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di Riccardo Coradeschi

Quando ero bambino passavo ogni estate nella casa dei miei nonni, vicino Jesolo. Ero già circondato da persone che parlavano tedesco, e la mia comprensione della loro lingua non è migliorata molto da allora. Ricordo una pasticceria in particolare, ci passavamo davanti per andare in edicola a comprare Topolino. Il profumo di dolci appena sfornati era un canto di sirene, ma la vetrina era irriducibilmente tragica. Le stesse pastine facevano bella mostra di sé giorno dopo giorno, e ricordo ancora il colore giallastro assunto dalle meringhe dopo una settimana.

Lo stesso colore delle pareti della motorizzazione berlinese, alle sette del mattino.
Il sito riporta l’orario di inizio dei lavori per le 07.30, con apertura porte alle 07.00. Io arrivo per le 07.03. Non so a che ora siano arrivate le trenta persone in fila davanti a me.
La mia patente sta per scadere, ho pensato che valesse la pena convertirla in una patente tedesca al rinnovo. Due burocrazie trovai nel bosco, ed io scelsi quella meno battuta.
Sono mesi che la scadenza aleggia all’orizzonte, mesi durante i quali le ho dato risolutamente le spalle. A Berlino mi muovo con i mezzi, e in Italia guido raramente. Non sembra esserci fretta, maggio è lontano.

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Aprile volge crudelmente al termine, ma la temperatura è identica in qualunque periodo dell’anno, in qualunque sala d’accettazione di un ufficio pubblico tedesco. I loro termostati sono impostati sul livello “Basso Polesine a luglio”.
Cinque minuti prima dell’apertura un’impiegata passa lungo la fila a distribuire i numeri per l’attesa. L’attendo con ben impressa in mente la frase per definire il servizio che mi serve, ed una mano tesa per ricevere l’agognato bigliettino.

“Per quello deve andare al Bürgeramt signore”
La mia mano cala con nonchalance.
Forse ho sbagliato a dire quel che mi serve. Tiro fuori il telefono e le mostro sul loro sito il servizio di cui ho bisogno.
“Sì sì, ma abbiamo un sacco di gente e un sacco di cose da fare qui, come vede. Deve andare al Bürgeramt”
La coda dietro di me ormai occupa tutto il corridoio, e inizia a scalpitare. Per un attimo mi balenano davanti immagini di San Fermín a Pamplona, e cedo prudentemente il passo.
Cinque minuti dopo sono ancora sulle scale del Fahrerlaubnisbehörde a imprecare tra i denti.

Sono le 07.30 e mi avvio verso la stazione della metro. La mia patente sta per scadere, per la prima volta. Sono passati dieci anni da quando sono diventato maggiorenne, quasi sette dei quali passati a Berlino. Se fossi una persona equilibrata farei un bilancio di quanto è successo in questa decade. Mi sforzo di non farlo. Mi chiedo quando avrò il tempo di infilarmi in un altro ufficio per rinnovare la patente, e soprattutto quando avrò la voglia di scoprire in che ufficio mi convenga andare.

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Sono in Italia. La mia patente è scaduta da un paio di mesi, abbandonata nel portafoglio. Non ho scoperto a quale burocratica divinità tedesca portare un ex-voto, la procrastinazione ha avuto il sopravvento.
Ho pochi giorni in Italia, quindi fare il rinnovo autonomamente è da escludere.
Il pomeriggio è afoso, ma nella scuola guida l’aria condizionata mi trasforma in un puntaspilli. Il gestore guarda la mia patente e fa un qualche commento sarcastico sul fatto che sia scaduta da un po’.

Cerco di uscirne dicendo che vivo in Germania. Spero che lui non faccia le solite domande.

Lui le fa.

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“Ah, e che tempo fa lì? Freddo?”
Ogni persona, in Veneto, è convinta che Berlino sia alla latitudine di Arkangelsk.
Cerco di rendere la conversazione il più breve e indolore possibile. Il gestore non demorde, anzi continua a suggerirmi la risposta corretta.
“E come si sta lì? Si vive meglio che qui?”
“A parte il freddo…”
Non sembra cogliere l’ironia, ma fortunatamente la stampante più lenta del mondo ha finito. Mancano solo le firme e una fototessera.

La macchina per le fototessere odora di urina, lo sgabello è scassato e la tenda non si chiude bene. Non è cambiata negli ultimi sette anni.
Il mio viso, invece, sì. Il mio peso, abbandonando il vecchio moto altalenante, ha iniziato una parabola ascendente. I capelli sono brizzolati, e anche la barba inizia ad avere peli bianchi. Pietosamente, la macchina non mostra il resto del corpo. Dopo due foto bruttine, al terzo ed ultimo tentativo riesco finalmente a fare una foto veramente orribile. La prescelta.

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Finalmente arriva il momento della visita medica, organizzata direttamente nella sede dell’autoscuola. Ho davanti a me una dozzina di persone, e calcolo rapidamente che, me incluso, la media d’età dev’essere over 80.
Sono l’ultimo, e mi maledico per non essere arrivato prima. Il gestore mi consegna il foglio con l’anamnesi medica. È già completamente compilato, a quanto pare sono sano come un pesce. Vedo che tutti i fogli sono stati precompilati anche per gli altri in attesa. Una dozzina di ottantenni con salute di ferro, nessuna storia di malattie cardiache, nervose o respiratorie, e che al momento non fanno uso di farmaci e/o droghe. Mi trovo nell’incubo di un dipendente INPS.

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Il medico arriva e chiama dentro il primo, che esce 60 secondi dopo e va sedersi vicino ad un suo amico, anche lui in attesa.
L’è proprio maeducato sto dotore” dice “Ghe go dito che go un leucroma inte un ocio, me ga risposto che non ghe interesa“.
Non fa in tempo a finire la frase che pure il suo amico è entrato. Tutte le persone davanti a me entrano ed escono a ruota. Quando tocca a me sbaglio a leggere un paio di lettere, ma se non importa un leucoma figuriamoci questo. Il medico mi chiede se ci sento bene, mi trattengo a stento dal rispondere “Eh?”.

Finito. Patente rinnovata, foglio provvisorio in tasca e un centinaio di euro in meno. Guardo l’orologio: dall’arrivo del medico sono passati 13 minuti.
Calcolando il numero di persone davanti a me, il costo individuale del rinnovo e le spese di bolli ufficiali, calcolo che in 13 minuti in quell’autoscuola sono entrati più soldi di quanto io guadagni in una settimana. Dieci anni da quando ho fatto la patente, e la sola cosa rimasta invariata sono i seri dubbi sulle mie scelte di vita professionale.

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