
Quando i fondi pubblici dell’Unione europea finanzieranno un progetto, l’azienda beneficiaria dovrà dimostrare che una quota sostanziale della produzione avviene sul territorio europeo. È questa la logica al centro dell’Industrial Accelerator Act, presentato dal commissario europeo all’Industria Stéphane Séjourné come risposta strutturale a un contesto geopolitico radicalmente mutato, un mondo in cui le potenze, anche quando sono “amiche”, non lesinano guerre commerciali, nel quale si erogano sussidi di Stato su scala massiccia e si implementano restrizioni all’export, e nel quale è sempre più difficile contrastare le violazioni della proprietà intellettuale. La proposta, che sui media viene discussa come “Direttiva Made in Europe” deve ancora ottenere il via libera degli Stati membri e del Parlamento europeo, ma ha già aperto un dibattito acceso, soprattutto in Germania.
Cosa prevede l’Industrial Accelerator Act
La proposta stabilisce che gli Stati membri dell’UE potranno destinare risorse pubbliche all’acquisto di determinati prodotti soltanto se questi rispettano certi criteri, primo fra tutti il fatto di essere di origine europea. L’ambito di applicazione è ampio: acciaio, cemento, alluminio, tecnologie pulite, veicoli elettrici e ibridi plug-in rientrano tutti nel perimetro delineato dalla Commissione.

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Il meccanismo non è però concepito come una barriera assoluta verso i partner esterni. Paesi con cui l’UE ha sottoscritto accordi rilevanti di libero scambio o in materia di appalti pubblici potranno partecipare a determinate condizioni. In base a questa impostazione, acquisti di veicoli elettrici o componentistica automobilistica proveniente da Giappone, Corea del Sud, Canada e Regno Unito potrebbero comunque ricevere sussidi europei.
L’appello di Séjourné: “Europa come scelta strategica”
A febbraio, Séjourné aveva anticipato l’impianto della proposta con un intervento sul quotidiano tedesco Handelsblatt, tracciando un quadro netto: il 2026 è iniziato in un mondo in cui le regole del commercio internazionale vengono riscritte unilateralmente e l’UE non può permettersi di restare spettatrice. Il commissario ha citato come dato emblematico il deficit commerciale record di 350 miliardi di euro accumulato nell’ultimo anno nei confronti della Cina.
La risposta, secondo Séjourné, si riassume nella formula “Made in Europe”: il principio per cui ogni volta che vengono impiegati fondi pubblici europei, questi devono tradursi in produzione europea e in occupazione qualificata. Un’impostazione che il commissario ha definito un atto di indipendenza economica e una diretta attuazione del Rapporto Draghi.
Séjourné ci ha tenuto a precisare che l’approccio non sarà quello del protezionismo, per così dire, grezzo: l’impatto economico delle misure verrà valutato preventivamente, i partner internazionali affidabili saranno coinvolti e il diritto internazionale rispettato. In parallelo, la Commissione punta a migliorare l’accesso delle industrie europee a energia, materie prime, capitali e manodopera qualificata.
Tensioni sulla direttiva per il “Made in Europe”: Macron accelera, Merz frena
Sulla questione dell’origine europea si concentra la parte più controversa del negoziato. Da un lato, la Francia spinge da tempo per quote vincolanti sui prodotti “Made in Europe”: il presidente Emmanuel Macron è tra i più convinti sostenitori di una preferenza europea strutturata e ambiziosa.

Emmanuel Macron (D), Foto: Simon Dawson, CC BY 2.0, via Wikimedia Commons
Dall’altro, il cancelliere tedesco Friedrich Merz (CDU) ha adottato una postura più cauta. A febbraio ha messo in guardia contro un’applicazione indiscriminata delle regole di preferenza europea, riservando questo strumento ai soli settori critici e strategici, e solo come ultima risorsa. “Abbiamo bisogno dei nostri partner commerciali, dobbiamo coinvolgerli”, ha sottolineato il leader della CDU, anticipando le resistenze che il testo dovrà affrontare prima di diventare legge.
Le riserve dell’industria tedesca
Il mondo produttivo tedesco guarda alla proposta con scetticismo diffuso. Peter Leibinger, presidente della Federazione dell’industria tedesca (BDI), ha dichiarato allo Spiegel che l’Industrial Accelerator Act si tradurrà in un aggravio burocratico significativo.
Ma il punto che preoccupa di più è quello delle ritorsioni. “Viviamo principalmente di esportazioni”, ha affermato Leibinger. “Non dovremmo accettare effetti di secondo impatto che renderanno più difficili le nostre esportazioni. E dobbiamo aspettarci queste reazioni”. In altre parole, questa misura potrebbe incattivire eventuali e non esplicitamente menzionati partner che abbiano l’abitudine a utilizzare le guerre commerciali come strumento di negoziazione con gli alleati. Secondo la BDI, i requisiti “Made in Europe” si giustificano solo in settori strettamente definiti, strategicamente essenziali e per un periodo di tempo limitato.
Anche dall’automotive tedesco arrivano segnali di contrarietà, poiché si ritiene che questo genere di norme avvantaggerebbero soprattutto i costruttori francesi, che localizzano la produzione prevalentemente in Europa e per il mercato europeo.
I produttori premium tedeschi si troverebbero invece in una posizione scomoda: molti di loro assemblano negli Stati Uniti veicoli destinati al mercato europeo. Anche qualora questi modelli incorporassero una quota rilevante di semilavorati fabbricati in Europa, potrebbero comunque risultare esclusi dai benefici previsti dalla direttiva. Tutto, quindi, dipenderà dalla formulazione esatta delle norme — e proprio questa incertezza, secondo il rappresentante del settore, rischia di generare quello che ha chiamato un “mostro burocratico”.
Iter legislativo e passi successivi
Prima che la direttiva “Made in Europe” possa entrare in vigore, il testo dovrà percorrere l’intero iter di approvazione: consenso degli Stati membri e voto del Parlamento europeo. Entrambi gli snodi si annunciano tutt’altro che scontati, data la distanza tra le posizioni di Parigi e Berlino e le resistenze dell’industria.
Il dibattito si inscrive in una cornice più ampia: la ricerca di un equilibrio tra la difesa dell’apertura commerciale che ha storicamente caratterizzato l’UE e la necessità di rispondere con strumenti adeguati al sistema internazionale così come è oggi.




