“Quello che manca davvero oggi è l’alternativa”, intervista con Rodrigo D’Erasmo degli Afterhours

25 April 2017

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di Pietro Di Matteo

Francoforte – Mercoledì 19 Aprile, in collaborazione con Radio X Italia, TeleVideo Italia e Il Mitte Fracoforte, si sono esibiti al Das Bett gli Afterhours e Il Cile, per quella che è stata la loro prima tappa del Tour Europeo.

È stata una serata carica di energia dove Manuel Agnelli, assieme agli altri componenti del gruppo in splendida forma, si sono esibiti per oltre un’ora e mezza, suonando sia i brani più recenti derivati dal loro ultimo lavoro “Folfiri o Folfox” sia i grandi classici come “Male di miele” contenuto in “Hai paura del buio?”.

Prima del concerto, ho avuto la possibilità di fare qualche domanda a Rodrigo D’Erasmo, ed abbiamo parlato del loro ultimo lavoro e non solo.

Come vedete la scena Rock Indipendente in Italia? Ad aprire il vostro concerto ci sarà “Il Cile”. Ci sono altri gruppi che apprezzate particolarmente?

È un momento particolare per parlare di musica indipendente in questa fase storica e farlo risulta decisamente anacronistico.

Parlare di “indipendente” inteso come fuori dalle Major è già un concetto un po’ fuori dal tempo, perché quello che manca davvero oggi è “l’alternativa”, che poi altro non è, che un modo di chiamare il genere Indie, che è invece il grande assente in   questo periodo.
Si è esaurito un ciclo, che era quello da dove venivano anche gli Afterhours, quello di fine anni Ottanta e che è poi proseguito per tutti gli anni Novanta e che aveva generato una controcultura che, oggettivamente, adesso non esiste più.

Ora, tutti quelli che fanno la cosiddetta “musica alternativa”, si sono orientati più verso un pop di derivazione cantautorale, con dei riferimenti più legati al periodo anni Ottanta della canzone italiana, con dei dati e un successo anche notevole, rispetto a quello che hanno visto negli ultimi dieci anni i cosiddetti cantautori Indie.

La cosa che riscontro personalmente è che non c’è assenza di talento, anzi, di gente che suona in giro c’è né anche troppa. Quello che manca è la peculiarità. Ci sono delle macro-famiglie a cui si tende ad assomigliare per cercare di rincorrere un po’ quello che già funziona, con poco desiderio di distinguersi nel cercare un’altra chiave, un rielaborare, provando a tirare fuori qualcosa di unico e di speciale.

Discutendo con un mio amico musicista e vostro grande fan, è nata questa domanda riguardante la vostra strumentazione. Come è iniziata, e come sta andando, la recente collaborazione con Hiwatt (marca britannica di amplificatori per chitarra e basso) e se continuerà anche durante questo Tour Europeo?

Questa collaborazione è nata dal desiderio, di cambiare un po’ il sound in quest’ultimo disco che richiedeva l’uso di alcuni pedali molto violenti, che caricano gli amplificatori di uno stress particolare, che l’Hiwatt riesce a sostenere, mentre gli altri che abbiamo testato, purtroppo, siamo anche arrivati a romperli. (ride). Per cui in questo senso, c’è stato un cambio sonoro abbastanza importante sopra tutto per le tonalità del nuovo disco. Infatti, nel tour italiano portavamo due set-up a testa, una parte mista ed un’altra Hiwatt, in modo da avere sia degli amplificatori per un suono più morbido e sia una strumentazione che potesse reggere, e sostenere, quella mole più “distruttiva”.

Chiudiamo parlando del vostro ultimo lavoro. Ne “Il mio popolo si fa, singolo che presenta “Folfiri o Folfox”, sembra che ci sia una presa di coscienza della fine di un’epoca e con il verso: “La mia generazione visse nella bugia che il mondo poteva cambiare” sembrate testimoniarlo. È la fine questa del “Paese è reale” (singolo da cui prende il titolo il lavoro di inediti uscito nel 2009. N.d.A.) come lo conoscevate? Cosa è cambiato?

Paradossalmente, il “Paese è reale” è stato abbastanza profetico in maniera, purtroppo, negativa. In quel lavoro, si faceva un quadro di quelli che ci erano i nostri punti di vista. Soprattutto Manuel che, scrivendo i testi, è riuscito a riportare in maniera molto lucida una nostra vasta gamma di emozioni che andavano, da una parte ad esprimere la voglia di denuncia, e dall’altra riportava quella che era una sorta di costatazione, non intesa assolutamente come una resa, ma invece come un’amara presa di coscienza.

Il dato che abbiamo, dopo quasi otto anni dall’uscita di quel lavoro, è che siamo caduti “dalla padella alla brace”, constatando che non ci sono stati sostanziali miglioramenti.  La differenza che abbiamo con “Il mio popolo si fa” è che c’è la voglia, da parte nostra, di mettersi nella “stessa barca”, guardando questo popolo che sembra drogato, assopito da divano e tastiera, il tutto, senza mettersi su di un piedistallo ma inserendosi invece in maniera critica, con il tentativo di analizzare quello che si vede e di spronare ad un cambiamento.

Anche se si toccano tematiche molto oscure parlando di distacco e di lutto, e quindi se vogliamo, anche di sconfitta, c’è un grande desiderio di ripartenza, di rimettersi in gioco e questo, in particolare, è espresso nella canzone “Se io fossi il giudice”, che chiudendo il disco fa contraltare ad un brano come “Il mio popolo si fa”, sublimando in un’energia positiva, verso una resurrezione, il che alla fine, è proprio su questo concetto su cui è basato il nostro ultimo lavoro.

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