Voci silenziate, dalla Palestina alla censura digitale: intervista a Rima Sghaier

Rima Sghaier è un’attivista femminista, ricercatrice e analista politica, impegnata da anni nella difesa dei diritti digitali. Appassionata di software libero e sostenitrice della libertà su internet, concentra il suo lavoro sull’intersezione tra diritti umani, genere, tecnologia e politiche pubbliche. Ha collaborato con diverse ONG per la tutela della libertà di espressione e della sicurezza digitale, in particolare nell’area SWANA (Asia Sud-occidentale e Nord Africa), ed è membro della MENA Alliance for Digital Rights e della Global Coalition for Tech Justice.
Sabato 20 settembre Rima Sghaier parteciperà alla conferenza Technoviolence – Confronting Systematic Injustice, organizzata dal Disruption Network Lab e in programma dal 19 al 21 settembre (i biglietti sono disponibili qui). L’evento vedrà riuniti numerosi e interessanti panelist internazionali impegnati sul tema. Nell’attesa di ascoltarla dal vivo, l’abbiamo intervistata per voi.
Ciao Rima, grazie mille per aver accettato di parlare con noi.
Grazie a voi per l’invito.
Parliamo della tua presenza alla conferenza Technoviolence – Confronting Systematic Injustice, organizzata dal Disruption Network Lab. Nella tua presentazione, che si intitola Targeted by Design, parlerai di come le big tech e la pubblicità sui social media rafforzino il disordine informativo e le narrazioni xenofobe che colpiscono le comunità vulnerabili e di come alcune narrazioni vengono amplificate e altre silenziate. Perché in ambito digitale è così facile mettere a tacere le minoranze, mentre è così difficile fare il contrario?
Credo che qui sia importante ricordare il contesto delle grandi aziende tecnologiche e di quelle che chiamiamo piattaforme social di massa. Il modo in cui hanno affrontato la regolamentazione della libertà di espressione – o quella che viene chiamata moderazione dei contenuti – è stato sviluppato e implementato soprattutto con riferimento al contesto statunitense, in particolare quello della Silicon Valley, circa 10-15 anni fa. Esistono molte prove delle falle nella moderazione dei contenuti, legate al fatto che queste piattaforme ignorano sistematicamente lingue diverse dall’inglese e alcune lingue neolatine, e ancor più rispetto alle lingue e dialetti del cosiddetto “mondo maggioritario”.
Le regole vengono dettate soprattutto da esigenze di conformità aziendale. Questo porta a un’applicazione di criteri calati dall’alto che non considerano adeguatamente i contesti locali. Per esempio, parlando di Meta (ex Facebook), abbiamo visto moltissimi casi di over-enforcement: contenuti cancellati, account limitati, visibilità ridotta, soprattutto quando si tratta di contenuti in arabo. È stato molto evidente nel contesto della Palestina. Abbiamo assistito a una cancellazione sistematica di contenuti e narrazioni di persone che vivono sotto occupazione e cercano di documentare la violenza quotidiana.

Il primo caso che ho studiato riguarda le proteste di Save Sheikh Jarrah, dove diverse organizzazioni per i diritti digitali della regione SWANA (Sud-ovest asiatico e Nord Africa), nota anche come MENA, hanno raccolto dati sui contenuti rimossi e sul cosiddetto shadow banning, cioè quando le piattaforme decidono di promuovere un tipo di contenuto e declassarne un altro. Abbiamo visto una riduzione drastica della visibilità dei contenuti palestinesi e di quelli solidali con i palestinesi.
Tutto ciò ha portato a ricerche pubblicate e campagne di advocacy per chiedere conto a Meta e proporre soluzioni ai pregiudizi sistemici alimentati in ambito digitale e che stanno causando danni reali. In un contesto in cui Gaza subisce blackout di internet, giornalisti vengono assassinati e i reporter internazionali non possono entrare, limitare ulteriormente le informazioni significa impedire al mondo di capire cosa sta accadendo. Piattaforme come Instagram, Facebook e anche X (ex Twitter) sono state fondamentali per giornalisti e cittadini che, purtroppo, hanno finito per trasmettere in diretta un genocidio.
La perdita di prove documentali a causa di questa censura digitale è enorme e ne comprenderemo pienamente le conseguenze solo col tempo.

Già, assolutamente. Stavi parlando delle politiche di autoregolamentazione dei social media. Negli ultimi tempi c’è stato un grande dibattito su TikTok per due ragioni: da una parte per l’assegnazione del compito di sviluppare la linea dell’azienda in materia di hate speech a Erica Mindel, ex istruttrice dell’esercito israeliano e già collaboratrice del Dipartimento di Stato americano, dall’altra per un accordo tra Stati Uniti e Cina sull’algoritmo di TikTok. Pensi che questo abbia un significato preciso in relazione al silenziamento digitale di certe voci, o è semplicemente una direzione già intrapresa?
TikTok è stata una delle piattaforme più usate per parlare della Palestina e per esprimere solidarietà. Molti giovani, soprattutto della cosiddetta Gen Z, l’hanno usata per commentare, educare e contestare le narrazioni dei media mainstream nei loro Paesi. Questo ha creato attrito, soprattutto in alcuni Paesi del Nord globale, e organizzazioni israeliane hanno accusato la piattaforma di essere “filopalestinese” e di promuovere antisemitismo. Non si trattava di piccole organizzazioni, ma di gruppi con grande potere di lobbying, soprattutto negli Stati Uniti.
Certo, ci sono anche preoccupazioni legittime su privacy e sicurezza, e sul fatto che i dati degli utenti occidentali siano su server cinesi. Ma osservatori e critici ritengono che ci sia anche una componente politica legata alla geopolitica anti-Cina.
TikTok non ha progettato il suo algoritmo per dare voce alle minoranze, semplicemente il suo funzionamento favoriva la viralità dei contenuti più che altre piattaforme. Ma ora vediamo che TikTok sta piegandosi allo stesso paradigma delle piattaforme statunitensi, con il rischio di aumentare la censura digitale.

Il tuo panel parlerà anche di “economie estrattive dei dati”. Che cosa significa?
Il termine deriva dal concetto di capitalismo della sorveglianza spiegato da Shoshana Zuboff. Il modello di business di internet si basa sull’estrazione e la monetizzazione dei nostri dati personali. All’inizio sembrava che i social media ci connettessero liberamente, ma in realtà siamo diventati noi stessi il prodotto.
Le piattaforme sono progettate per farci condividere spontaneamente ogni informazione: dove viviamo, cosa mangiamo, le nostre opinioni politiche, le nostre relazioni. E persino quando non lo facciamo, i colossi creano shadow profiles con i nostri dati raccolti da altri siti. All’inizio questo serviva per la pubblicità mirata, ma poi si è trasformato in un’economia dei dati usata anche per influenzare la politica e le elezioni.
Anche con multe e richiami dall’UE, queste aziende non cambiano modello: l’estrazione dei dati resta il cuore del loro business. E il risultato è che la privacy sta diventando un lusso accessibile solo a chi può permetterselo.

Alla luce di tutto questo, pensi che la libertà su internet sia davvero possibile?
Dipende molto dal contesto. In molti Paesi del Sud globale governi autoritari censurano app, siti e social media. Anche in Europa vediamo derive preoccupanti, come le proposte di legge che minacciano la crittografia o collegano certe forme di espressione al terrorismo.
Però esistono alternative: il Fediverso, le infrastrutture autonome e i software open source offrono modelli decentralizzati che rispettano privacy e sicurezza. Il problema è che non tutti hanno tempo, risorse o competenze per usarli. Servono più iniziative per renderli accessibili e localizzati nelle diverse lingue.
Personalmente faccio parte di comunità che cercano di diffondere questi strumenti e di ridurre la dipendenza dalle big tech. Credo che la libertà su internet sia possibile solo se sempre più persone partecipano a questa transizione.
Ma non pensi che la scarsa facilità d’uso dei software open source escluda proprio le persone più vulnerabili da una maggiore “libertà digitale”?
Era vero anni fa, ma la situazione sta migliorando molto. Sempre più team investono in UX e accessibilità. Ci sono limiti, soprattutto legati ai finanziamenti, ma iniziative come il Sovereign Tech Fund in Germania stanno sostenendo lo sviluppo di software libero.
Inoltre, esistono coalizioni regionali e globali, come la MENA Alliance for Digital Rights e la Global Coalition for Tech Justice, che lavorano sia sull’advocacy sia sul supporto pratico alle organizzazioni che vogliono fare il passaggio verso strumenti più sicuri e autonomi.
Un’ultima domanda: cosa pensi della proposta europea di Chat Control (una proposta dell’UE per monitorare automaticamente alcune tipologie di messaggi privati online)?
È molto preoccupante. Le giustificazioni ufficiali parlano della protezione dei minori online, un obiettivo fondamentale, ma introdurre backdoor nella crittografia significherebbe compromettere la privacy e la libertà di espressione di tutti.
In un’epoca di governi autoritari e crescita dell’estrema destra, regalare questo tipo di potere alla sorveglianza statale rischia di diventare un’arma contro i diritti umani. È un precedente pericoloso, e la comunità che si occupa di diritti digitali lo considera una grave minaccia.




