“La Grazia”, di Paolo Sorrentino. Recensione di Lucia Conti
È con gioia che ho salutato il ritorno al cinema di Sorrentino con “La Grazia”, anche perché certa di non potermi trovare di fronte a qualcosa di peggio dell’inguardabile “Parthenope”. Il tema, inoltre, si preannunciava interessante: un immaginario presidente delle repubblica italiana, Mariano De Santis (Tony Servillo), che durante il semestre bianco si trova a dover decidere su due domande di grazia e soprattutto se firmare o meno la prima legge italiana sull’eutanasia.
Recensione de “La Grazia”, il ritorno di Paolo Sorrentino
Intelligente, coerente, giurista e vedovo, De Santis è soprannominato “cemento armato” per la sua capacità di mantenersi fermo e incrollabile sulle sue posizioni. Un soprannome lusinghiero, secondo il suo consigliere militare, il generale Lanfranco Mare (Giuseppe Gaiani), ma il presidente De Santis non è certo che questa inamovibilità sia una dote. Non quando ci si trova a decidere della vita degli altri. Come nel caso dei due detenuti che attendono la grazia, ad esempio, ma anche di fronte a un’intera società che si troverà ad accogliere, o a vedersi negata, una legge sull’eutanasia.
In questi casi De Santis tende a rintanarsi in una serie di “momenti di riflessione” di cui ha bisogno sia come giurista, e quindi impossibilitato ad approssimare, sia come uomo assediato dal dubbio su questioni etiche fondamentali.
Un’ossessione privata che arricchisce il personaggio pubblico
A questo si aggiunge un elemento privato, che umanizza il personaggio e lo rende molto più sfaccettato e interessante che se fosse rimasto confinato alla dimensione istituzionale. De Santis non ha infatti mai superato la morte dell’amatissima moglie ed è inoltre ossessionato dal fatto che lei lo abbia tradito quarant’anni prima senza che lui sappia con chi e perché. Solo una persona è a conoscenza dei fatti e cioè l’amica di sempre Coco Valori, che però si rifiuta di dirglielo.
L’ossessione di Mariano De Santis per il tradimento della moglie morta, e soprattutto il fatto che Sorrentino abbia mescolato elementi umoristici alla tensione drammatica, è una delle scelte più felici del film, perché scongiura una degenerazione retorica che sarebbe stata oggettivamente un grosso rischio. Inoltre il dialogo interiore con la moglie Aurora fa emergere, al di là dell’irreprensibile giurista e del riflessivo presidente della repubblica, anche un uomo dominato da una passione irrazionale e palpitante, che non si manifesta in altri ambiti e che lo rende irresistibilmente umano.
Dopo essere rimasto vedovo, De Santis si rifiuta di “andare avanti” e i suoi giorni non sono scanditi dal tempo cronologico, ma dall’immobilità di un tempo emotivo che lo porta a parlare alla moglie morta da otto anni come se non fosse passato un giorno. Ed è molto bello questo suo rivendicare il diritto a restare immobile nel rimpianto, anche quando tutto il resto del mondo lo esorta a lasciarsi il passato alle spalle.
Alla frase della figlia “Rifatti una vita, mamma avrebbe voluto così” lui risponde stizzito “Ma non lo voglio io” ed è qui, e solo qui, che essere “cemento armato” appare quasi eroico. Perché va contro un buon senso incompatibile con la natura radicale di alcuni sentimenti senza speranza.
Per questo il presidente della repubblica disegnato da Sorrentino risulta disperato e buffo nello stesso tempo, incarnando quell’assunto di origine incerta, attribuito ora a Mark Twain, ora a Mel Brooks, secondo cui la commedia è “tragedia più tempo“. Nella vita forse ancora di più che nell’arte.
Il cavallo agonizzante come simbolo del dubbio
Interessante è anche il parallelismo tra il dilemma relativo alla firma della legge sull’eutanasia e quello legato al destino del cavallo agonizzante che De Santis decide di tenere in vita, nonostante non abbia speranze. Alla domanda sul perché non lo faccia sopprimere risponde: “Perché non me l’ha chiesto”. Una risposta che potrebbe essere interpretata come un paradosso o una provocazione insopportabile, ma che in realtà riflette perfettamente il dissidio interiore del presidente.
De Santis, infatti, non sa ancora se firmare la legge sull’eutanasia, che pur postula una volontà di autodeterminazione espressa da un essere senziente in modo inequivocabile, e di conseguenza si perde completamente di fronte alla sofferenza di un animale che non può e non sa rendere chiara un’intenzione, ma solo la sua sofferenza. Quel cavallo a terra, Elvis, è il simbolo del blocco emotivo e morale di un uomo che in un altro momento del film dice: “Se firmo, sono un torturatore, se non firmo, un assassino”.
In tutto questo la figlia Dorotea, giurista come lui, lo spinge a osare e lo accusa di non avere coraggio, ma il presidente porta la sua riflessione fino alla tensione massima. Questo però non significa non agire. E non tanto perché, come dichiara, i democristiani come lui hanno sempre dimostrato di saperlo fare, quando necessario, ma perché forse la figlia non conosce il padre come crede.
Finalmente un personaggio femminile non stereotipato
Dorotea De Santis, interpretata dalla brava Anna Ferzetti, ci regala finalmente un personaggio femminile ben scritto e con una certa profondità, laddove la precedente produzione di Sorrentino ci aveva purtroppo abituato a figure maschili complesse e affascinanti e a un mondo femminile diviso tra maschere ozpetekiane, macchiette, e oggetti del desiderio.
La figlia del presidente De Santis, pur senza dominare, si fa invece apprezzare con la sua nuda complessità e con la sua emotività trattenuta, senza eccessi e senza dover sedurre a tutti i costi.
I difetti: da alcuni passaggi della sceneggiatura alla figura del papa
Elencati i pregi, si può passare a un paio di difetti. Da un lato ho apprezzato il fatto che Sorrentino abbia resistito alla tentazione di infarcire la sceneggiatura di aforismi, caratteristica assai degenerata negli ultimi anni. Gli perdono “Di chi sono i nostri giorni?”, perché togliergli del tutto le frasi a effetto sarebbe una crudeltà e perché per il resto è riuscito a controllarsi abbastanza bene.
Tuttavia, purtroppo, non è riuscito a evitare che i dialoghi risultassero mediamente deboli o scivolassero a volte nella banalità. Le conversazioni risultano esili, per non dire povere, e sono presenti scivoloni abbastanza imperdonabili. “Quando i bambini sono piccoli sono i genitori a guidarli, ma quando i figli sono adulti a volte sono loro a guidare i genitori”, ad esempio, è un concetto troppo usurato per trovare spazio nella sceneggiatura di un premio Oscar, o nelle riflessioni di un personaggio raffinato come De Santis. Diventato negli anni maestro di immagini e atmosfere, Sorrentino sembra avere dimenticato di essere anche un bravissimo scrittore. Forse dovrebbe ricordarlo.
Altra cosa che non ho apprezzato: la presenza del papa. Basta con i papi, seriamente. Sorrentino ci ha proposto gli alti vertici del clero in ogni salsa e si è divertito a disegnare papi per due intere serie tv. Proprio per questo aver riproposto l’ennesimo non ha funzionato affatto, anzi. Soprattutto considerando che il personaggio non ha alcuna incisività e reagisce alle accorate considerazioni del presidente come chat gpt a un ipotetico prompt “rispondi sempre come in un film di Sorrentino”.
Soundtrack raffinata, struggente la telefonata finale
La soundtrack in compenso è bellissima, soprattutto la componente electro, con la dominante Surf Rider de Il Est Vilaine, 5 Minutes Of Acid di KI/KI o la reminiscente Aurora di Ryuichi Sakamoto & Alva Noto, ma sono notevoli anche le atmosfere sonore del compositore islandese Jóhann Jóhannsson.
Struggente è anche la telefonata finale con la direttrice di Vogue Italia, in cui Servillo ci mostra cosa sia un grande attore e durante la quale annusa brevemente un vestito della moglie, compiendo un gesto che chiunque conosca il potere dell’olfatto nell’evocare i ricordi subirà con la forza di mille pugni nello stomaco. Dopo questo momento ad altissima intensità torna, inaspettato, un umorismo irresistibile nelle immagini finali che ci mostrano De Santis a cena con l’immancabile Coco, ma anche nelle frasi che compaiono sullo schermo a chiusura del film.
Un film che riesce a disinnescare la retorica e a codificare la leggerezza
La bellezza di questo film, non perfetto, ma di sicuro consigliabile, consiste nel fatto di risultare intenso senza essere ampolloso e di saper rendere l’umanità di De Santis in modi diversi e sorprendenti. In questo senso la scena in cui il presidente, invitato alla prima della Scala, insegue Coco nel bagno delle donne per farsi confessare il nome dell’amante della moglie e lei rifiuta insultandolo, quasi vale il film. Così come lo vale l’assunto che la “grazia”, in ultima istanza, risieda nella capacità di saper prendere una decisione anche quando i dubbi restano, e di convivere con una quota di incertezza che è parte della complessità della vita.
Solo in questo modo si può raggiungere la leggerezza dell’ingegnere in orbita nello spazio che si collega con il Quirinale e che “cemento armato” osserva, non visto, sognando di fluttuare nello stesso modo.
Che si tratti di grandi temi etici di rilievo pubblico o di sapere se alla fine Coco Valori sia stata sincera o meno, forse solo la rinuncia alla verità assoluta può portare alla pace interiore e solo l’accettazione della relativa impotenza può permettere a un presidente di fare ciò che deve e a un uomo che non sogna di lasciarsi andare.
Insomma, andate a vedere “La Grazia” e date il bentornato a Sorrentino. Almeno stavolta non ha girato un film in cui una donna bellissima vaga per una bellissima città e a parte questo non c’è altro.
(di Lucia Conti)




