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Nuovi successi per “Born to die in Berlin”: da Internazionale all’università del Quebec

Il documentario “Born to die in Berlin”, diretto da Maurizio Spagliardi, ha ottenuto una nuova visibilità grazie alla menzione di Internazionale e si prepara a entrare anche nel circuito accademico, grazie a un’università canadese.

“Born to die in Berlin”: l’interesse di Internazionale e di un’università canadese

Nella sezione dedicata ai documentari, Internazionale ha infatti presentato il documentario come una raccolta di testimonianze e di episodi di resistenza al declino urbano di una Berlino pesantemente trasformata dalla speculazione immobiliare e dalla pressione del turismo. Ma da tempo questo lavoro, che oltre alla direzione di Spagliardi ha Paola Guazzo come autrice, KreativerhofFrancesco Longo come producer, Elisa Aldini come direttrice artistica, Melanie Pichler come aiuto regista ed Elettra De Salvo e Stefan Schneider come narratori, sta facendo molto parlare di sé nei circuiti indipendenti.

Recentemente, il documentario è ad esempio approdato anche su Open Ddb, nota distribuzione indipendente attenta a temi sociali e urbani, dove a febbraio è stato anche selezionato come film della settimana.

Ulteriore elemento di rilievo è l’intenzione manifestata dalla UQAM.ca, università del Quebec con sede a Montreal, di acquisire il documentario per la libreria universitaria con la quale ha già da tempo un rapporto di stretta collaborazione.

Il possibile ingresso nel catalogo accademico collocherebbe di fatto “Born to die in Berlin” non solo all’interno del circuito cinematografico, ma anche in quello educativo, rendendolo strumento di studio.

Berlino tra gentrificazione e trasformazione urbana

Al centro del lavoro di Spagliardi & co. si colloca una Berlino aggredita da processi che nel tempo hanno ridefinito e spesso stravolto l’identità della città: crescita economica, pressione immobiliare, espansione di grandi gruppi economici, Amazon in testa.

Le conseguenze emergono in modo concreto: inquilini sotto sfratto, spazi culturali alternativi che scompaiono, comunità costrette a rinegoziare la loro presenza nel tessuto cittadino e, in ultima istanza, una Berlino sempre più “snaturata”.

Voci e comunità nel documentario

Il documentario dà voce a soggetti diversi ma legati da una relazione quotidiana con lo spazio urbano: esponenti delle istituzioni, ma anche inquilini, attivisti, artisti, comunità queer radicate e resistenti, il cui contributo fa emergere la strenua difesa di spazi creativi intesi come simbolo della Berlino “libera e ribelle” che tutto il mondo conosce.

Parliamo insomma di un lavoro corale, importante, che continua a ottenere riscontri e attenzione, mostrando, oltre al suo valore, anche l’importanza della sua ricerca.

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