di Lorin Decarli – volontario di EMERGENCY Deutschland

Secondo quanto riportato dalla missione di assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan (UNAMA), in luglio più di 1.500 civili sono stati feriti o uccisi nel Paese, portando a oltre 41.000 le persone che, solo negli ultimi 20 mesi, sono rimaste vittima del conflitto. Una media di 10 morti e 20 feriti al giorno. Il 30% delle vittime di guerra nel mondo, come scrive Tagesspiegel.

Staff medico al lavoro nel Centro di chirurgia per vittime di guerra di EMERGENCY a Kabul, in Afghanistan (foto: Giulio Piscitelli)

Nonostante questo, il 27 agosto si è verificato il ventisettesimo rimpatrio collettivo dalla Germania in Afghanistan dal dicembre 2016. Un volo partito da Francoforte sul Meno, tra le proteste di attivisti delle reti di solidarietà, che ha fatto salire a 676 il numero totale di afghani rimpatriati in meno di tre anni, da quando è stato firmato l’accordo bilaterale che consente di riportare nel loro Paese d’origine, anche con la forza, i richiedenti asilo afghani la cui domanda sia stata respinta.

Nonostante la guerra lì non sembra possa finire, coinvolgendo sempre più vittime civili, il numero di rimpatri verso Kabul eseguiti dalle autorità tedesche è continuato a crescere nel tempo. Dai dati resi noti dal governo la Germania risulta aver rimpatriato nel 2018 un totale di 284 afghani, più del doppio rispetto all’anno precedente.

Intanto, tra l’inizio del gennaio 2015 e la fine del luglio 2018 sono state respinte 87.683 domande di asilo di afghani dalla Germania, dove risultano oggi essere presenti circa 24.000 afghani con l’obbligo di lasciare il Paese (dati del Ministero degli Interni federale di fine agosto). La maggior parte di queste persone vive nell’angoscia di subire un rimpatrio forzato, di perdere tutto quel che ha e tornare in mezzo al conflitto.

In Afghanistan EMERGENCY ha costruito e gestisce un centro di maternità e tre centri di chirurgia, ad Anabah nella Valle del Panshir, nella capitale Kabul e a Lashkar Gah nella provincia meridionale di Helmand. Queste strutture sono collegate ad una rete di circa 45 centri di primo soccorso distribuiti sul territorio, che abbiamo predisposto negli anni per poter raggiungere capillarmente anche aree più isolate. Abbiamo iniziato a lavorare nel 1999 e da allora abbiamo curato più di sei milioni e mezzo di persone: in un Paese di poco più di 30 milioni di abitanti, possiamo dire che una persona su 6 ha ricevuto il nostro aiuto.

Oggi, la crescita costante dei numeri dell’attività e dei ricoveri delle nostre strutture confermano i rapporti delle maggiori agenzie internazionali. La guerra colpisce sempre più violentemente e solo a Kabul il centro chirurgico di EMERGENCY nei primi cinque mesi del 2019 ha accolto 1.414 pazienti, il 15% dei quali con meno di 14 anni. Ogni giorno nel nostro ospedale della capitale afghana arrivano in media nove nuovi pazienti: il 56% presenta ferite da arma da fuoco, il 32% da schegge e mine.

L’Afghanistan è in guerra ormai da 40 anni, dall’invasione sovietica della vigilia di Natale del 1989. Negli ultimi anni si è verificato un costante peggioramento della sicurezza nel Paese mentre sul terreno c’è ancora l’eredità dei conflitti precedenti: mine antiuomo e ordigni inesplosi. La situazione è drammatica. Si rimane vittima di bombe e attentati in città e in campagna; andando a scuola, al mercato, mentre si pedala in bicicletta o si lavora; si muore in motorino o mentre si festeggia un matrimonio. In ogni momento, in Afghanistan, si teme per se stessi e per i propri cari.

Il Centro di chirurgia per vittime di guerra di EMERGENCY a Kabul, in Afghanistan (foto: Gianluca Cecere)

Anche sulle pagine online dei social network cerchiamo di tenere sempre una finestra aperta su quel che avviene nel Paese e nei nostri ospedali. Parliamo delle persone, dei pazienti e dei medici, che nonostante tutto, nonostante la guerra, continuano a resistere giorno dopo giorno. Sono storie di speranza e forza.

Per chi conosce la cronaca afghana risulta impensabile che dei governi europei possano immaginare di rimpatriare persone in quell’inferno. Nell’UE sono però diversi gli Stati membri che rimpatriano persone in Afghanistan.

È stata data in passato ampia rilevanza alla scelta di alcuni piloti della Lufthansa di non essere complici di questi rimpatri verso territori lacerati da conflitti sanguinosi. Si tratta di una forma di opposizione a politiche crudeli che non si è arrestata. Nel 2018 in almeno 506 casi piloti e pilote di linea hanno impedito rimpatri dalla Germania, rifiutandosi di prestare servizio. Nel 2016 erano stati 139 a dire no; 314 nel 2017.
Più di 120.000 persone provenienti dall’Afghanistan vivono in Germania, nella speranza di ricevere protezione e riconoscimento del loro diritto a restare. Ma chi scappa dalla guerra deve essere accolto e, in nessun caso, deve potervi essere rispedito. È necessario ricordare a tutti che l’Afghanistan non è un paese sicuro. Afghanistan is not a safe country. Afghanistan ist kein sicheres Land.

Heute findet die 27. Abschiebung nach Afghanistan statt. Wir sind am Frankfurter Flughafen und demonstrieren gegen die Abschiebungen und fordern ein sofortiges Ende!!STOP DEPORTATIONKEIN MENSCH IST ILLEGAL!!

Posted by Hessischer Flüchtlingsrat on Tuesday, August 27, 2019

 

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La rubrica “Raccontare la pace” è frutto della collaborazione dei volontari di EMERGENCY Deutschland con Il Mitte.

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