AperturaEuropaPolitica

Riforma UE sui rimpatri: perché le ONG evocano il modello ICE

Diverse associazioni per i diritti umani, attive in Europa, hanno espresso contrarietà e perfino allarme dopo l’approvazione  in Commissione Europea del regolamento europeo sui rimpatri. Il testo, che è passato lunedì 9 marzo con 41 voti favorevoli, 32 contrari e un’astensione, è ora al centro di un acceso dibattito politico e giuridico. La proposta, sostenuta dal Partito Popolare Europeo insieme alle fazioni di estrema destra, punta a costruire quello che la Commissione europea definisce un “Sistema europeo comune per i rimpatri”, con l’obiettivo di rendere le procedure di espulsione più celeri su scala continentale. I detrattori di questa misura la definiscono l’atto di nascita di una sorta di “ICE” europeo, ovvero l’attuazione di una politica molto simile a quella che l’amministrazione Trump sta attuando negli Stati Uniti.

La newsletter del Mitte!

Notizie, novità, eventi dalla Germania

Tra le misure previste figurano la detenzione dei migranti fino a un massimo di due anni, comprese famiglie con minori, e la creazione di cosiddetti “hub di rimpatrio”: strutture collocate al di fuori del territorio dell’Unione dove i richiedenti asilo con domanda respinta potrebbero essere trasferiti in attesa dell’allontanamento definitivo.

L’espansione del “modello Albania”

Alessandro Ciriani (FdI), eurodeputato italiano del gruppo dei conservatori europei, ha definito il voto “un ulteriore riconoscimento del modello albanese”, riferendosi all’accordo siglato nel 2023 tra la premier Giorgia Meloni e il governo di Tirana per l’esternalizzazione del trattamento delle domande di asilo. La leghista Susanna Ceccardi, del gruppo dei Patrioti, ha elencato tra le novità accolte favorevolmente anche il via libera ai centri di rimpatrio esterni all’UE, il divieto di riammissione per chi sia già stato espulso con la forza, periodi di detenzione più estesi e nuovi obblighi di cooperazione per i migranti tra cui la possibilità di perquisire i telefoni cellulari a fini identificativi. Finora, i centri in Albania sono stati fortemente criticati in Italia soprattutto perché, a fronte degli enormi costi sostenuti per costruirli e gestirli, hanno ospitato pochissimi migranti per pochissimo tempo e, per lunghi periodi, sono rimasti addirittura vuoti.

Il confronto con l’ICE di Trump

A inizio febbraio, circa 70 organizzazioni non governative hanno pubblicato una dichiarazione congiunta in cui segnalano che alcune disposizioni del regolamento europei sui rimpatri potrebbero aprire la strada a modalità operative analoghe a quelle dell’Immigration and Customs Enforcement statunitense, agenzia al centro di proteste e scontri negli Stati Uniti per le sue retate nei quartieri residenziali e le condizioni di detenzione, nonché per le numerose violazioni dei diritti umani che sono state denunciate all’interno dei centri di detenzione, per le sparizioni di detenuti e per gli omicidi di persone che protestavano contro i raid, i più celebri dei quali sono quello di Renée Good e Alex Pretti.

Il nodo riguarda le norme che obbligano gli Stati membri a introdurre “misure efficienti e proporzionate” per individuare i migranti in posizione irregolare. Le ONG temono che tali misure possano tradursi concretamente in perquisizioni nelle abitazioni private, operazioni di polizia negli spazi pubblici, profilazione razziale, obblighi di segnalazione imposti a enti pubblici e un ricorso esteso alle tecnologie di sorveglianza.

Silvia Carta, responsabile delle politiche di PICUM (Platform for International Cooperation on Undocumented Migrants), cita la legislazione tedesca come esempio di sistema già operativo in questa direzione. L’articolo 87 della legge tedesca sul soggiorno impone a molte autorità pubbliche di segnalare alle forze di controllo dell’immigrazione i migranti privi di documenti regolari. Gli uffici di assistenza sociale, per esempio, sono tenuti a informare le autorità competenti anche quando questi si rivolgono a loro per ottenere assistenza sanitaria. Scuole e alcune istituzioni di cura rientrano tra le poche eccezioni previste.

Secondo Carta, il regolamento potrebbe estendere i poteri investigativi in assenza di un quadro normativo chiaro: “Ciò potrebbe aprire la strada a perquisizioni da parte della polizia nelle abitazioni di persone sospettate di ospitare migranti, nonché negli uffici e nei centri gestiti da organizzazioni umanitarie”. La stessa Carta ammette tuttavia che, in alcuni Stati membri, garanzie costituzionali o normative nazionali potrebbero limitare l’applicazione di simili disposizioni.

Tineke Strik, eurodeputata olandese dei Verdi, ha dichiarato che il testo consentirà strutture e deportazioni in stile ICE, invitando il PPE a riconsiderare la propria posizione prima del voto in plenaria.

Cecilia Strada
Foto: Alain ROLLAND Copyright: © European Union 2025 – Source : EP

Cecilia Strada, eurodeputata del Partito Democratico, ha definito questo regolamento “un testo che metterà in carcere famiglie con bambini, persone che non hanno fatto nulla di male, prima di espellerle verso paesi in cui non hanno mai messo piede” e ha dichiarato che “la destra festeggia, ma è come se festeggiasse le leggi razziali o le espulsioni di bambini da parte dell’ICE”.

La risposta della Commissione in difesa del nuovo regolamento europeo sui rimpatri

La Commissione europea respinge il parallelo con l’agenzia americana. Un suo portavoce ha dichiarato al team di fact-checking di Euronews, The Cube, che la proposta non prevede alcun obbligo per i servizi pubblici di segnalare migranti irregolari alla polizia o alle autorità di immigrazione, né autorizza retate in spazi pubblici o privati, profilazione razziale o l’impiego di tecnologie di sorveglianza invasive. La Commissione ritiene inoltre il testo pienamente compatibile con il diritto internazionale e sostiene che siano state incluse “forti garanzie” a tutela dei diritti fondamentali dei rimpatriati.

Le ONG non concordano sulla solidità di queste protezioni. Carta obietta che rinviare in termini generici ai diritti fondamentali non è sufficiente in un contesto in cui le leggi vengono applicate in modo disomogeneo nei ventisette Stati membri: “Sarà molto difficile avere un unico standard di interpretazione a meno che queste garanzie non siano chiaramente integrate nella legislazione”.

Nel dibattito ha circolato insistentemente la cifra secondo cui soltanto una persona su cinque destinataria di un ordine di espulsione lascia effettivamente il territorio europeo, un dato invocato sia dal relatore François-Xavier Bellamy che dal commissario UE per la migrazione Magnus Brunner. Arjen Leerkes, professore all’Università di Maastricht, mette però in discussione questa lettura: alcune decisioni di rimpatrio vengono conteggiate più volte, e una parte dei migranti parte volontariamente senza essere mai registrata nelle statistiche ufficiali sui rimpatri.

Che cosa succede adesso?

Il regolamento è ancora lontano dall’essere definitivamente approvato. Dopo il voto in commissione LIBE, la proposta dovrà affrontare il voto dell’Assemblea plenaria del Parlamento europeo. I gruppi politici contrari hanno la possibilità di presentare ricorso: in tal caso, una votazione sulla riapertura del mandato potrebbe tenersi in plenaria il 12 marzo o nel corso della mini-sessione di Bruxelles prevista per fine mese. Gli Stati membri dovranno poi negoziare e concordare il testo finale nel quadro dei triloghi con il Consiglio dell’UE.

Proprio in questa fase negoziale si concentra parte delle preoccupazioni. La posizione del Consiglio include un articolo che, secondo i critici, spalancherebbe la porta a misure investigative diffuse e perquisizioni domiciliari. Lo stesso Bellamy ha dichiarato a margine del voto che, benché tale articolo non compaia nel testo adottato dal Parlamento, in linea di principio non ravvisa ragioni ostative all’applicazione della legge in spazi pubblici e privati, a condizione che i diritti dei migranti soggetti a provvedimento di rimpatrio vengano tutelati.

Gli attivisti per i diritti civili puntano a convincere un numero sufficiente di eurodeputati a bloccare il testo prima che raggiunga la fase finale. Sarah Chander, direttrice di Equinox Initiative for Racial Justice, ha sostenuto che l’UE stia scegliendo di investire in un sistema di repressione e militarizzazione anziché in diritti e protezione. L’organizzazione European Digital Rights (EDRi) ha avvertito che il regolamento introdurrebbe un sistema di sorveglianza digitale che abbraccia la raccolta su vasta scala di dati, il tracciamento GPS, il sequestro di dispositivi mobili e la condivisione di informazioni con paesi terzi.

Articoli Correlati