Una voce roca che attraversava il fumo dei sigari. Capelli rosso fuoco, cravatta da uomo, una gonna semplice, niente lustrini né frange. Claire Waldoff non assomigliava a nessun’altra artista dei rutilanti cabaret del suo tempo e anche per questo divenne una leggenda. Uno dei dettagli meno noti sulla “Stella di Berlino” è che Waldoff, una donna che stava alla capitale tedesca come Gabriella Ferri stava a Roma, in realtà non era berlinese di nascita. Nata Clara Wortmann nel 1884 a Gelsenkirchen, conquistò Berlino con un mix esplosivo di audacia, ironia e talento musicale che lasciava il pubblico senza fiato e con una voce che i critici dell’epoca definivano quasi maschile. Per oltre trent’anni, dal 1907 fino all’avvento del nazismo, questa donna straordinaria incarnò l’anima più autentica della capitale tedesca, trasformando le storie della gente comune in canzoni che ancora oggi risuonano nei teatri berlinesi.

“Vorrei studiare medicina!”
Figlia di un minatore, Clara crebbe inizialmente in un ambiente che poco aveva a che fare con i riflettori del teatro. L’infanzia trascorse tra Gelsenkirchen e, più tardi, Hannover, dove dal 1896 frequentò il liceo femminile. Non un percorso scontato per una ragazza dell’epoca.
Nel 1899, a soli quattordici anni, Clara scrisse una lettera alla professoressa Hedwig Kettler, donna pioniera nell’istruzione femminile e fondatrice della scuola superiore che le sarebbe piaciuto frequentare. “Intendo studiare medicina”, dichiarava con determinazione. La giovane Clara si dichiarava protestante, annunciava che avrebbe ricevuto la cresima a marzo e che aveva completato la scuola femminile paritaria locale e chiedeva di poter essere ammessa al liceo per proseguire la propria formazione.
I sogni accademici di Clara, tuttavia, naufragarono presto. Il divorzio dei genitori peggiorò le sue condizioni economiche e le rese impossibile l’accesso all’istruzione universitaria. La giovanissima Clara non si perse d’animo, aveva un’altra passione che poteva trasformare in un mestiere: quella per il teatro e la musica. Dal 1901 al 1904 accettò i primi ingaggi tra Bad Pyrmont e Kattowitz (l’odierna Katowice polacca). Teatri di provincia, compagnie itineranti, paghe misere. Due anni bastarono per farle capire però che la provincia la soffocava: era arrivato il momento di scoprire Berlino.
La nascita di Claire Waldoff
Nel 1906 Clara Wortmann arrivò nella metropoli che avrebbe ridefinito la sua esistenza. “Ho visto per la prima volta la gigantesca città di Berlino e ne sono rimasta sopraffatta”, avrebbe scritto molti anni dopo nelle sue memorie. “Ho percepito subito la particolarità di questa città, il ritmo inaudito, il temperamento, l’incredibile brio.”
I primi mesi furono duri: a teatro, Clara otteneva solo ruoli minori e doveva spesso contare sugli amici per riuscire a sopravvivere. La sua sorte iniziò a cambiare nel 1906, con un successo teatrale al Figaro-Theater di Charlottenburg, preludio di ciò che sarebbe accaduto l’anno successivo. Il 1907 segnò la svolta definitiva. Dopo aver adottato il nome d’arte di Claire Waldoff, Clara debuttò al cabaret “Roland von Berlin – Künstlerbühne Admiralspalast” in Potsdamer Straße, a Schöneberg. Cantò una canzone dal titolo “Schmackeduzchen” (un tipo di canna lacustre), scritta da Walter Kollo, giovane compositore e pianista che divenne uno dei suoi più stretti collaboratori artistici.
Il primo spettacolo di Claire Waldoff era composto da appena tre canzonette romantiche. La cantante salì sul palco con un vestito comprato a credito (amava indossare abiti maschili, ma la censura della Berlino pre-Weimar vietava alle donne di esibirsi vestite da uomo dopo le undici di sera), e conquistò il pubblico con il suo stile, il suo modo ammiccante di cantare anche i testi più innocenti. La sua performance fu talmente trascinante che, quella notte stessa, il cabaret fece stampare nuovi manifesti: “Claire Waldoff, la stella di Berlino.” Da quel momento divenne la star indiscussa dei cabaret tedeschi.
L’anima della città
Cosa rendeva Claire Waldoff così diversa dalle altre stelle dei palcoscenici tedeschi di quel periodo? Il cabarettista Willi Schaeffers, che la ingaggiò nel 1908 nel locale “Chat Noir” di Potsdamer Straße, tentò una descrizione: “Una cantante giovanissima, vivace, selvaggia, berlinese, proletaria, quasi più uomo che donna – un’apparizione affascinante, che repelleva il pubblico o semplicemente lo conquistava.” Prima di Marlene, prima delle sperimentazioni queer di Weimar, prima che esibirsi in cravatta, per le donne, diventasse una scelta accettabile e perfino comune, Claire, che si era ambientata a Berlino come se ci avesse sempre vissuto, incarnava un modo completamente nuovo di essere donna sul palco.
Da quella prima esibizione, i suoi tratti distintivi divennero inconfondibili: l’abbigliamento semplice, i riccioli rosso fuoco, ma anche il modo nuovo e fresco di esibirsi. Claire non veniva dalla tradizione teatrale ottocentesca, fatta di gesti ampi e drammatici, di artifici scenici elaborati. Sottolineava piuttosto le esibizioni con un mimica semplicissima ma devastante per efficacia, con tempi comici naturali e perfetti e con un modo irriverente di cantare, che riusciva a suggerire atmosfere e significati nascosti.

Come mai una non berlinese aveva la capacità di incarnare Berlino così profondamente? A volte capita che nasca un amore corrisposto fra una città e qualcuno che ci vive senza esserci nato e per Claire Waldoff era proprio così. Studiava la vita per strada, nei parchi pubblici, nei mercati e nelle osterie, frequentava il “Restaurant Stallmann” in Jägerstraße 14, ma anche il “Toppkeller” in Schwerinstraße, sala da ballo nella quale si riuniva la scena lesbica locale . Passava anche diverse serate al ristorante “Zum Nussbaum” in Fischerstraße, al fianco dell’amico Heinrich Zille, pittore e fotografo della Berlino proletaria. Questo campionario di osservazioni umane si trasformava in un repertorio canzoni che raccontavano la vita delle persone reali.
Il suo repertorio cresceva vertiginosamente. Oltre trecento brani fra canzoni popolari berlinesi, chansons alla maniera francese, melodie d’operetta e altri generi popolari all’epoca. La sua voce, straordinariamente modulabile nonostante il timbro roco, navigava ogni sfumatura tra le canzoni scollacciate e le ballate sensibili. “Ach Jott, wat sind die Männer dumm” (“Oh Dio, quanto sono stupidi gli uomini”), “Wer schmeißt denn da mit Lehm” (“Chi sta lanciando fango?”), “Raus mit den Männern aus dem Reichstag” (“Fuori gli uomini dal Reichstag”) rivelano anche l’irriverenza e il femminismo ante litteram dell’artista. Non mancavano neanche ballate strappalacrime, come “Mutterns Hände” (“Mani di mamma”), capace di commuovere il pubblico più cinico.
Gli anni d’oro tra cabaret e varietà
Il 1917 la vide recitare nel ruolo della cuoca Auguste nell’operetta di Walter Kollo “Drei alte Schachteln” al Theater am Nollendorfplatz (Schöneberg). Dal 1924-25, all’apice della carriera, partecipò alle riviste di Eric Charell. Apparizioni nei varietà più prestigiosi: “Scala” (Schöneberg), “Plaza” (Friedrichshain), “Wintergarten” (Mitte). Tournée in tutta la Germania, radio, dischi – la sua voce inconfondibile risuonava ovunque.
Claire Waldoff era diventata l’incarnazione dello spirito berlinese.
Dal 1919 al 1933 visse all’angolo tra Ansbacher Straße e Regensburger Straße a Schöneberg, dove dal 1989 una targa commemorativa ricorda la sua presenza. Viveva apertamente con la compagna Olly (Olga) von Roeder – fatto tutt’altro che scontato in quegli anni, soprattutto per una figura pubblica.
L’esilio forzato e gli ultimi anni
Poi arrivò il 1933. I nazionalsocialisti presero il potere e Claire Waldoff divenne immediatamente “persona indesiderata.” Troppo audaci le sue canzoni. Troppi ebrei tra i suoi compositori e parolieri di fiducia. Per non parlare del fatto che vivesse apertamente con una donna e frequentasse praticamente solo ambienti antinazisti. Inoltre, dal momento che i regimi e l’ironia non vanno mai d’accordo, molti cabaret chiusero e anche tanti degli amici di Waldoff iniziarono a scegliere la via dell’esilio. Nonostante, almeno in una prima fase, non le fosse esplicitamente proibito di lavorare, gli ingaggi diminuirono drasticamente e la sua musica sparì dalle radio.
Nel 1939, Claire Waldoff e Olly von Roeder lasciarono a Berlino e si trasferirono a Bayerisch Gmain presso Bad Reichenhall, in Baviera, dove possedevano una piccola casa. Lì vissero la fine della guerra, lontane dal caos della capitale distrutta. L’ultima performance pubblica di Claire a Berlino risale al 1950, presso il “Titania-Palast” nella Schloßstraße.

Nel 1953 pubblicò l’autobiografia “Weeste noch…!” (Te lo ricordi ancora…?), titolo in dialetto berlinese che racchiudeva tutta la nostalgia per un’epoca perduta. Quattro anni dopo, il 22 gennaio 1957, Claire Waldoff morì a Bad Reichenhall. Fu sepolta nel cimitero Pragfriedhof di Stoccarda.
L’eredità artistica di una ribelle
Oggi le canzoni di Claire Waldoff continuano a essere eseguite nei piccoli teatri di Berlino e altrove. La sua figura rappresenta un capitolo fondamentale della storia culturale tedesca, testimonianza di un’epoca in cui il cabaret era spazio di libertà, critica sociale, sperimentazione artistica. Prima che tutto venisse spazzato via.
Claire Waldoff non fu solo una cantante o un’attrice. Fu un simbolo vivente della Berlino degli anni Venti, quella città frenetica e contraddittoria che attraeva artisti da tutto il mondo. Femminista prima che il termine diventasse comune, apertamente lesbica quando l’omosessualità femminile era ancora un assoluto tabù, artista che rifiutava i compromessi estetici e politici: la sua vita fu atto di coraggio continuo. La sua voce roca, che sapeva passare dall’urlo al sussurro in una frazione di secondo, portava nelle canzoni l’anima autentica della gente comune. Non idealizzava, non edulcorava. Raccontava Berlino com’era: brutale e tenera, volgare e poetica, disperata e vitale.




