Strippers, il lungometraggio a episodi il 1° febbraio a Berlino

Il 1° febbraio Berlino ospiterà in anteprima la proiezione di Liberty Belle, uno degli episodi del progetto di lungometraggio STRIPPERS. Possible stories of a real past. La proiezione si terrà alla House of Music, all’interno dell’area del RAW Gelände, a Friedrichshain. La proiezione sarà in lingua italiana con sottotitoli in inglese.
L’evento, intitolato Drink, Watch & Talk e organizzato dalla Berlin Film Community, includerà anche un successivo Q&A in inglese.
1° febbraio: presentazione di Strippers a Berlino
La proiezione è prevista a partire dalle 19:00 di domenica 1° febbraio presso la House of Music, in Revaler Straße 99.
STRIPPERS. Possible stories of a real past nasce da un’idea di Marco Zaccaria e Roberta Chimera come lungometraggio a episodi, pensato per svilupparsi come un’opera unitaria che abbraccia l’evoluzione dei costumi femminili dal 1920 al 1980, un viaggio nel tempo dedicato alla libertà del desiderio femminile e all’immaginario che suscita. Scrittura, regia e montaggio dell’episodio dedicato a Liberty Belle sono a cura di Marco Zaccaria e Anna Bianco.
Un archive-drama costruito per episodi
STRIPPERS si definisce come un documentario che utilizza una struttura atipica. È infatti un archive-drama a episodi che adotta i codici del documentario tradizionale per costruire storie che si collocano tra realtà e finzione. Ogni episodio è concepito come una biografia autonoma, ma parte di un disegno più ampio.
Le vicende raccontate sono costruite esclusivamente attraverso materiali d’archivio. Una voce narrante femminile fuori campo guida il racconto, dando forma a una vita fittizia ma plausibile, ispirata alla realtà storica di una stripper del passato. Storie che non pretendono di essere vere, ma possibili, e che in questo scarto trovano il loro senso.

Storie personali e memoria delle showgirl dimenticate
Ogni episodio si concentra su una protagonista diversa. Le storie personali, scritte su sceneggiature originali, riportano alla luce figure rimaste ai margini della memoria collettiva. Verranno messe a fuoco donne che hanno attraversato epoche differenti, dagli anni Venti agli anni Sessanta, e che vengono ricollocate all’interno dei passaggi cruciali della Storia.
Le biografie, pur immaginarie, si intrecciano con eventi storici documentati attraverso cinegiornali e filmati dell’epoca. Ne emerge un mosaico che attraversa quarant’anni di trasformazioni sociali, osservate da un punto di vista “laterale”, ma rivelatore”.
Lo strip-tease come filo narrativo
Lo strip-tease costituisce il leitmotiv che attraversa ogni episodio, come elemento ritmico e visivo che accompagna l’intero racconto. Le performance appartenenti a periodi storici differenti permettono di osservare l’evoluzione dell’immaginario erotico in relazione a costumi, accessori, allusioni, codici visivi.
Ciò che un’epoca considerava tabù dialogava con il desiderio in modo diverso rispetto alle decadi successive. Attraverso questo confronto emerge come siano mutate le forme della seduzione e il modo in cui venivano rappresentate.
Accanto allo strip-tease, il film introduce una riflessione sui modelli di comportamento femminili. In contrasto con la dimensione performativa, questa sezione si concentra sull’evoluzione dei codici sociali e dei rapporti tra i sessi.
Le storie mettono in relazione la condizione femminile con i processi di emancipazione, mostrando come i valori morali abbiano inciso sulla libertà di espressione del desiderio.
Materiali d’archivio e costruzione del racconto
Il film utilizza una vasta gamma di materiali: film di famiglia, documentari storici, spezzoni educativi, cartoni animati, canzoni, programmi radiofonici, pubblicità, fotografie, giornali e manifesti. Tutti elementi selezionati per risultare coerenti e plausibili rispetto alle storie raccontate.
Un rapporto dichiarato con il genere documentario
Nella nota dell’autore e della produttrice, Strippers viene presentato come un progetto che analizza e decostruisce il rapporto tra documentario e verità. Il film utilizza le convenzioni del genere — voce fuori campo, immagini d’archivio, materiali reali — per attivare le aspettative dello spettatore.
Il principio dichiarato è quello di non mentire, ma di raccontare storie possibili, che restituiscono una memoria a donne finite nell’oblio, attraverso una forma che contamina documentario e finzione. Un’operazione che si fonda sull’idea che il racconto, anche quando appare reale, sia sempre una costruzione. E che proprio in questa costruzione possa emergere un’altra forma di verità.




