano dei minatori (Christliche Bergarbeitergewerkschaft). Poi dal 1918 fu attivo nel Partito centrista (Zentrumspartei) e nel 1919 divenne anche membro del Movimento dei Lavoratori cattolici, KAB (Katholische Arbeiterbewegung), di Niederwenigern, divenendone segretario. Il suo coinvolgimento nella vita sindacale lo portò brillantemente attivo anche all’attività giornalistica nella rivista “Bergknappe” (Minatore) di Essen. L’intensa attività sindacale lo portò ad essere presente a Waldenburg, a Zwickau, e poi a Bottrop, nella Ruhr.
La famiglia e i valori cristiani
Si sposò il 24 maggio 1923 con Elisabetta Koch di Niederwenigern e divenne padre di ben sette figli. Con grande amore paterno e senso di responsabilità curò l’istruzione e l’educazione alla fede dei figli, accrescendo sempre più il proprio impegno sociale.
Disse:
“La mia profonda e continua preoccupazione riguarda i sette che devono diventare delle persone capaci, sincere e forti nella fede.”
E anche: “La maggior parte delle grandi prestazioni nasce dall’adempimento giornaliero del dovere nelle piccole cose quotidiane. E nel far questo il nostro amore va sempre ai poveri e agli ammalati in modo speciale”.
Il giornalismo cattolico e la denuncia del nazional-socialismo
All’inizio del 1927 divenne aiuto redattore, e poi capo redattore, del periodico “WAZ” (Westdeutsche Arbeiterzeitung), l’organo del KAB, a Mönchengladbach.
Da queste pagine propose interessanti spunti ed orientamenti agli operai cattolici in molte questioni che riguardavano la società e soprattutto il mondo del lavoro. Per lui le sfide politiche contenevano un alto aspetto morale ed i compiti sociali non potevano risolversi senza sforzi spirituali.
Nel 1929, alla casa editoriale “Ketteler”, evidenziò la “immaturità politica” e la “carenza di discernimento” nei successi sociali dei nazional-socialisti, definendoli come “nemici mortali dello stato moderno”. Scrisse inoltre nel 1930: “Come lavoratori cattolici rifiutiamo il nazional-socialismo non solo per motivi politici ed economici, ma in particolare anche per il nostro atteggiamento religioso e culturale, in modo chiaro e deciso”.
La resistenza al regime e l’arresto
Già alcuni mesi dopo la presa del potere del regime nel 1933, la “Westdeutsche Arbeiterzeitung” del KAB fu definita come nemica dello stato. Nel periodo successivo Gross cercò di salvare il giornale dalla soppressione senza dover fare dei troppi compromessi nel contenuto. A partire dal 1935 il giornale assunse il titolo “Ketteler-Wacht” (Guardia di Ketteler) e Gross scrisse da allora tra le righe in modo che le persone addentro lo capissero. Ma nel novembre del 1938 il giornale dei lavoratori venne vietato definitivamente, e allora, volendo coraggiosamente e caparbiamente continuare la propria opera, Gross pubblicò una serie di brevi scritti che avevano quale principale scopo quello di fortificare nei lavoratori la coscienza nei valori etici. Per questo, a partire dal 1940, subì vari interrogatori e perquisizioni.
Dalla fine del 1942 prese parte a diversi incontri, anche con prelati, mirati a mettere a punto la partecipazione ad un realistico progetto di rovesciamento del potere politico nazional-socialista. Pur non avendo mai partecipato attivamente all’organizzazione del fallito attentato del 20 luglio 1944, era al corrente dei piani contro il regime e venne avvertito del rischio ad esempio con questa frase:
“Signor Gross, non si dimentichi che ha sette figli. Io non ho la responsabilità di una famiglia. Si tratta della sua vita”.
Ma egli diede a questo una risposta degna della sua cristallina grandezza spirituale: “Se oggi non ci impegniamo con la vita, come vogliamo superare la nostra prova davanti a Dio e al nostro popolo?”
Il carcere e la fede
Nel 1943 Gross scrisse in una breve pubblicazione piena di immane ed umile partecipazione alla vita nel solco della Fede, che, alla luce degli eventi di allora, sembra davvero profetica:
“Qualche volta sembra che il cuore mi diventi pesante e che il compito divenga insuperabile se misuro l’imperfezione e l’insufficienza umana di fronte alla grandezza dell’impegno e al peso della responsabilità. Se una generazione deve pagare la sua breve vita con il prezzo più alto, la morte, cerchiamo inutilmente la risposta in noi stessi. La troviamo solamente in Colui che con la sua mano ci protegge nella vita e nella morte. Non sappiamo mai quali problemi ci aspettano per la forza e il vigore delle nostre anime… Le vie degli uomini si snodano nell’oscurità. Ma anche il buio non è senza luce; la speranza e la fede, che sempre ci precedono, attraverso l’oscurità fanno già presagire l’alba. Se sappiamo che la cosa migliore in noi, l’anima, è immortale, allora sappiamo anche che ci rivedremo”.
E così Gross, ricolmo di fiducia in Dio, non ebbe mai un tentennamento nel proprio percorso. Dopo l’attentato fallito del 20 luglio 1944 gli eventi precipitarono, ed egli, che non aveva partecipato direttamente alla sua preparazione ed esecuzione, venne arrestato il 12 agosto verso mezzogiorno a casa sua e portato dapprima nel carcere di Ravensbrück e poi in quello di Tegel a Berlino. La moglie Elisabetta andò due volte a trovarlo, notando i chiari segni di torture alle mani e alle braccia. Le quasi trenta lettere dal carcere di Gross testimoniano in modo convincente che per lui la preghiera incessante fosse l’unica fonte da cui ricevere forza in quella difficile sua posizione di privazioni fisiche e psicologico-affettive. Sempre chiese, a moglie e figli, di pregare continuamente come lui stesso pregava quotidianamente per tutti loro.
La condanna a morte e il martirio
Il 15 gennaio 1945 venne pronunciata la sentenza di morte, per impiccagione, per il quarantasettenne Gross, con l’accusa di alto tradimento e con la seguente malvagia motivazione: “Nuotava insieme agli altri nella corrente del tradimento e quindi vi deve anche affogare!”. Non gli concessero nemmeno una tomba e dopo l’impiccagione, del 23 gennaio, avvenuta nel carcere di Plötzensee, il suo cadavere venne cremato e le ceneri irrispettosamente disperse.
Il cappellano, che da un nascondiglio diede la benedizione al condannato, riferì poi: “Gross abbassò il capo in silenzio. Il suo viso sembrava già illuminato dallo splendore dal quale stava per venire accolto”.
La beatificazione di Nikolaus Gross
Più recentemente, 56 anni dopo il Pontefice san Giovanni Paolo II, lo proclamò “Beato e Martire” il 7 ottobre 2001, citando nell’omelia le parole del Profeta “Il giusto vivrà per la sua fede” (Ab 2, 4).
L’autore: Architetto Paolo Brasioli – quattro | architectura
Provenendo da una famiglia di artisti veneti, Paolo Brasioli è stato influenzato presto dal ricco patrimonio culturale e artistico italiano. Fondamentale è stata l’influenza di suo padre, Alfredo Brasioli, rinomato fumettista, illustratore e grafico italiano.
Il suo lavoro fino ad oggi si è concentrato sulla costruzione di hotel di alta qualità e sull’interior design per abitazioni, hotel e strutture di gastronomia e benessere, così come sulla creazione di mobili, lampade, accessori e arte.
Ha lavorato con rinomate compagnie e gruppi alberghieri come Best Western, Crowne Plaza, Falkensteiner, Hilton, Hyatt, Le Meridien, Leonardo Hotels, Marriott, NH Hotels, Rocco Forte Hotels e Sheraton. Molte delle sue creazioni sono state esposte in rinomate fiere d’arte e di design.
Per saperne di più:
quattro | architectura




