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UE: le aziende non potranno più distruggere gli abiti invenduti

L’industria tessile è fra le più inquinanti del mondo: il suo impatto sull’ambiente è catastrofico in tutte le fasi della lavorazione dei capi, dall’assemblaggio allo smaltimento. Secondo il programma ambientale delle Nazioni Unite, questa industria produce dal 2 all’8 per cento delle emissioni globali di gas serra, consuma ogni anno una quantità d’acqua pari a 86 milioni di piscine olimpioniche e ha un’impronta chimica considerevole. Una stima corretta è difficile, perché dipende dai parametri che si utilizzano, ma il parlamento europeo stime la quota di emissioni globali ancora più pessimisticamente: fra l’8% e il 10%. Se a questo sommiamo il fatto che, sempre secondo dati analizzati dal Parlamento Europeo, appena l’1% degli indumenti usati viene riciclato per produrre nuovi capi, si può arrivare a comprendere la portata devastante di questa filiera produttiva e, di conseguenza, le motivazioni dietro il regolamento europeo che ha imposto il divieto di distruzione per i vestiti e prodotti tessili invenduti.

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Si tratta del Regolamento UE 2024/1781 (noto come ESPR o Ecodesign for Sustainable Products Regulation), approvato, come si deduce dal codice, nel 2024, ma entrato effettivamente in vigore solo a luglio di quest’anno. 

Il regolamento si concentra specificamente sui prodotti invenduti, non su quelli usati: l’invenduto dei negozi fisici e l’ormai diffusissimo modello di distribuzione online che incoraggia l’acquisto promettendo il reso gratis fanno sì che milioni di capi ogni anno vengano destinati allo smaltimento senza mai essere stati utilizzati. Circa il 20% degli ordini di abbigliamento online viene restituito e fino al 43% di questi articoli può finire per essere distrutto se il costo della loro gestione supera il valore al dettaglio dell’articolo. Anche quando le aziende lasciano intendere che i resi o gli invenduti siano destinati al riciclo o alla beneficenza, questo è raramente vero, poiché la distruzione dei tessili è economicamente più vantaggiosa di tutte le altre opzioni. Solo nell’Unione Europea, ogni anno vengono inceneriti o triturati fino a 594.000 tonnellate di capi di abbigliamento, calzature e accessori nuovi, mai venduti o resi dopo l’acquisto senza essere stati indossati. 

Quanto inquina l’industria tessile?

Solo in Europa, ogni anno, una percentuale compresa fra il 4% e il 9% di tutti i prodotti tessili immessi sul mercato vengono destinati allo smaltimento. In pochissimi casi vengono esportati fuori dall’UE, andando ad accrescere le gigantesche discariche di rifiuti tessili occidentali in Paesi come il Kenya e il Cile, ma, nell’87% dei casi, vengono inceneriti o smaltiti in discarica sul territorio UE.

Questo vuol dire che non solo le enormi emissioni e il dispendio di acqua ed energia necessari per la fabbricazione e produzione degli indumenti vengono vanificati, così come le emissioni e l’utilizzo di risorse necessario all’estrazione e alla lavorazione delle materie prime e ai trasporti, ma che, a questo processo enormemente inquinante si aggiungono anche le emissioni generate dalla distruzione dei capi.

Divieto di distruzione di vestiti, accessori e calzature: ecco come funziona

A partire dal 19 luglio, a tutte le grandi aziende che operano in Europa è fatto divieto di distruggere prodotti tessili, capi di abbigliamento, accessori e calzature invenduti. Il regolamento si applicherà anche alle medie imprese a partire dal 2030, mentre le piccole imprese, per ora, sono esentate. 

Nel commentare la norma, la Commissione Europea ha sottolineato come l’obiettivo sia “prevenire la distruzione dei prodotti di consumo invenduti” e ridurre l’impatto ambientale dei settori della vendita al dettaglio e della moda. Le aziende dovranno quindi trovare alternative allo smaltimento fisico dei prodotti: potranno considerare la rivendita attraverso reti di distribuzione alternative, la donazione, il riciclaggio o il riutilizzo dei tessili per creare nuovi capi. 

L’impatto sull’intera filiera potrebbe essere considerevole e influire sulle strategie di prezzo, sulla pianificazione delle scorte e sulle pratiche di svendita di fine stagione. Ora, le grandi aziende hanno un disincentivo considerevole alla pratica di immettere milioni di capi sul mercato, con l’intenzione precisa di venderne solo una certa quantità limitata e distruggere gli altri. Si prevede che questo quadro regolatorio possa incentivare la nascita di e l’investimento in nuovi modelli di business basati sull’economia circolare, sul riciclo tessile e sull’re-commerce.

Non solo: le aziende saranno inoltre tenute a condividere le informazioni sul volume di merce invenduta che smaltiscono e sui motivi di tale smaltimento durante il periodo di transizione. Anche dopo la piena entrata in vigore del regolamento saranno possibili alcune eccezioni, solo in casi molto specifici, per esempio quando gli articoli sono pericolosi per il consumatore o gravemente danneggiati, quando si tratti di capi contraffatti o che violano i diritti di proprietà intellettuale, oppure, infine, qualora i capi venissero rifiutati da enti di beneficenza o programmi di donazione. Onde evitare che queste eccezioni aprano la porta ad abusi e scappatoie, le imprese che se ne avvarranno dovranno fornire prove e rendicontazioni e pubblicare relazioni annuali su ciò che hanno smaltito. 

Saranno le autorità nazionali a verificare il rispetto delle norme e a infliggere sanzioni in caso di violazioni. Le aziende saranno inoltre tenute a conservare la documentazione relativa alla gestione dell’invenduto per cinque anni, così da consentire le ispezioni. Infine, per ridurre gli oneri burocratici, le imprese potranno utilizzare i codici doganali e logistici esistenti per la rendicontazione.

Questo è, naturalmente, per i grandi marchi di moda, soprattutto statunitensi e asiatici, che operano o ambiscono a operare nel mercato europeo: anche questi brand dovranno conformarsi, il che cambierà inevitabilmente i sistemi di approvvigionamento e gestione delle scorte a livello globale.

Il testo del regolamento, così come approvato nel 2024, è disponibile qui.

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