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Die Linke: “Berlino senza auto? Solo se accessibile per tutti”

Il futuro della mobilità a Berlino infuria da anni e non accenna a placarsi. Breve riassunto delle puntate precedenti: la penultima amministrazione ha tentato di pedonalizzare una piccola parte del centro, ma senza successo, l’attuale sindaco Kai Wegner (CDU) ha dichiarato che, con la sua amministrazione, l’idea di vietare il traffico privato all’interno del cosiddetto Ring (la circonvallazione della S-Bahn) non sarà mai attuata, a nessuna condizione, nel frattempo, tuttavia, è stata dichiarata ammissibile la raccolta di firme per un referendum in tal senso. La più recente presa di posizione arriva da Die Linke, che, pur schierandosi in linea di principio con l’idea di una mobilità ecologica e che faccia sempre meno affidamento sulle auto private, si preoccupa del fatto che tale mobilità resti accessibile e che le strade senza auto non diventino un’ennesima forma di esclusione dei cittadini meno abbienti dalle attività che si svolgono nelle aree più centrali dello spazio urbano.

La questione è tutt’altro che semplice. Trasformare radicalmente il centro della capitale tedesca in zona pedonale, qualora il referendum avesse successo, significherebbe ripensare completamente i modi e i percorsi che i berlinesi utilizzano quotidianamente per muoversi. Perché tutti possano beneficiarne, secondo la seziona locale di Die Linke, è necessario garantire alcune condizioni.

La proposta radicale di “Berlin autofrei”

L’iniziativa cittadina ha delineato un piano ambizioso e radicale. Quattro anni di transizione graduale. Poi, quasi tutte le strade all’interno del Ring diventerebbero parte di una zona a traffico limitato, eccetto le arterie federali principali. L’utilizzo dell’auto privata all’interno di questo spazio sarebbe concesso solo dodici volte l’anno per ogni automobilista.

La Corte costituzionale di Berlino ha già dato il via libera alla richiesta di referendum, contraddicendo le valutazioni iniziali del Senato. Ora la palla passa al Parlamento locale.

Le preoccupazioni della sinistra: Berlino senza auto, ma accessibile per tutti

Kerstin Wolter, presidente della sezione berlinese di Die Linke, non nasconde le sue perplessità. “Noi vogliamo ridurre il traffico automobilistico”, dichiara, ma aggiunge che servono alternative concrete. “Dobbiamo potenziare trasporto pubblico e infrastrutture ciclabili perché le persone possano continuare a muoversi”, sottolinea Wolter. Le alternative però, secondo gli esponenti della Sinistra, devono rispettare criteri precisi: accessibilità architettonica, convenienza economica, facilità d’uso.

Senza opzioni valide, infatti, il prezzo del cambiamento sarebbe pagato essenzialmente da chi non può permettersi alternative costose, come il car sharing o i taxi, o trasferirsi altrove.

Max Schirmer, co-presidente locale del partito, offre una lettura più ottimistica dei cambiamenti già in atto. A Berlino l’uso dell’auto sta diminuendo naturalmente. Dove funziona bene il trasporto pubblico, i cittadini lo scelgono spontaneamente.

“Le persone vanno di più in bicicletta, usano maggiormente i mezzi pubblici, camminano molto di più”, osserva Schirmer. La chiave sta nel creare una “città delle brevi distanze”: un modello urbano che riduce strutturalmente la dipendenza dall’automobile.

Il percorso democratico: dal parlamento alle urne

Il processo decisionale seguirà l’iter democratico previsto. Dopo la pausa estiva, il Parlamento regionale dovrà pronunciarsi sulla proposta dell’iniziativa.

Se i deputati dovessero respingere il disegno di legge – scenario considerato probabile – scatterebbe automaticamente la fase successiva. L’iniziativa “Berlin autofrei” avrebbe quattro mesi per raccogliere le firme necessarie: almeno il 7% degli elettori berlinesi, circa 170.000 persone.

Raggiunta questa soglia, si terrebbe il referendum popolare definitivo. I berlinesi voterebbero direttamente sul futuro della mobilità urbana nel loro centro città (nella consapevolezza che, come avvenuto con il referendum sull’esproprio dei grandi gruppi immobiliari, l’esito di un referendum popolare può comunque restare lettera morta).

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