The Visual House

di Carlo Cerofolini

Reise nach Jerusalem ci racconta una Germania diversa da quella che crediamo di conoscere.

Raccontando la precarietà lavorativa della sua protagonista, Lucia Chiarla realizza una tragicommedia che si produce in un’impietosa quanto efficace requisitoria della società tedesca, messa sotto accusa laddove è invece ritenuta modello virtuoso da imitare.

Se è vero che in Europa e nel mondo la circolazione dei film tedeschi non è cosi diffusa, tanto che anche i grandi festival, salvo rare eccezioni, faticano a metterli in concorso, stupisce non poco di trovarsi di fronte a uno di questi, Reise nach Jerusalem, diretto da una regista italiana. Ma non basta, perché per il suo debutto alla regia l’attrice e sceneggiatrice Lucia Chiarla si è tuffata anima e corpo nel tessuto urbano berlinese, uscendone fuori con una storia che, se non fosse per il nome in cartellone, nessuno considererebbe realizzata da un autrice italiana. Trasferitasi in Germania “per respirare aria nuova e farmi influenzare da gusti diversi dal mio”, la Chiarla ha iniziato una nuova carriera, che l’ha vista dapprima autrice e interprete alla Berlinale con Bye Bye Berlusconi, e ora anche regista con un lungometraggio che, dopo il successo di pubblico riscosso a Berlino, si appresta ad aumentare il numero di copie da distribuire nel resto della Germania.

La regista Lucia Chiarla @Kess Film

Nell’intervista la neo-regista ci tiene a sottolineare come il gradimento del pubblico non dipenda solo dal fatto che la cornice drammatica della storia è stemperata “da uno humour che si rifà alla leggerezza della commedia italiana”, ma anche dall’esemplarità della vicenda di Alice, la quale, nel disagio seguito alla perdita del posto di lavoro e nell’assurdità delle procedure da seguire per non perdere il sussidio di disoccupazione, fa da specchio alle migliaia di persone che in Germania si ritrovano nella stessa situazione.
“Abituati a sentirsi dire che la disoccupazione è colpa del singolo e non una crisi di sistema, le persone si vergognano e si chiudono agli altri” dice la Chiarla “da qui l’idea di spezzare la tensione drammatica con inconvenienti e vicissitudini così assurde da sfociare nella risata, vero e proprio collante che unisce e dà coraggio nel far venire a galla il sommerso di cui nessuno vuol sentire parlare”.

Eva Löbau e Beniamino Brogi in una scena del film @Kess Film

Se il tema principale è quello della precarietà lavorativa e delle sue conseguenze, Reise nach Jerusalem è anche un’impietosa quanto efficace requisitoria della società tedesca, messa sotto accusa laddove è invece ritenuta modello virtuoso da seguire e da imitare. In questo senso la Chiarla non ha dubbi nell’affermare che il famoso “efficientismo tedesco” risulta sterile, poiché, come si vede nel film, non porta a nulla di produttivo.
“La Germania specula tanto sulla sua immagine vincente mentre i fatti ci dicono che si tratta di una vera e propria mistificazione” afferma l’autrice rincarando la dose, “Gli stipendi continuano a diminuire e la gente vive nella paura di perdere il lavoro. Il mio film queste cose le dice e le fa vedere senza alcun velo”.
Pur mantenendosi dalle parti del cinema classico, assegnando alla protagonista il compito di costruire la storia raccontando in maniera lineare le proprie traversie, Reise nach Jerusalem si prende spesso deroghe che, senza alternare la centralità della narrazione, riescono a trasferire sull’immagine lo stato d’animo di Alice.

TRAILER DEL FILM

Così, a differenza di maestri quali Ken Loach e Stephane Brizè, che nel denunciare le storture del medesimo argomento utilizzano uno stile documentaristico, la Chiarla opta per un dispositivo più controllato, che impasta luci e colori all’interno di inquadrature la cui verosimiglianza riguarda soprattutto la dimensione esistenziale del personaggio. Da qui l’esasperazione di prospettive che deformano la realtà degli ambienti per evidenziare le caratteristiche kafkiane dell’organizzazione responsabile delle sorti lavorative di Alice. “L’aspetto kafkiano è fondamentale. Anzi, questo è stato il termine chiave verso cui improntare la mia regia” spiega l’autrice, senza dimenticare che l’innaturale perfezione delle immagini, sintomo della freddezza e dell’anonimato che circonda Alice, altro non è che la fascinazione esistente nei confronti di un’estetica del brutto che finisce per influenzare, in negativo, la vita delle persone. Se poi le si chiede com’è stato lavorare con un’attrice così brava, i natali italiani tornano a farsi largo nei complimenti che la Chiarla rivolge a Eva Löbau: “Per me lei è una sorta di Giulietta Masina, a partire dal viso e poi nella predisposizione a passare dal drammatico al comico. All’epoca in cui l’avevo vista recitare nel film di Maren Ade non conoscevo il tedesco eppure, attraverso gesti ed espressioni, mi aveva fatto capire cosa stava succedendo. Lavorare con lei è stato molto bello!”.

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