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“Non è la nostra guerra”. Pistorius esclude l’intervento della Germania nello Stretto di Hormuz

Chiuso al traffico marittimo internazionale dalla fine di febbraio, quando sono iniziati gli attacchi statunitensi e israeliani contro l’Iran, lo Stretto di Hormuz è diventato il centro di un dibattito geopolitico sempre più acceso. Donald Trump ha invocato un’operazione navale multilaterale per riaprire il corridoio, decisivo per le forniture globali di petrolio. La risposta dei potenziali alleati è stata, per lo più, di netto diniego. Fra i leader politici che hanno risposto picche a Washington c’è il Ministro della Difesa tedesco Boris Pistorius (SPD), il quale ha dichiarato che quella in corso “non è la nostra guerra”.

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Pistorius: “Non è la nostra guerra. Non l’abbiamo iniziata noi”

Nessun soldato tedesco verrà impiegato in operazioni legate allo Stretto di Hormuz. La dichiarazione di Pistorius deve senza dubbio aver fatto tirare più di qualche sospiro di sollievo a diversi effettivi dell’esercito tedesco. La Bundeswehr, ha spiegato il ministro, porta già il peso della difesa del fianco orientale della NATO, con la brigata stanziata in Lituania a presidio della sicurezza baltica. A questo si aggiunge il ruolo della Germania come principale fornitore di sostegno all’Ucraina nel conflitto con la Russia. “Abbiamo la responsabilità del territorio della NATO, questa è la nostra prima responsabilità”, ha dichiarato.

Sul piano politico, Pistorius ha messo in discussione l’intera logica della richiesta americana: “Cosa si aspetta Donald Trump da una manciata o due di fregate europee nello Stretto di Hormuz, che la potente Marina americana non riesce a fare da sola?” La guerra nel Golfo Persico, ha aggiunto, è stata innescata dalle scelte di Washington e Gerusalemme, e l’Europa non ha ragione di farsene carico. “Non è la nostra guerra. Non l’abbiamo iniziata noi.”

Perché non è possibile inviare l’esercito tedesco nello stretto di Hormuz

Un eventuale intervento della Bundeswehr richiederebbe una delibera del Bundestag e Pistorius non vede alcun presupposto per avanzare tale richiesta. Ha anche chiarito che la missione navale europea Eunavfor Aspides, attiva nel Mar Rosso contro gli attacchi degli Houthi yemeniti alle navi commerciali, non è estendibile allo Stretto di Hormuz senza una nuova autorizzazione parlamentare. La missione Aspides, ha precisato, ha una delimitazione geografica precisa ed è stata concepita in risposta alle aggressioni della milizia yemenita, non in relazione a “un conflitto militare già in corso tra Stati”. La situazione nel Golfo Persico è, secondo Pistorius, “completamente diversa” e richiederebbe sia un nuovo quadro internazionale sia un voto del parlamento tedesco.

Appoggio bipartisan: l’opposizione è d’accordo col governo

Il rifiuto non proviene solo dal governo. Markus Frohnmaier, deputato di AfD, ha dichiarato a Deutschlandfunk che missioni all’estero rischiose restano ingiustificabili finché la Germania non avrà recuperato la propria capacità di agire sul piano del bilancio, dell’economia e della difesa. Sul versante opposto, la deputata di Die Linke Cansu Özdemir, esperta di politica estera, ha descritto Trump come un presidente che si muove senza alcun piano o progetto, intento a trascinare altri paesi in una guerra destinata a produrre solo caos e vittime.

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Donald Trump Foto: EPA-EFE/FRANCIS CHUNG / POOL

Anche Italia, Spagna, Australia e Giappone escludono l’intervento militare

La Germania non si trova isolata nel rifiuto di prendere parte al conflitto. L’Australia ha comunicato, per voce della ministra delle Infrastrutture e dei Trasporti Catherine King, che non invierà unità navali a sostegno delle operazioni nello stretto. King ha riconosciuto l’importanza strategica del corridoio, ma ha escluso la partecipazione a qualsiasi missione navale. Il Giappone si è espresso in termini analoghi: il ministro della Difesa Shinjiro Koizumi ha dichiarato che, nelle attuali condizioni di sicurezza, non vi è intenzione di dispiegare navi da guerra nell’area.

Anche il ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani ha escluso categoricamente un intervento militare, indicando nella diplomazia lo strumento appropriato per affrontare la crisi.

Il leader più fermo in assoluto nel rifiuto di qualsiasi coinvolgimento militare in Iran, ben prima che si parlasse di intervenire nello Stretto, è stato, finora, il premier spagnolo Pedro Sánchez, il quale si era espresso già mercoledì in termini inequivocabili “La posizione della Spagna si riassume in quattro parole: no alla guerra” aveva dichiarato durante una conferenza stampa al palazzo di La Moncloa, in risposta alla minaccia del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, di interrompere le relazioni commerciali con il suo Paese per essersi rifiutato di concedere le basi militari spagnole per la guerra contro l’Iran.

Per Sánchez, “La posizione della Spagna è la stessa che abbiamo assunto in Ucraina o a Gaza. No alla violazione di un diritto internazionale che ci protegge tutti. No alla risoluzione dei conflitti con le bombe. La posizione spagnola si riassume in quattro parole: no alla guerra”.

Sánchez ha fatto riferimento all’invasione statunitense dell’Iraq del 2003, in cui fu coinvolto il governo spagnolo guidato all’epoca dal conservatore José María Aznar e ha dichiarato di non voler seguire le orme del suo predecessore in quello che ritiene un conflitto ingiusto.

Regno Unito e Francia valutano di contribuire alla guerra

Un gruppo più ristretto di nazioni valuta ancora possibili contributi, con gradazioni e riserve diverse.

Londra ha assunto la posizione più articolata. Il ministro dell’Energia Ed Miliband ha confermato che il governo britannico sta esaminando, insieme agli alleati, le opzioni disponibili per contribuire alla riapertura dello stretto. “Non vogliamo un Iran dotato di armi nucleari, ma la fine di questo conflitto è il modo migliore e più sicuro per riaprire lo stretto”, ha dichiarato alla BBC. Il premier Keir Starmer ha precisato che il governo sta discutendo con Washington e con i partner europei e del Golfo la possibilità di impiegare i droni britannici già presenti nell’area per attività di ricerca di mine. L’invio di una nave da guerra viene considerato improbabile.

Il presidente francese Emmanuel Macron ha menzionato la possibilità di scortare le navi mercantili, ma ha subito precisato che i presupposti per farlo al momento non esistono. “Lo stretto è un teatro di guerra, ma questo lavoro deve essere organizzato”, ha detto il presidente francese, indicando come prerequisiti indispensabili il coordinamento tra più marine e diversi mesi di preparativi.

La Corea del Sud si è riservata più tempo. L’ufficio del presidente Lee Jae-myung ha comunicato che la questione verrà discussa con gli Stati Uniti prima di assumere qualsiasi impegno. “Ne discuteremo approfonditamente con gli Stati Uniti e prenderemo una decisione dopo un’attenta valutazione”, recita la nota ufficiale.

Cina e NATO: cautela e genericità

Pechino, interpellata sulla proposta di Trump di includerla in un’operazione di sicurezza internazionale, ha ribadito la propria posizione consolidata senza pronunciarsi sull’eventuale partecipazione. Un portavoce del ministero degli Esteri ha sottolineato che le tensioni nello stretto compromettono le rotte commerciali globali e la stabilità regionale, invitando tutte le parti a cessare immediatamente le operazioni militari. La NATO ha mantenuto toni altrettanto cauti: un portavoce ha riferito che gli alleati hanno già adottato misure di sicurezza supplementari nel Mediterraneo e che alcune capitali stanno discutendo con Washington su ulteriori contributi possibili.

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