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di Silvio Talamo

Eravamo al Lichtblick-Kino, una sala cinematografica di Prenzlauer Berg situata sulla Kastanienallee, quando abbiamo assistito al film documentario Balkan Dreams, un’opera di un autore italiano amante di John Fante che vive ormai da molti anni a Berlino: Gianluca Vallero.

Il cinema, piccolo se messo a confronto con le grandi sale multischermo che ormai prendono spazio in città ma, al tempo stesso, molto accogliente, era decisamente pieno e il pubblico, bevendo un po’ di vino bianco e assaggiando grissini berlinesi nell’immancabile ingresso-bar, ha aspettato la proiezione e in seguito si è trattenuto per discutere insieme del girato.

Balkan dreams parla di due ragazzi figli di immigrati balcani e del loro sogno, quello di diventare musicisti professionisti e di potersi esprimere con il proprio strumento, la tastiera, nel tentativo di guadagnare con la propria musica.

I ragazzi sono rispettivamente Mirca e Zoran, Rom di origine croata l’uno e figlio di padre serbo e madre croata l’altro. Seguiremo i ragazzi lungo il percorso della loro crescita, li vedremo affrontare le difficoltà della loro scelta: cercare date, concerti, progetti e ingaggi.

Vedremo anche il loro maestro, Milenko Trifkovic, come gli altri immigrato e residente a Berlino, considerato da Mirca come un secondo padre. Vedremo poi anche Robert, l’amico aspirante comico. Li vedremo fondare una band, suonare dopo i primi ingaggi e poi affrontare gli immancabili problemi economici, sulla stessa scia di tutti gli artisti che ruotano in un circuito “di base”, non solo berlinese. Li vedremo, ancora, insistere, vacillare, tornare a suonare e ancora vacillare.

Vince chi insiste, dice l’autore con sentita passione, chi non si ferma.

Il film ci è piaciuto e andando al di là della prospettiva della vittoria o della sconfitta (che non è sempre l’unico metro per misurare un’operazione nata nel vasto e vivo magma delle autoproduzioni grandi e piccole), il tutto ci sembra un’operazione riuscita. Il film riesce cioè a descrivere molto bene lo spaccato di vita che registra.
Gianluca Vallero afferma: “Mi piace raccontare storie di gente comune, che a volte sono più straordinarie di quelle di personaggi famosi. Raccontare di gente che si trova a vivere in un contesto sociale in cui non è perfettamente integrata”.

In una potenziale collocazione diremmo che i protagonisti certamente non sono i tipici hipster, che potremmo trovare ormai ovunque, e neanche quella tipologia di artisti o giovani che si aggirano, con condivisibile soddisfazione, cercando spazi per i locali più cool della città. Sono stati assecondati dalle famiglie nel loro desiderio di studiare lo strumento anche con un certo sforzo, rimanendo attaccati, specialmente Mirca, alle proprie tradizioni e alla propria terra, dove il padre gli trova una donna.

Quindi parliamo anche di una storia di immigrazione e difficoltà, immersa in un contesto storico che oggi potremmo dire globale.
La loro musica, pur fortemente marcata da gusti regionali, non ci sembra appartenere a quel tipo di ondata balcanica che ha preso piede in Europa, è semmai più vicina a sonorità neomelodiche, diremmo in Italia.

Ma c’è anche un altro aspetto: essendo Balkan dreams un documentario, sulla scena non sono presenti attori ma i reali protagonisti, seguiti da Vallero e dalla sua troupe, passo passo. Mirca e Zoran sono stati accompagnati e filmati nel loro ambiente umano in un percorso durato cinque anni.

Pensiamo all’intervista al padre di Mirca, il signor Radu, in canottiera bianca nel piccolo salotto della casa dove parla del figlio e del fatto che non si sia invaghito della fisarmonica, strumento che ha un suo spazio nella cultura di provenienza, ma abbia voluto una tastiera elettronica. Ce lo ricordiamo, sempre il signor Radu, danzare in patria al matrimonio del figlio, con il lenzuolo macchiato di sangue legato al busto che testimonia la verginità della ragazza.

La camera riprende l’amicizia di Zoran e Mirca, che si sviluppa attraverso i dialoghi, anche quando parlano della guerra in Serbia. Particolare non secondario visto che nella loro scuola di musica, da cui tutto è partito e dove lo strumento lo hanno imparato, confluivano diverse etnie che in patria sarebbero state nemiche ma che lì, invece, la vita accomunava.

Poi, in uno di questi dialoghi, Mirca dirà all’amico di non poter fare più parte della band perché ormai ha una moglie e aspetta un figlio. Zoran troverà, dal canto suo, un lavoro più vicino alla sua passione, lavorando per un lungo periodo in uno dei più noti negozi di strumenti musicali della città, dove l’ho visto per la prima volta, per poi probabilmente cambiare ancora. Il resto di Balkan Dreams è tutto da vedere.

C’è quindi un inizio, uno svolgimento ed una fine, ma non c’è scrittura o copione. O meglio, inizialmente una struttura ci sarebbe anche stata, ma poi gli eventi hanno sconvolto il quadro. Dice ancora Vallero: “Inizialmente volevo girare le vicende dei ragazzi nell’arco di un anno. Tutti avevano dei progetti artistici che volevano realizzare entro quel periodo. Dopo pochi mesi le loro vite si sono stravolte. A me non rimaneva altro da fare che rinunciare al progetto a cui stavo dietro già da parecchio oppure andare avanti e farmi sorprendere dai casi delle loro vite bizzarre, a volte comiche, altre tragiche. Ho preferito rischiare e andare avanti”.

Quanta differenza con tutta una serie di produzioni mediatiche che pure pretendono di decuplicare i realismi… neanche il regista ad un certo punto poteva sapere dove sarebbe andata a finire la cosa, così come è difficile sapere dove vada a terminare il realismo.

Uniti alla sensibilità del filmmaker, sono stati quindi più gli avvenimenti a tracciare una drammaturgia. La narrazione è scandita da svolte e le svolte sono gli eventi che si sono presentati alla vita dei ragazzi e a noi, attraverso la telecamera.

Ci saranno sicuramente altre proiezioni e altre possibilità di vedere il lavoro di Vallero che nel frattempo fa anche il doppiatore qui a Berlino. Il regista sembra conoscere bene le difficoltà che tutti i progetti partiti dal nulla e con poco budget devono affrontare per non dissolversi, ma andando ora incontro, giusto per un momento, alla metafora che Vallero ci ha proposto, e vedendo lo stesso protagonista Mirca contento della bella moglie e del figlio, potremmo dire che vince chi, fatta una scelta (se si ha il coraggio di farla) la sa portare avanti con forza.

Nel campo artistico, che ci interessa in questa sede, vince chi, nonostante tutto, riesce a produrre contenuti ed opere. Questa è la scommessa che il regista ha accettato e tutto sommato anche i suoi protagonisti. Non c’è bisogno d’arrivare ad altro.