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Licenziata dalla Caritas perché ha abbandonato la chiesa: la Corte di Giustizia Europea le dà ragione

Un’assistente sociale assunta dalla Caritas di Wiesbaden dal 2006, specializzata nel servizio di consulenza sulla gravidanza, ha perso il posto di lavoro a causa di una scelta del tutto privata: la fuoriuscita formale dalla Chiesa cattolica. Martedì la Corte di giustizia dell’Unione europea (CGUE) ha dichiarato quel licenziamento illegale, in una sentenza destinata a fare da punto di riferimento nel dibattito sul diritto del lavoro degli enti ecclesiastici in Europa.

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Il caso riporta l’attenzione su una prassi diffusa soprattutto in Germania, dove l’abbandono formale della propria confessione religiosa è una procedura amministrativa tutt’altro che infrequente. Chi è stato battezzato ma non pratica può scegliere di uscire ufficialmente dalla Chiesa anche per ragioni fiscali: in assenza di tale dichiarazione, lo Stato continua a trattenere non solo la normale tassa sulla religione, ma anche, in alcuni casi, il cosiddetto Kirchgeld, un’imposta ecclesiastica che colpisce in particolare i coniugi con reddito elevato appartenenti a nuclei familiari misti dal punto di vista confessionale.

Il licenziamento dalla Caritas per aver abbandonato la chiesa cattolica

La donna è stata in congedo parentale dal 2013 al 2019. Già nel 2013, infastidita dall’onere fiscale del Kirchgeld, aveva comunicato allo Stato la propria uscita dalla Chiesa cattolica, senza pubblicizzare in alcun modo la decisione. Madre di cinque figli, al rientro dal congedo nel 2019, si è trovata di fronte a una richiesta del datore di lavoro: rientrare nella comunità ecclesiale come condizione per riprendere il proprio incarico. Al suo rifiuto ha fatto seguito la lettera di licenziamento.

La vicenda ha attraversato diversi gradi di giudizio. Il Tribunale del lavoro di Wiesbaden e, successivamente, il Tribunale regionale del lavoro di Francoforte sul Meno hanno entrambi dato ragione alla lavoratrice nella sua richiesta di risarcimento dei danni. La Caritas ha però presentato ricorso in cassazione. Il Tribunale federale del lavoro, ritenendo che la questione investisse direttamente le direttive antidiscriminatorie dell’Unione europea, ha rimesso il caso alla CGUE per un pronunciamento vincolante.

La sentenza

La Corte di giustizia europea ha riconosciuto senza riserve che un’organizzazione religiosa come la Caritas, operante nel settore della consulenza sulla gravidanza, può legittimamente richiedere ai propri dipendenti un comportamento “leale e sincero” rispetto ai valori che la ispirano. Nel caso specifico, tuttavia, la CGUE ha stabilito che quell’obbligo era già pienamente soddisfatto dal fatto che, con la firma del contratto, l’assistente sociale si fosse impegnata al rispetto dei valori fondamentali della Caritas nell’esercizio delle proprie funzioni, impegno che non aveva mai disatteso. Il suo orientamento sull’interruzione di gravidanza coincideva con quello del datore di lavoro. Nel corso del procedimento ha dichiarato di essere ancora una persona credente.

Un elemento ha pesato in modo determinante nella valutazione della Corte: la composizione stessa del team in cui lavorava la donna. Su sei collaboratori impiegati nel servizio di consulenza sulla gravidanza della sede di Wiesbaden, solo quattro erano cattolici. La Caritas, dunque, non richiedeva l’appartenenza alla Chiesa ai dipendenti non cattolici. Applicare quel requisito esclusivamente a chi, pur provenendo da un percorso cattolico, aveva poi scelto di uscirne formalmente configura, secondo la CGUE, una discriminazione basata sulla religione.

Per la Caritas, l’abbandono della Chiesa è un atto “ostile”

La Caritas aveva sostenuto che l’abbandono formale della Chiesa costituisse un comportamento “ostile” all’istituzione. La Corte ha respinto anche questa argomentazione. La lavoratrice aveva comunicato la propria decisione allo Stato, ma non aveva fatto dichiarazioni pubbliche né commenti negativi sull’istituzione religiosa o la fede. Ammesso pure che quell’atto potesse essere interpretato come una forma di distacco dalla Chiesa in quanto istituzione religiosa, quindi, non ne derivava automaticamente alcuna slealtà nei confronti della Caritas.

L’ordinamento fondamentale cattolico per i rapporti di lavoro ecclesiastici qualifica l’uscita dalla Chiesa come “grave violazione della lealtà”, ma, nel diritto del lavoro in Germania e in Europa, quel giudizio non può tradursi automaticamente in un motivo di licenziamento quando le condizioni concrete del rapporto di lavoro non lo giustificano, secondo le leggi vigenti.

Il caso torna quindi al Tribunale federale del lavoro tedesco, che dovrà pronunciarsi in via definitiva tenendo conto delle indicazioni fornite dalla Corte di giustizia europea.

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