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di Sara Bolognini

Fresca è la notizia delle nuove disposizioni del ministro Salvini in materia di immigrazione. Il decreto, approvato il 24 settembre, prevede, tra le altre cose, la riduzione dei casi di riconoscimento della protezione umanitaria. In Italia, così come in Germania, il tema dell’emergenza migranti occupa grande spazio nei media e nelle conversazioni dei cittadini. In particolare, quello che sembra fare infuriare gli italiani, sarebbero i famosi “35 Euro al giorno” destinati agli immigrati.
Al di là dei miti e della manipolazione delle informazioni, vediamo nel dettaglio qual è la realtà dei richiedenti asilo, in Italia e in Germania, facendo una riflessione comparativa.

Prima di tutto alcuni numeri. Gli italiani percepiscono l’ondata di immigrazione come una vera e propria invasione. Ma è davvero così? Secondo i dati divulgati dall’Istituto Cattaneo nello studio “Immigrazione in Italia: tra realtà e percezione”, i cittadini del Bel Paese sono quelli che, tra tutti gli altri stati europei, evidenziano uno scarto maggiore tra la percentuale stimata di immigrati presenti nel Paese e la percentuale reale. Nel sondaggio gli italiani hanno creduto che la percentuale fosse del 25%, mentre invece, nella realtà, corrisponde al 7%. L’Italia sembra inoltre essere tra gli ultimi Paesi in Europa per il numero di rifugiati sul totale della popolazione. Secondo i dati de Il Sole 24 Ore, al primo posto nella classifica europea ci sarebbe la Svezia, il cui numero di rifugiati è 23.4 ogni 1000 abitanti, seguita da Norvegia (11.4) e Austria (10.7). La Germania è al quinto posto con 8.1 rifugiati ogni 1000 abitanti, mentre l’Italia sembra averne solo 2.4.

Ed ecco cosa succede in pratica a questi migranti, una volta sbarcati. In Italia ci sono due sistemi di accoglienza: dopo una prima identificazione vengono inviati o ad uno Sprar (Sistema di protezione richiedenti asilo e rifugiati), un centro comunale di accoglienza dove ai rifugiati vengono forniti gli strumenti per l’inserimento nella società italiana, con corsi di formazione linguistica e lavorativa, oppure, qualora gli Sprar non fossero disponibili, i migranti vengono mandati in un Cas (centro di emergenza straordinaria), concepito come struttura di accoglienza temporanea, dotato di soli servizi minimi e quindi non adatto alla formazione e all’integrazione.
Commentare le statistiche non serve: secondo i dati del Viminale, nel 2017 gli Sprar erano solo 1017 su 7978 e ben 80% dei richiedenti asilo è finito in un Cas. Se il richiedente ottiene l’asilo mentre si trova in un Cas, dovrebbe essere rinviato ad uno Sprar, ma, a causa dell’insufficienza di posti, queste persone sono solitamente costrette a lasciare immediatamente i centri di accoglienza senza alternative. Detto in parole povere, vengono sbattute per strada, senza possibilità di integrazione.

Parliamo poi dei famigerati 35 euro al giorno che nella percezione collettiva questi immigrati sembrano intascarsi. Di quei soldi, in realtà, solo 2.50 Euro finiscono nelle loro mani. Il resto va alle strutture che si occupano di accoglierli e assisterli, fornendo alloggio, cibo, corsi di lingua e assistenza psicologica. Quando si parla di Cas, tuttavia, la media dei soldi spesi scende a 30 Euro. E i casi di truffe (la cosa non stupisce) non sono eccezionali: centri che hanno presentato false fatturazioni, che hanno lucrato sul sovraffollamento, che hanno persino comprato cibo scaduto o prossimo alla scadenza. Chi è che intasca, quindi, questi soldi?

Con il nuovo decreto approvato da Salvini, i richiedenti asilo non potranno più iscriversi all’anagrafe e quindi non avranno la possibilità di accedere alla residenza. Il sistema di “accoglienza” italiano sembra quindi non lasciare spazio all’integrazione sociale.
La Germania ha invece tutto un altro approccio.
Salvini si è lamentato del fatto che la Germania spenda meno di noi per mantenere i rifugiati, ma è vero? In realtà ogni Land tedesco ha una spesa diversa e le cifre variano molto da regione a regione, è quindi difficile fare un paragone nazionale. Quei soldi in Germania sono poi spesi per una vera e propria integrazione del rifugiato nella società tedesca. Una volta ottenuto lo status di rifugiato, si entra infatti nel sistema Harzt IV, ossia si riceve il sussidio di disoccupazione a cui ha diritto ogni cittadino tedesco. Regola per fare parte del programma è però anche la ricerca di un lavoro e la possibilità di rifiutare al massimo tre offerte.

Il motivo per cui la Germania crede che investire nei migranti abbia un senso può essere riassunto nelle parole dell’economo Bernd Raffelhüschen: „Wir brauchen Leute, das ist klar. Aber wir brauchen Leute, die wir brauchen“ (abbiamo bisogno di persone, questo è chiaro. Ma abbiamo bisogno di persone di cui abbiamo bisogno).
La politica tedesca è mirata ad offrire corsi di lingua e formazione, per creare degli individui qualificati che potranno poi portare profitto al Paese e pagare le tasse. Raffelhüschen ha affermato che la migrazione avrà un profitto a lungo termine, qualora l’individuo sia motivato e qualificato, al contrario di un migrante poco qualificato e che non parla la lingua.
Certo, nemmeno la Germania è un paradiso: tra i centri sovraffollati e attacchi razzisti la situazione è critica. La differenza sta però nell’atteggiamento. La Germania sembra dichiarare: questa è la situazione, che ci piaccia o no la dobbiamo affrontare al meglio. Dare adito a lamentela passive e disinformazione è controproducente e serve solo ad accrescere un clima di odio. Vecchia è la strategia del trovare un nemico esterno da incolpare, quando le cose nel proprio Paese vanno male.