Una mostra di D**k Pic e fiori ricamati a Berlino. Per parlare di violenza in modo divreso
“Not Even With a Flower” è il titolo di una mostra della fotografa Maria Silvano, che vi consigliamo di andare a vedere (e ve ne abbiamo anche già parlato qui). Si terrà il 12 luglio a partire dalle ore 17 presso il Murx, in Karl-Marx-Straße 282 ed è organizzata in collaborazione col centro antiviolenza Siamo Maree di Berlino. Quando entrerete nello spazio che la ospita, però, dovrete lasciarvi alle spalle tutto quello che sapete sulle mostre e il concetto stesso di mostra fotografica, perché in questa occasione il compito di chi entra non è guardare, è pensare, provare, sentire. A guardare ci hanno già pensato altr*. Perché? Perché è una mostra di dick pic.
L’intera mostra è composta da mazzi di fiori ricamati. Questo, almeno, vedrete alle pareti. Avvicinandovi, però, noterete qualcosa di strano. I ricami sono fatti non su stoffa, ma su fotografie stampate. Guardando ancora meglio, vi accorgerete che si tratta di una mostra di dick pic. Foto di peni. Foto inviate senza che l* ricevente le avesse richieste, foto di mani che stringono genitali eretti, utilizzati come forma di comunicazione. Maria Silvano ha chiesto a tantissime persone FLINTA di condividere in forma anonima queste foto e le storie di come sono state ricevute, di cosa hanno provocato in chi ha aperto una email o un messaggio e hanno trovato un pene. Queste foto, Maria le ha stampate e poi ci ha ricamato sopra qualcosa di bello, fatto con cura e con amore. Ne abbiamo parlato con lei.

Come è nata l’idea di una mostra di dick pic e come è arrivata a essere ciò che è oggi?
Dopo le prime esperienze e le prime mostre legate a questo progetto, mi sono accorta che è un lavoro che ha bisogno di uscire dalle dinamiche classiche della galleria e ha bisogno di associarsi agli spazi antiviolenza, perché è un lavoro fortemente politico. È nato dalla mia posizione di madre, perché mi sento addosso la responsabilità di avere due figli e l’importanza di educarli in un determinato modo e la volontà di non fare determinati errori che sono stati fatti con me. E questo nonostante mia madre sia è femminista e i miei genitori siano delle persone di sinistra molto aperte, Gli errori ci sono in tutte le famiglie.
Tempo fa una mia carissima amica, che era assidua frequentatrice di Tinder, questa mi disse “sono tre giorni che sto chattando con uno e non mi ha ancora mandato una dick pic, che strano!”
Ho realizzato che lei si era talmente abituata al fatto di ricevere queste immagini che la loro assenza l’ha turbata. Questo mi ha portato pensare alla prima volta che ho avuto a che fare con un esibizionista, avrò avuto dieci anni e mi ricordo la sensazione di tornare a casa a condividere questo schifo con mia madre, la quale mi disse “tesoro, è normale prima o poi capita a tutte”.
Tecnicamente è vero che capita a tutte, ma non è normale.
No che non è normale. Secondo me, il problema qui è proprio la normalizzazione di questo gesto. Purtroppo è vero che capita a tutte: più vado avanti e più questo lavoro si nutre delle storie delle persone che decidono di parteciparvi e delle foto che mi vengono donate. Le dick pic sulle quali ricamo sono reali, sono proprio “donazioni” che mi sono state fatte per questa mostra nell’arco di alcuni anni. E il concetto stesso della dick pic per me è la scusa per parlare di una cosa più grande: la mia domanda fondamentale, alla base di questo lavoro, è “che cos’è l’abuso? Che cos’è che ci fa sentire abusate?”.
Che cos’è per te una dick pic?
La cosa che mi “affascina” della dick pic è questa idea di una violenza effimera, io non trovo che ci sia una grande differenza tra l’atto di mandare una dick pic e il gesto del “maniaco” esibizionista che si mostra al parco, perché l’azione è la stessa, è un’azione immediata, veloce, è un’azione in cui una persona si impone su un’altra, lasciandole addosso questa sensazione di dubbio, di sporco. Siamo portate a crederci se sia colpa nostra, se abbiamo fatto qualcosa che possa aver dato il via libera alla persona che ci impone la visione di certe parti del suo corpo. Insomma, la dick pic è un modo per parlare di un tema molto più ampio, che è quello che cerco di fare nella mostra.

Tu hai mai parlato con un uomo che manda le dick pic e si giustifica? Ti hanno mai spiegato perché, secondo loro, è giusto farlo?
Una cosa molto interessante di questo lavoro è proprio la risposta degli uomini, perché a tutte le mie mostre c’è sempre quello che arriva e mi dice “ma sì, l’ho fatto anche io, non esagerare, è solo una dick pic”, oppure quello che dice “non è vero che succede a tutte le ragazze” e magari accanto ha la moglie o la compagna o la sorella alla quale è successo, per non parlare delle battute che vengono fatte durante la mostra o delle shitstorm che si creano dopo ognuna.
Che tipo di commenti hai ricevuto?
Mi è stato detto se ricevo queste foto è perché me lo merito, che a questo punto potrei “farmi ricamare la figa” o che sono una puttana, che le donne che hanno partecipato a questo progetto a loro volta sono tutte puttane.
Tu come interpreti queste risposte? Come una forma di paura? Pensi che il problema sia sentirsi scoperti e magari il terrore che sotto uno dei ricami ci sia il proprio pene?
Io un po’ me lo auguro che prima o poi uno dei “peni” partecipi alla mia mostra inaspettatamente. Sarebbe meraviglioso che qualcuno venisse alla mia mostra e improvvisamente si ritrovasse lì, quello sarebbe un grande successo per me.

Conosci l’identità degli uomini che hanno mandato le dick pic che fanno parte della mostra?
No, le persone FLINTA che hanno deciso di partecipare loro raccontandomi la loro esperienza mi hanno mandato sempre le foto senza dirmi di chi si trattasse.
Prima hai parlato di errori fatti nell’educazione. Puoi farmi qualche esempio, sia come figlia che come madre di un bambino e di una bambina?
Questo è un tema gigantesco perché si sbaglia sempre. Io sono cresciuta in un ambiente piccolo-medio borghese, in una città come Venezia, con genitori aperti, però comunque ci sono dei codici culturalmente definiti che secondo me bisogna cercare di scardinare. C’è un discorso legato alla normalizzazione che è fondamentalmente sbagliato, come anche la paura, il senso della vergogna. Nonostante io non venga da una famiglia cattolica, mi rendo conto che c’è un cattolicesimo di fondo legato al Paese dal quale vengo e quindi un’idea che comunque mi è pesata addosso per tutta la vita, traducendosi in un senso di colpa costante.
La sensazione era quella di un forte soggiogamento, di un senso del “peccato” legato all’essere donna e quindi una differenza di genere fortissima. Io mi reputo una donna femminista, credo nell’idea rivoluzionaria che le donne e gli uomini siano uguali. E mi rendo conto che ancora oggi, nella Berlino del 2025, c’è ancora un lavoro enorme da fare. Possiamo dire che, nonostante si sia raggiunta probabilmente un’uguaglianza formale di diritti tra uomini e donne non, si è ancora raggiunta una parità di genere e una libertà di genere. Questa è una cosa che io ho sentito fortissimo in me, nel mio percorso e che ad oggi sento ancora pesare sopra i miei figli, è una cosa sulla quale io sto lavorando moltissimo.
I tuoi figli sono piccoli quanta consapevolezza hanno del fatto che esistono delle persone che fanno dei propri corpi un uso che può essere violento nei confronti degli altri?
Io questo lavoro l’ho iniziato proprio pensando a loro. Lo so, sembra assurdo, considerata la violenza delle immagini che espongo. I miei figli le hanno viste queste foto e non riescono esattamente a capire neanche che cosa siano.
Le hanno viste con o senza il ricamo?
Le hanno viste con il ricamo, quindi vedono solo il mazzo di fiori, come è giusto che sia. I miei figli sono consapevoli della violenza, anche se, ovviamente, non in maniera esplicita. Però io sto già iniziando a spiegare loro che è necessario stare attenti, che non tutte le persone sono sempre mosse da buoni principi, che è importante essere rispettosi del corpo degli altri e avere molto rispetto anche del proprio corpo, che è sacro.
Come ti è venuta l’idea di ricamarci sopra dei fiori?
L’idea mi è venuta a partire dal detto secondo cui “le donne non si toccano neanche con un fiore” e che in passato ci mandassero dei mazzi di fiori invece adesso ci mandano questo. E poi mi colpiva questo ossimoro, il contrasto tra l’immagine esibizionistica raccolta in uno scatto e un lavoro che invece richiede moltissimo tempo, come il ricamo: un lavoro manuale, un lavoro antico che un tempo era anche legato alla sfera femminile. Il ricamo di fiori su un’immagine così violenta non vuole essere un lavoro censurante ecco non c’è nessuna censura dietro, ma un gioco, la volontà di disinnescare delle immagini per sé è estremamente violente.
Secondo te c’è consapevolezza generalizzata, fra le donne, del fatto che anche una semplice foto possa essere un atto violento, anche se la persona non ti si avvicina con il suo corpo e invece ti impone a distanza la visione dei suoi genitali?
Mi rendo conto sempre più spesso, parlando con diverse persone FLINTA, che la risposta è proprio questa. C’è ancora moltissimo da fare, c’è ancora l’idea che alla fine questa immagine disturbante non vada veramente vissuta come abuso. Il percorso è ancora lungo.
Secondo te che cosa è mancato nell’educazione che ha ricevuto la nostra generazione? Penso soprattutto alle persone socializzate come maschi, a come avrebbero potuto avere una consapevolezza diversa di che cosa vuol dire relazionarsi con l’altro, con le persone da cui ti senti sessualmente attratto.
Questa è una domanda gigantesca e vorrei avere una risposta chiara. Io credo che molto abbia a che fare con l’educazione sentimentale, che dovrebbe partire da una capacità di leggere i propri sentimenti e di dare voce alle proprie emozioni, una capacità di mettersi in ascolto di se stessi che ti consenta di ascoltare anche i bisogni del prossimo.
Io credo che la nostra generazione sia ancora molto spaventata. Noi siamo cresciuti negli anni 90 e a un certo punto si è iniziato a parlare di cose come padofilia, stupratori, liceali che entravano nelle scuole e massacravano tutti, stupri di guerra, terrorismo, lo si vedeva nei film nei libri, si vedevano uomini che mettevano in atto la propria violenza. Un bombardamento costante che ti terrorizza che ti immobilizza. E crea anche un po’ l’idea che l’uomo sia fatto di questa “materia”.
Io ho avuto a lungo molta paura degli uomini e credo che anche un ragazzo che cresce con questo bombardamento mediatico costante, che ti dice che l’uomo è cattivo, sia portato a pensare che probabilmente quella sia la sua natura, che sia il modo giusto di essere.
Quindi come se l’uomo in quanto tale non avesse nient’altro da offrire oltre alla violenza?
Probabilmente sì. Poi non bisogna generalizzare, però credo che ci siano stati pochi esempi di uomini dolci. Io sono molto curiosa della nuova generazione di bambini, della generazione dei miei figli, perché è la prima generazione che ha dei padri emotivamente presenti. Io mi rendo conto che c’è un cambio radicale, lo vedo già in mio marito, nella presenza che lui ha nella nostra famiglia rispetto a quella che è stata la presenza che aveva mio padre, un padre favoloso, è un padre favoloso, che perl lavorava e basta. Era un padre sempre molto preoccupato, sempre molto stressato, sempre molto indirizzato verso la carriera, invece mi rendo conto che la nuova generazione di uomini, di padri, è più presente. Io mi auguro appunto che questo abbia anche delle ripercussioni positive sui nostri figli, facendo di loro degli uomini più dolci, meno spaventati dalla propria affettività.



