“I bambini d’acqua”: Chiara Giorgi presenta il suo nuovo romanzo a Berlino

Venerdì 18 luglio, alle ore 19.00, presso la libreria Mondolibro (Torstrasse 159, Berlino), si terrà la presentazione del nuovo romanzo di Chiara Giorgi, “I bambini d’acqua” (qui l’evento facebook ufficiale).
Il romanzo intreccia vicende familiari complesse e scava nei silenzi e nelle tensioni che attraversano le dinamiche familiari, mettendo in luce la vulnerabilità e la forza dei legami affettivi. Un ruolo centrale è affidato anche al tema della salute mentale, in particolare alla schizofrenia, trattata con delicatezza e profondità. Il romanzo è accessibile sia a un pubblico giovane, sia adulto, e affronta con grande sensibilità la percezione soggettiva del disagio psichico, le incomprensioni familiari, i silenzi e la fatica dell’esistere.
Oggi Giorgi vive in Italia, dove insegna in una scuola elementare, ma mantiene un forte legame con Berlino. Proprio nella libreria Mondolibro, tra l’altro, aveva presentato il suo primo romanzo “L’uomo nero” (Giraldi, 2009).
L’evento è organizzato in collaborazione con Artemisia, associazione attiva nel campo dell’inclusione delle persone con disabilità e fondata dall’autrice, nel 2016, insieme ad Amelia Massetti. Proprio Massetti, oggi presidente di Artemisia, dialogherà con Chiara Giorgi durante la presentazione. Intanto, l’ha intervistata.
Cosa ti ha ispirata a scrivere un libro sulla salute mentale e in particolare sul tema della schizofrenia?
Il tema della salute mentale mi riguarda molto da vicino, sia per gli studi che ho fatto, i libri che ho letto, i film che ho visto, sia a livello amicale e familiare. Normalità e “follia” spesso si mescolano ed è difficile separarli o definirli. Questo aspetto mi ha sempre interessato ed è presente anche nel mio primo romanzo, “L’uomo nero”, anche se ne “I bambini d’acqua” il tema è visto dalla prospettiva di uno sguardo “infantile”.
I personaggi si intrecciano fino quasi a confondersi. È una scelta stilistica intenzionale?
I personaggi del romanzo sono speculari, al punto da confondersi l’uno con l’altro. Questo perché mi interessava esplorare il tema dell’amicizia come incontro tra anime affini, anche quando si tratta di persone apparentemente molto diverse. A volte ci sentiamo inspiegabilmente attratti da chi è il nostro opposto, e ci chiediamo il perché. Credo che, attraverso queste persone, troviamo il coraggio di rompere schemi che ci siamo imposti o che ci sono stati imposti. Grazie a questi incontri possiamo evolverci, crescere, diventare qualcosa di nuovo.

È come se cercassimo di diventare l’altro, di assorbirlo dentro di noi. I confini del nostro io si incrinano per accogliere l’altro, per fonderci con lui e poi, inevitabilmente, separarci. Questa separazione è dolorosa, ma necessaria: è parte integrante del processo di trasformazione.
In uno dei passaggi scrivi: “Ma i miei genitori non riescono a capire quanto ti guardano gli altri…”. Il libro è anche un invito all’empatia verso i figli?
Come figlia, mi sono spesso sentita incompresa, ma credo sia un’esperienza comune. Oggi, da madre, comprendo quanto sia difficile lasciar andare i propri figli, permettere loro di diventare davvero ciò che desiderano essere. Questa difficoltà nasce, spesso, dalla paura: paura di restare delusi, ma anche di perderli.
La famiglia, a volte, è un sistema chiuso, che tende a conservarsi e a proteggersi. In quel contesto ci si espone senza filtri, ci si dà per scontati, e proprio per questo diventa più difficile esercitare l’empatia. Paradossalmente, siamo spesso più empatici con chi sta fuori da quel sistema. In famiglia, invece, emergono più facilmente l’egoismo o, forse, la nostra autenticità più nuda.
Un personaggio sembra dimenticare e poi ricordare tutto solo dopo molti anni. È un modo per raccontare la rimozione del dolore?
La rimozione del dolore è un processo profondamente soggettivo. Alcune persone riescono a ricordare con lucidità eventi spiacevoli del passato, mentre altre tendono a rimuoverli, anche inconsapevolmente. Le teorie psicologiche concordano nel considerare questa rimozione, soprattutto quando legata a traumi infantili, come un meccanismo di difesa dell’individuo.

Nel mio caso, da adulta, mi sono resa conto di aver rimosso alcuni episodi legati alla mia storia familiare, mentre mia sorella ne ha rimossi altri. Questa differenza nel modo in cui la memoria seleziona, conserva o cancella certi ricordi mi ha sempre colpita e affascinata. È come se la memoria avesse un’intelligenza propria, che lavora per proteggerci, ma anche per raccontarci chi siamo, ognuno a modo suo.
Pensi che la scrittura di un romanzo possa contribuire a una maggiore consapevolezza sul tema della malattia mentale?
Credo che la scrittura abbia il potere di creare distanza dai temi che ci coinvolgono profondamente, permettendoci di osservarli con maggiore lucidità. È come se, mettendoli su carta, riuscissimo a decantarli, a renderli più comprensibili anche a noi stessi. Inoltre, la scrittura è uno strumento potente per avvicinare gli altri a esperienze o argomenti che possono risultare estranei, favorendo così una maggiore comprensione e apertura.




