Angola e Afghanistan a Berlino. L’esperienza di una volontaria di Friedensdorf

Questo articolo ci è stato inviato da Sahara Rossi, che a Berlino ha aderito come volontaria al progetto Friedensdorf, creato da un’organizzazione umanitaria e con lo scopo di portare in Germania bambini feriti o malati provenienti da Afghanistan e Angola. I bambini arrivano tutti in un villaggio creato a circa 30 km da Düsseldorf, e vengono poi ricoverati in vari ospedali tedeschi, dove è possibile andare a trovarli per far passare loro del tempo spensierato, tra cure e terapie che a volte si protraggono a lungo. Questa è l’esperienza di Sahara a Berlino.
Erano i primi di dicembre quando ho incontrato Sabrena. Ci trovavamo all’Unfallkrankenhaus, nel distretto di Biesdorf. Era una mattina fredda e lattiginosa, di quelle che ti fanno illudere nella pioggia, che puntualmente non arriva mai. Il cielo, in realtà, si trascina con sé solo l’umido e il grigio dei lunghi mesi invernali.
Sabrena aveva i capelli castani, gli occhi dolci ed un po’ tristi, veniva dall’Afghanistan, ma da ormai un anno viveva in Germania, nel villaggio della pace di Friedensdorf. Non parlava, all’inizio, era molto timida.
Quel giorno eravamo in tutto tre volontarie. Io Manuela l’ho conosciuta per caso mandando una mail, dopo aver visto un articolo su Il Mitte dove si cercavano nuove freiwillige per il progetto. A me i bambini son sempre piaciuti, e nella mia vita ho sempre avuto questo desiderio impellente di fare del bene e di aiutare con qualsiasi mezzo possibile. Anche quando ero emotivamente a pezzi.
Friedensdorf International: l’esperienza di una volontaria
Io e Manuela ci siamo sentite telefonicamente e lei mi ha spiegato tutto quello che c’era da sapere su Friedensdorf International. Che i volontari che ne fanno parte vanno a prendere bambini di diverse fasce di età dai loro paesi (il più delle volte dall’Afghanistan e dall’Angola), li portano in Germania al villaggio, che si trova Dinslaken, nel Nord Reno-Vestfalia, e poi da lì, quando hanno bisogno di un intervento specifico, vengono trasferiti nei vari ospedali presenti in tutto il territorio tedesco. I piccoli arrivano qui da soli, senza il supporto fisico ed emotivo delle proprie famiglie, e, all’inizio, senza nemmeno conoscere la lingua. Rimangono in Germania anche un anno o due, a seconda delle cure di cui necessitano e della gravità della loro situazione.
C’è bisogno di gente come noi, mi ha detto Manuela, per farli sorridere un poco. Perché le giornate in ospedale, sì sa, soprattutto quando sei solo e sei soltanto un bambino, sono lente e dannatamente tristi, e delle volte ci vorrebbe proprio qualcuno con cui semplicemente fare un gioco e scambiare due chiacchiere.
Sabrena, la bambina arrivata dall’Afghanistan
Sabrena nascondeva le mani nelle tasche della felpa viola, rispondeva alle domande con un filo di voce e teneva lo sguardo basso rivolto verso il pavimento in linoleum. Aveva vergogna. La sua pelle era completamente ustionata, a causa di un incidente domestico avvenuto qualche anno prima quando si trovava ancora a Kabul.
Sull’Afghanistan io, quando avevo sedici anni, ho letto un sacco. Il mio scrittore preferito era ed è tutt’ora Khaled Hosseini. Ricordo i pomeriggi autunnali di inizio ottobre, dopo scuola, passati sulla poltrona a leggere i suoi libri.
Mi perdevo tra le pagine di “Mille splendidi soli” e “Il cacciatore di aquiloni”, tra un Afghanistan spezzato e polveroso, così ricco di storia e di vita nonostante il regine autoritario dei talebani sovrastasse ogni cosa, perfino il diritto ad esprimersi. Ci penso adesso che sto scrivendo questo articolo. A quante volte io abbia alzato la voce, perché certe cose proprio non mi sembravano giuste. Alle manifestazioni a cui sono andata in novembre, gridando fiera d’essere femminista, alla bandiera della Palestina che ho sempre postato sui miei social e alla keffiyeh, parte costante del mio abbigliamento. Ho alzato la voce e nel mio paese, nonostante tutte le storture e le disuguaglianze che tuttavia ci sono, non mi è mai successo niente.
Leggevo di un Afghanistan che non aveva paura, che, segretamente, tra i vicoli ocra di Kabul, continuava a lottare, col cuore gonfio di speranza, per un futuro migliore. Quella terra mi ha sempre affascinato, e la rivedevo tutta negli occhi stanchi di Sabrena. Con il mio tedesco approssimativo le chiedevo di dirmi di più; ero avida di conoscenza, della sua storia. Volevo sapere quale fosse il suo piatto preferito, quali ingredienti la sua famiglia era solita cucinare. Com’era davvero Kabul, che l’avevo assaporata così tanto durante i miei viaggi letterari. Eppure, nel concreto, da quella bianca stanza d’ospedale a Berlino, quella città rimaneva soltanto un punto qualunque su una cartina geografica. Come una storia lontana, tracciata sottilmente tra un centinaio di righe d’inchiostro.
E Sabrena mi raccontava. Del riso profumato al cardamomo e dell’agnello. Del naan e del coriandolo. E mi diceva che al villaggio della pace di Friedensdorf il cuoco invece era italiano, e tutti i bambini andavano matti per la sua pizza.
Le avevo chiesto se le piaceva qualcuno, sorridendo. Lei aveva storto la bocca, con un’espressione di disgusto tipica delle ragazzine della sua età. “I maschi sono tutti stupidi”, aveva sentenziato. “E puzzano”. Ed eravamo scoppiate a ridere.
Maria Isabel dall’Angola: tornare a danzare
Maria Isabel me la ricordo bene perché quando andai a trovarla fuori nevicava tantissimo e lei non poteva camminare. Nel cortile dell’ospedale il buio ed il silenzio dell’inverno berlinese avevano già inghiottito ogni cosa.
“Sono triste”, mi aveva detto un tardo pomeriggio, mentre era a letto e guardava fuori dalla finestra. “Quando ero a Friedensdorf correvo e ballavo tutto il tempo. Adesso qui non posso fare nulla”.
Da quel che Manuela aveva raccontato a noi volontarie, Maria Isabel aveva contratto un’infezione batterica che le aveva completamente mangiato le ossa della gamba. Si trovava all’ospedale di Buch, a nord di Berlino, per un intervento.
Veniva dall’Angola, più precisamente dalla sua capitale, Luanda. Aveva dodici anni, labbra carnose, una risata cristallina e delle simpatiche treccine decorate con perline rosa sulla testa. Andava matta per i budini al cioccolato. Quando eravamo insieme molte volte facevamo dei puzzle, giocavamo con le barbie nella sala comune dell’ospedale oppure ascoltavamo la musica dal tablet che le infermiere le avevano permesso di usare, solo a patto che ci fossimo noi adulti a supervisionarla.
Mi disse che suo padre era appassionato di film bollywoodiani, e lei sapeva a memoria un sacco di canzoni. Me la ricordo seduta sulla sedia, le stampelle traballanti poggiate sui braccioli accanto a lei, con le ciabattine bianche ed i leggins, mentre cantava a squarciagola e batteva le mani a ritmo. Sorrisi, con un misto di dolcezza e nostalgia nel cuore. Anche mio nonno, che ormai non c’è più da diversi anni, amava il cinema di Bollywood. Ripercorro mentalmente i pomeriggi soleggiati in casa sua, la televisione del soggiorno che si riempiva di colori e donne dai lunghi capelli neri che volteggiavano avvolte in stoffe sgargianti e gioielli.
Maria Isabel cantava e rideva ed io pensavo soltanto a quanto era bella e alla forza del suo sorriso.
Nonostante quella bambina fosse così lontana da casa, e nonostante ormai non vedesse i genitori da un anno, aveva una gioia così pura e così intensa negli occhi neri che quasi mi commuoveva.
Dopo l’intervento, Maria doveva lasciare Buch per tornare al villaggio della pace. Andai a trovarla un’ultima volta ed il momento dei saluti fu particolarmente triste: la tenni stretta a me, con la sua testolina piena di treccine e perle rosa sul mio petto, e le promisi che ci saremo riviste.
Tempo dopo seppi che era tornata finalmente in Angola. Una mia amica volontaria mi fece vedere una sua foto assieme alla mamma, ed un’altra, dove Maria si trovava ad una festa, in una sala piena di gente.
E ballava.
Ed inevitabilmente ho pensato a quei freddi pomeriggi di gennaio, con la neve che cadeva copiosamente fuori dalla finestra della sua stanza della Kinderstation. Lei che guardava ogni singolo fiocco posarsi sul terreno umido, che mi diceva “mi annoio”, e che poi, all’improvviso, si metteva a cantare allegramente qualche canzone indiana.
Ora è in Angola, e probabilmente, nella frenesia della sua ancora acerba vita da adolescente, avrà vaghi ricordi di quella volontaria dai capelli rossi che veniva qualche volta a farle visita a Berlino.
Ma io mi ricordo di lei. Così come mi ricordo di Sabrena. Me ne ricorderò sempre.
Mi ricorderò di Luanda, delle sue palme e del suo mare azzurro, dei budini appiccicosi al cioccolato, ed anche di Kabul e dei suoi conflitti e di tutte le storie che ho avuto l’onore di sentire, attraverso le loro piccole grandi voci.
Io mi ricordo.
Me ne ricorderò sempre.




