La vita è bella
Photo by Ivan Macioce

Giorgio Cantarini è un attore italiano. Diventato famosissimo da bambino con i film premio Oscar “La vita è bella” di Roberto Benigni e “Il gladiatore” di Ridley Scott, si è in seguito diplomato al Centro sperimentale di cinematografia.

Ha quindi recitato nel pilot della prima webserie prodotta dalla Rai, “Aus, adotta uno studente”, e dopo una parentesi in Francia ha prodotto, diretto e interpretato insieme a Miguel Gobbo Diaz lo spettacolo teatrale “Il Calapranzi” e girato due cortometraggi da regista, di cui uno insieme alla sua ragazza, Marial Baima Riva.
Grazie a una borsa di studio ha quindi studiato per un periodo alla New York Film Academy di New York.

Attualmente è impegnato sul set di una serie ambientata a Berlino, “Flatmates“, diretta da Federico Peduzzi e Sergio Proto, e fa anche parte del cast del film “Lamborghini“, biopic su Ferruccio Lamborghini girata dal premio Oscar per la sceneggiatura Bobby Moresco e interpretata, tra gli altri, da Antonio Banderas e Alec Baldwin.

Abbiamo incontrato Giorgio a Berlino, nell’appartamento in cui risiederà per il tempo delle riprese della serie, e abbiamo parlato di questo nuovo progetto berlinese, nel quale sono coinvolti anche Filippo D’Antoni e Olimpia Vacca (segretario di edizione e assistente di produzione e addetta al catering sul set), ex studenti della scuola di cinema “The Visual House“, di cui abbiamo spesso parlato sulle pagine del nostro magazine.

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di Lucia Conti

Parliamo della serie che state girando, “Flatmates”. Mi sembra di aver sentito dire che sarà una webserie e so che è ambientata a Berlino

Innanzitutto non sarà più una webserie, hanno deciso di fare una puntata pilota per poi venderla come serie TV vera e propria, contattando Netflix, Amazon Prime etc.. Il progetto si è rivelato molto ambizioso e vista la qualità finale del risultato i registi hanno pensato che farne una webserie sarebbe stato un po’ riduttivo. Io sono assolutamente d’accordo.

Il progetto è molto bello, quando sono stato contattato ero a New York e appena ho letto la sceneggiatura mi è piaciuta subito. La storia era ambientata a Berlino e poi il genere è comico, leggero, con una storia tra ragazzi che a me piace, ma con momenti anche intensi.
Inoltre i due registi, Sergio Proto e Federico Peduzzi, sono molto preparati.

Tra l’altro i registi sono molto giovani, quindi immagino conoscano sia il tema che il tipo di sfondo in cui si sviluppa la storia

Sì, soprattutto Federico, che vive a Berlino da 5 anni. E infatti nella sceneggiatura c’è molto di quelle che sono state le sue esperienze.

Parliamo del tuo personaggio

Il mio personaggio, Paolo, mi somiglia molto. Diciamo che gli sto prestando quelle fragilità tipiche dei giovani che vogliono dedicarsi al mondo dell’arte e che, specialmente agli inizi, vivono una grande precarietà, anche in ambito economico.
Insomma, Paolo rappresenta quelle insicurezze che sono le mie, ma anche di un’intera generazione. Ma questo può diventare anche uno stimolo ad andare oltre, a viaggiare, a cercare delle alternative.

E il tuo personaggio lo fa?

Sì, Paolo è un pittore che lascia l’Italia e va prima a studiare e poi a cercare fortuna a Berlino, dove interagisce con personaggi assurdi… ma mi hanno detto che a Berlino questo è piuttosto normale! Anche io ho fatto lo stesso. Dopo aver studiato a Roma mi sono trasferito a Parigi e adesso sto cercando di spostarmi a New York. New York e Berlino sono diverse, ma sono città con tanto melting pot, che è una cosa che amo molto.

Photo by Ivan Macioce

Come mai ti stai trasferendo a New York?

Ho sempre avuto il desiderio di andare in America e continuare lì la mia carriera. Le opzioni erano Los Angeles e New York e tutti quelli che conosco mi hanno consigliato di scegliere New York, almeno all’inizio, perché è più facile muoversi. Adesso sto aspettando il visto artistico per partire, che dura tre anni e ti permette di lavorare come attore.
A New York, tra l’altro, sono andato anche l’anno scorso, a studiare alla New York Film Academy, dopo aver vinto una borsa di studio.

Di che si trattava?

Era per un progetto che si chiama “Torno subito”, della regione Lazio, che finanzia lo studio all’estero. Ho colto quest’opportunità anche per capire se la città mi piacesse. E mi è piaciuta. Inoltre la New York Film Academy, anche se solo per un mese, mi ha fatto imparare cose che in tre anni di scuola a Roma non avevo mai imparato.

Quali sono le principali differenze?

Lì sono molto più pratici, si parla un po’ della scena e poi si prova, mentre al Centro Sperimentale a Roma si parlava tanto delle scene, ci si arrovellava forse troppo.
A New York inoltre c’è molta voglia di fare le cose, c’è tanto movimento e se sei bravo e determinato le persone ti aiutano e sono anche più disposte a finanziare i progetti.

E questa cosa in Italia la percepisci meno?

A Roma, in particolare, l’ho percepita poco o nulla. Ci sono persone che si danno da fare, ma è proprio l’ambiente in sé che non ti aiuta, soprattutto se sei giovane.

In che senso?

Ci sono diverse cose che non vanno, però secondo me il difetto maggiore è che non c’è la “scommessa”, se non in rarissimi casi. Si gioca sempre sul sicuro, facce già conosciute, storie già collaudate, sceneggiature che non vanno mai oltre. Tra l’altro dei progetti alternativi hanno anche avuto successo, basti pensare a “Lo chiamavano Jeeg Robot”.
Però il regista ci ha messo quattro anni a realizzarlo, credo, perché non lo finanziavano. Per fortuna ce l’ha fatta.

E l’esperienza in Francia com’è nata?

È nata perché la mia ragazza, che è anche lei attrice, ha partecipato a uno scambio tra scuole di teatro, tipo un Erasmus, per un anno. Avevo l’opportunità di stare con lei, mi ero diplomato da poco al Centro Sperimentale e ho deciso di andare lì, imparare la lingua e trovare un’agenzia a Parigi.

In tre mesi ho imparato il francese, devo dire molto bene, e alla fine ho trovato un’agenzia sia a Parigi che a Ginevra e ogni tanto mi capita di fare provini su Parigi. È un’opportunità che comunque vorrei conservare, perché il cinema francese mi piace molto.

Tu hai raggiunto una notorietà mondiale da piccolissimo, con “La vita è bella” e “Il Gladiatore”, e hai raccontato del tuo rapporto precoce con la fama nel documentario di Mimmo Verdesca “Protagonisti per sempre”. Inevitabile chiederti quale sia stato questo rapporto

Fare “La vita è bella” mi ha cambiato la vita, sicuramente. Ha avuto talmente tanto successo a livello mondiale che tuttora le persone si ricordano del film e di me, anche negli Stati Uniti, ed è un orgoglio che mi porto dentro. Me ne sono reso conto tanto stando in America, dove vengo visto… tra virgolette, ovviamente, come parte del patrimonio italiano, di uno dei film italiani più famosi nel mondo.

All’epoca come l’hai vissuto?

All’inizio non è stato facile. Il film ha avuto così successo che per me era un problema anche andare in giro, perché tutti mi riconoscevano, mi fermavano, io avevo cinque, sei anni e non mi importava nulla di tutte quelle attenzioni… ero solo un bambino.

Com’è stata l’interazione con il regista e con il cast? Ti divertivi? Ti sembrava strano?

A quell’età dipende molto dalle persone che hai intorno a te. Non puoi essere trattato come un attore professionista, un bambino ha bisogno dei suoi tempi e dei suoi spazi. Io me la ricordo come un’esperienza positiva e molto faticosa, perché ho girato sempre in piena estate, vicino Terni. Ricordo che dovevo costantemente mettere questa crema solare per non abbronzarmi…

E i bambini odiano la crema solare…

Infatti! Comunque sia Beningi che Nicoletta Braschi erano molto carini con me, cercavano sempre di farmi stare a mio agio, così come molte persone della troupe. Altri invece si aspettavano da me un comportamento da adulto, ma per fortuna c’era sempre qualcuno pronto a difendermi.
In particolare penso al direttore della fotografia, Tonino Delli Colli, uno dei più grandi che abbiamo avuto in Italia. Lui diceva sempre “Ma basta! E fatelo riposa’, il regazzino!”. Ne ho un bellissimo ricordo.

E l’esperienza sul set de “Il Gladiatore” com’è stata?

È stata un’esperienza più breve, perché sono stati solo tre giorni, mentre le riprese de “La vita è bella” sono durate un mese. Però è stato bellissimo, eravamo in Toscana, in mezzo alla natura, con questa troupe immensa. Anche Ridley Scott era molto gentile, mi prestava la sua roulotte perché nella mia non funzionava l’aria condizionata.
Poi c’era la scena in cui io morivo sotto i cavalli, avevano creato questo pupazzo alto quanto me e vestito come me.

Non ti ha fatto un brutto effetto vedere la scena?

No, avevo capito che era una finzione, anzi, mi sono divertito. Era mia madre a viverla male…

Con una partenza del genere voler diventare un attore è stato automatico?

In realtà all’inizio non volevo fare l’attore. Dopo “Il Gladiatore” ho fatto una pubblicità importante per l’America e un film per la tv americana, ma facevo qualche lavoro a distanza di due o tre anni, per non perdere contatti e anche per mettere qualche soldino da parte. Però io volevo fare il calciatore, l’ingegnere, il maestro, ho avuto varie fasi.

Ho deciso di fare l’attore verso la fine del liceo e ho deciso di capire se, mettendomi a studiare, sarei diventato un professionista completo e consapevole. E quindi ho provato al Centro Sperimentale, che è una scuola molto selettiva. Considera che ogni anno prendono per il corso di recitazione solo sette ragazzi e sette ragazze, su più di seicento candidati. Sono stato preso ed è andata molto bene, soprattutto il primo anno e mezzo, che è strutturato molto bene. Poi ci si perde un po’ e questa cosa l’ho un po’ patita. Resta comunque un’esperienza che mi ha dato tanto.

Torniamo a “Flatmates”

La cosa buffa è che quando mi hanno contattato, ho subito chiamato Miguel (Gobbo Diaz n.d.r.), il mio migliore amico, anche lui attore, e lui è caduto dalle nuvole, perché era sotto casa di uno dei registi per parlare della stessa cosa. Volevano offrirgli il mio stesso ruolo.

Si poteva creare uno psicodramma…

Alla fine abbiamo fatto il provino insieme e lui ha avuto il ruolo del migliore amico di Paolo, il mio personaggio. Sono rimasti tutti molto colpiti dalla nostra intesa. Lui ora è sulla cresta dell’onda, perché è appena uscita una serie che ha girato qualche mese fa per la Rai e in cui è protagonista assoluto, insieme a Claudio Amendola.

Puoi dirci qualche altra cosa di questa serie?

Una cosa molto bella è che la troupe riflette tante nazionalità ed età diverse e io vivo per queste cose, amo gli scambi culturali, trovo siano una cosa importantissima. E poi il set è totalmente eco-friendly, ricicliamo le cose, non c’è plastica, lo trovo molto bello.

E puoi dirci qualcosa sul film di Bobby Moresco a cui stai partecipando?

È un progetto molto importante sulla vita di Ferruccio Lamborghini girato da Bobby Moresco, che ha vinto l’Oscar come migliore sceneggiatore con il film “Crash”. Nel film ci sono Antonio Banderas, che interpreta Lamborghini, e Alec Baldwin. Il mio è un piccolo ruolo, ma è un bellissimo progetto e sono felice di farne parte.

Ti piace il cinema americano?

Molto. Molto più del cinema italiano, al momento.

Regista preferito?

Oliver Stone. E anche Quentin Tarantino… ma soprattutto Oliver Stone.