Lo scandalo dei fondi pubblici per i progetti contro l’antisemitismo a Berlino
Lo scandalo della distribuzione di fondi pubblici per progetti contro l’antisemitismo a Berlino è iniziata, se non proprio in sordina, almeno come una questione squisitamente berlinese, che poteva richiedere un’analisi più approfondita e che forse presentava qualche irregolarità. Nel corso dei mesi, però, tali “irregolarità” si sono rivelate sempre più rilevanti, fino a far esplodere lo scandalo vero e proprio, che ha trasceso i confini del dibattito locale e perfino di quello nazionale. A scrivere l’ultimo capitolo è stata la Corte dei conti del Land di Berlino, che giovedì scorso ha decretato definitivamente che la procedura seguita dall’amministrazione culturale del Senato per assegnare i fondi destinati a progetti atti a contrastare l’antisemitismo ha violato gli obblighi di bilancio e infranto la legge. E, quel che è peggio, è probabile che i responsabili fossero consapevoli dell’irregolarità di ciò che stavano facendo.
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La relazione di verifica, anticipata in esclusiva dalla radiotelevisione pubblica RBB e poi pubblicata ufficialmente venerdì scorso, rappresenta un punto di svolta nella vicenda, ma è stata preceduta da estese polemiche e tensioni sia nella coalizione di governo di Berlino che nell’intera amministrazione. La verifica era stata avviata dalla metà di dicembre 2025, anche su richiesta della stessa amministrazione culturale. I revisori hanno esaminato l’assegnazione di circa tre milioni di euro, facenti parte di un fondo complessivo di 10 milioni stanziato dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 in Israele, destinati a “progetti di particolare rilevanza politica” nella lotta all’antisemitismo.
I fondi pubblici per la lotta all’antisemitismo sono stati assegnati in modo arbitrario
Secondo la relazione della Corte dei Conti, le irregolarità avrebbero avuto inizio già nella fase preliminare dell’assegnazione. All’inizio del 2025 sarebbe stato infatti compilato un elenco di progetti “di particolare rilevanza politica” che inizialmente includeva 15 proposte provenienti dal gruppo parlamentare della CDU, cui si aggiunsero successivamente tre richieste dell’SPD.
La Corte dei conti ha stabilito che questa preselezione era priva dei criteri trasparenti e non discriminatori, definendola “arbitraria” e in contrasto con il principio di uguaglianza. Altri potenziali richiedenti si sono trovati esclusi da una competizione che, formalmente, avrebbe dovuto essere aperta e, quel che è peggio, i progetti assegnatari non avrebbero avuto affatto i requisiti formali per ricevere i fondi pubblici in questione. Un secondo nodo critico riguarda la fase istruttoria.
L’amministrazione del Senato per la Cultura e la Coesione Sociale ha valutato le domande sotto il profilo formale, tralasciando del tutto l’analisi dei contenuti, sebbene proprio quest’ultima costituisca, secondo i revisori, “parte integrante della valutazione della domanda”. In assenza di un esame sostanziale, non è stato possibile verificare né la necessità né l’adeguatezza dei finanziamenti richiesti. La Corte dei conti ha concluso che l’amministrazione ha così “violato il proprio dovere di esaminare le domande in modo corretto e completo”, infrangendo il regolamento di bilancio regionale.
Sei progetti privi dei requisiti: quasi due milioni di euro erogati indebitamente
Particolarmente rilevante è la constatazione relativa a sei dei tredici progetti finanziati: questi non avrebbero dovuto accedere alla linea di bilancio destinata alla lotta contro l’antisemitismo, in quanto i soggetti coinvolti non erano enti senza scopo di lucro e non possedevano i requisiti per ottenere fondi pubblici. Eppure questi sei progetti hanno ricevuto complessivamente circa due milioni di euro, pari a quasi l’80% dell’intero stanziamento. La Corte dei conti ha dichiarato illegittime tutte e tredici le decisioni di concessione delle sovvenzioni e al momento è in corso una valutazione per capire se i beneficiari siano tenuti a restituire i fondi.
Le chat WhatsApp, le pressioni del gruppo CDU e i rapporti con l’ambasciata israeliana
Dietro la procedura formalmente irregolare emerge un quadro di comunicazioni dirette tra esponenti del gruppo parlamentare della CDU e la senatrice alla Cultura. Il portale Frag den Staat ha pubblicato ad aprile una serie di messaggi WhatsApp scambiati tra il deputato CDU Christian Goiny e Sarah Wedl-Wilson nei tre mesi successivi alla sua nomina, da maggio a metà luglio. Oltre novanta messaggi, tutti riguardanti l’assegnazione dei fondi per i progetti anti-antisemitismo.

Foto: Sandro Halank, Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons
A questi si sommano più di trenta messaggi tra il capogruppo CDU Dirk Stettner e la senatrice. Il tenore delle comunicazioni è inequivocabile. Goiny, già cinque giorni dopo il messaggio di benvenuto, sollecitava l’approvazione di diciotto progetti selezionati dalla CDU, specificando che “dopo due mesi di inattività da parte dell’amministrazione” non vi era spazio per “un esame dettagliato delle domande”. Quando Wedl-Wilson segnalava difficoltà legate a requisiti formali, tra cui l’autofinanziamento previsto dal regolamento di bilancio, il deputato li liquidava come “formalità inventate”.
Le chat rivelano anche riferimenti a pressioni esterne: la CDU aveva concordato la selezione dei progetti con l’ambasciata israeliana, e Goiny lamentava che la credibilità del partito “nella comunità ebraica israeliana” avesse già subito un colpo. Quando a novembre la stampa iniziò a fare domande, fu il capogruppo Stettner a suggerire la linea di risposta pubblica da adottare. Nel frattempo, a metà aprile, la commissione d’inchiesta della Camera dei deputati ha convocato per la prima volta come testimoni Goiny e Stettner. Le versioni dei fatti offerte da CDU da un lato e da Verdi, Die Linke ed SPD dall’altro sono risultate profondamente divergenti.
La senatrice Wedl-Wilson si è dimessa
La relazione della Corte dei conti evita di citare nomi espliciti, ma individua con chiarezza il soggetto responsabile delle decisioni di finanziamento irregolari: chi le ha firmate. Tutte le decisioni erano accompagnate da note di verifica che indicavano espressamente come fosse stata condotta solo un’analisi formale delle domande, escludendo quella sui contenuti. La firma apposta su documenti contenenti questa indicazione comportava, secondo i revisori, la piena consapevolezza della violazione del regolamento di bilancio. A firmare era stata la senatrice alla Cultura Sarah Wedl-Wilson. Martedì scorso Wedl-Wilson ha intanto rimosso dall’incarico il sottosegretario Oliver Friederici, che in precedenza aveva più volte espresso riserve sulla procedura speciale di assegnazione dei fondi, rifiutandosi in alcuni casi di firmare le relative decisioni.
Verdi, Die Linke e AfD nel Parlamento regionale hanno interpretato la mossa come un tentativo di spostare l’attenzione pubblica dalla responsabilità della senatrice e del gruppo parlamentare CDU. Wedl-Wilson ha comunicato di voler attuare le raccomandazioni contenute nella relazione della Corte dei conti, che include, tra l’altro, la richiesta di criteri di finanziamento chiari, controlli più efficaci, procedure giuridicamente solide e il trasferimento delle competenze tecniche verso strutture dotate di adeguate risorse specialistiche.
Il personale dell’amministrazione culturale aveva infatti dichiarato di non ritenersi in grado di valutare i contenuti dei progetti anti-antisemitismo. La relazione della Corte dei conti ha quindi il centro di gravità della vicenda sul sindaco di Berlino Kai Wegner (CDU). Già a novembre, quando la controversia era emersa pubblicamente, Wegner aveva assicurato che le accuse sarebbero state esaminate con attenzione, indicando nella Corte dei conti lo strumento per farlo e promettendo che, se necessario, sarebbero state tratte “le giuste conseguenze”. Il capitolo finale, per ora, della questione, sono state le dimissioni di Wedl-Wilson, che Wegner ha accettato venerdì.




