
La digitalizzazione delle nostre vite ha due facce: da un lato dovrebbe, almeno in teoria, semplificarci la vita, dall’altro spalanca un universo di possibilità per chi vuole abusare dei nuovi messi, compiendo quelli che oggi conosciamo come reati digitali. In Germania e in particolare a Berlino, questo si traduce in un paradosso: la digitalizzazione, quella efficiente che semplifica il lavoro, stenta a decollare e resta indietro rispetto al resto d’Europa, mentre la violenza digitale cresce agli stessi ritmi che nel resto del mondo. L’ufficio centrale della procura specializzato nella violenza digitale ha registrato 1178 episodi criminali nel corso del 2025. Una cifra in crescita rispetto ai 1873 casi del 2023, ma inferiore al record del 2024 con 3059 episodi totali dall’istituzione dell’ufficio nel 2020.
Le forze dell’ordine non riescono a contrastare i reati digitali
I dati raccolti e presentati su richiesta del politico SPD Jan Lehmann mostrano la diversa classificazione dei reati commessi: 1078 episodi di insulti online, 132 minacce dirette, 26 situazioni di diffamazione e 18 casi di calunnia sui mezzi digitali.
L’ufficio centrale affronta diverse sfide operative. Per esempio, manca personale dedicato e formato per combattere questo tipo di reati. Gli ostacoli tecnici sono notevoli: quando i reati vengono commessi usando indirizzi email anonimi, crittografia dei dati, serve proxy e VPN, non è facile risalire ai responsabili. Inoltre, la mancata cooperazione con le piattaforme Internet rappresenta un nodo cruciale e problematico, soprattutto quando si tratta di aziende con sede all’estero.
“La disponibilità a collaborare è molto variabile”, spiega Lehmann, portavoce per la politica digitale del suo gruppo parlamentare. Molte compagnie si nascondono dietro le normative nazionali sulla protezione dei dati. Rifiutano sistematicamente di fornire informazioni alle autorità investigative tedesche. Una resistenza che paralizza le indagini e che richiede, secondo Lehmann, un intervento coordinato a livello europeo per superare questi blocchi normativi.
Revenge porn: l’emergenza silenziosa nelle scuole
Uno dei fenomeni più preoccupanti rimane il cosiddetto “revenge porn“. Particolarmente diffuso negli ambienti scolastici, dove giovani e giovanissimi diventano vittime, ma spesso anche carnefici e fautori di questa forma estrema di violenza digitale.
Si tratta della diffusione non consensuale di materiale intimo, sotto forma di immagini o video, generalmente perpetrata da ex partner come forma di vendetta o controllo. Un crimine che lascia cicatrici profonde nelle vittime, che spesso finiscono per ritenersi responsabile di ciò che è accaduto loro.
I numeri ufficiali, paradossalmente, appaiono bassi. Nel 2024 sono stati registrati appena cinque casi di “violazione della sfera privata attraverso la registrazione di immagini”. Nel 2023 erano stati sei, nei due anni precedenti solo due per anno. Lehmann sospetta che dietro questa apparente stabilità si celi una realtà ben più grave. “Il numero dei casi non denunciati è certamente elevato”, osserva. La natura intima del crimine, unita al senso di colpa e vergogna delle vittime, scoraggia le denunce.
L’impunità digitale: quando la giustizia non arriva
La scarsa propensione alle denunce si intreccia con un altro problema: la limitata efficacia dell’azione penale. Dal 2021, solo in dieci casi di revenge porn è stato possibile identificare i responsabili. Il bilancio processuale risulta desolante. Tre casi si sono conclusi con decreti penali senza reclusione. Due soltanto sono approdati in tribunale, entrambi archiviati.
Un quadro che riflette difficoltà sistemiche più ampie. Dei 4089 casi complessivi di crimini d’odio digitali con sospettato identificato, oltre la metà dal 2021 è stata trasferita ad altre procure, perché il presunto colpevole non risiedeva a Berlino. Altri 410 procedimenti sono stati archiviati senza incriminazione o decreto penale per insufficienza di prove. L’impunità digitale diventa così norma piuttosto che eccezione.
Verso una risposta europea coordinata
“Servono maggiore sensibilizzazione e servizi di consulenza specifici”, sottolinea Lehmann. L’obiettivo: ridurre il senso di vergogna delle vittime e facilitare le denunce. Un’azione penale più efficace rafforzerebbe la fiducia nel sistema giudiziario.
La soluzione, tuttavia, travalica i confini nazionali. “Dobbiamo collaborare più strettamente nell’ambito dell’azione penale, a livello tedesco e preferibilmente europeo”, conclude il politico SPD. Solo così la legge potrà raggiungere efficacemente anche i reati commessi nel mondo digitale.




