italiani a berlino

Interno, notte. Il locale è uno di quelli piccoli, a ridosso del fiume, vicino a Jannowitzbrücke. Uno di quegli spazi ricavati da ex depositi, ex magazzini, ex qualsiasi cosa di vagamente post-industriale, e che nella mia testa si chiamano tutti con nomi di imperatrici mitteleuropee. La band che suona è italiana, non mostruosamente famosa, ma abbastanza nota da riempire un club all’estero.
Il locale, ovviamente, è pieno di italiani, con i soliti quattro tedeschi con l’aria sperduta, trascinati lì da coinquilini/fidanzate/compagni di tandem linguistico. Nella calca, capito dietro a una coppia di appena maggiorenni. Lei non tace un secondo, quindi scopro in pochi minuti tutta la storia delle loro vite. Lei siciliana, passione per l’indie rock (ovviamente), si definisce “un po’ matta” (ovviamente), truccata come se fosse appena uscita da un brutto video di un gruppo a caso della lineup del MiAmi (ovviamente). Lui svizzero-italiano, probabilmente non si è mai fatto la barba in vita sua, ma ci spera tantissimo. Si sono conosciuti su Facebook e non si erano mai incontrati prima di stasera.
Lui non parla mai, ma arrossisce ogni volta che lei si rende imbarazzante. È palese che spera in una conclusione gloriosa che probabilmente gli è interamente sconosciuta. Lei, durante il concerto, urla come se la stessero scuoiando con un pelapatate. A un certo punto non resisto: “guarda che non ti sentono comunque”. Lei non coglie, si forma la bizzarra idea che io voglia fare amicizia e pensa bene di attaccare bottone. “Ma tu vivi a Berlino o sei venuta per il concerto?” Gli occhi mi fanno una capriola all’indietro nella scatola cranica. Sospiro. “Vivo qua”. “Che culo!” squittisce lei. “Perché?” Chiedo, ed è quasi una domanda seria “Guarda che mica ho vinto una lotteria eh. Lo puoi fare anche tu, pigli un aereo, sistemi un paio di documenti e poi vivi a Berlino. Non ci vuole un miracolo”. “No”, fa lei pensosa “io non ci potrei mai vivere in Germania. I tedeschi non li sopporto, sono tutti nazisti”. Il ragazzino imberbe mi guarda come se volesse chiedermi scusa, lei invece è del tutto ignara della gratitudine che mi deve per il fatto di non averle ancora rotto il setto nasale con una craniata. La tentazione è forte. Ma poi penso che lei, per fortuna, domani se ne torna in Sicilia e lui, se tutto va bene, fra un anno o due potrà comprarsi un rasoio.

Questa premessa mi serve per fare un accorato appello agli italiani in Italia, a tutti i nostri amici, conoscenti, cugini di quarto grado che improvvisamente sentono il bisogno di scriverci appena scoprono che viviamo a Berlino.

Cari italiani in Italia, sappiamo che Berlino vi incuriosisce, che l’idea di vivere in un altro Paese vi affascina e vi spaventa al tempo stesso, che vi piacerebbe stare dentro al Berghain per quattro giorni e quattro notti e che quella volta che siete venuti qui in vacanza vi siete divertiti tantissimo e avete sognato di poterci restare a vivere. Sappiamo tutte queste cose, le capiamo, le accettiamo. Cionondimeno, ci sono alcune cose che noi, i vostri connazionali emigrati a Berlino, vi chiediamo rispettosamente di non fare. O meglio, di non fare più. Perché al momento le fate. Spesso. E quando le fate noi vi detestiamo tanto, ma davvero tanto, solo che spesso siamo troppo bene educati per dirvelo o abbiamo paura di passare per quelli che si sono montata la testa. Quindi, oggi ho deciso di rendere un servizio ai miei connazionali emigrati e di prepararvi un comodo elenco delle cose che davvero non sopportiamo.

La mistica del “culo”

Cominciamo proprio dall’esempio riportato qui sopra: “Che culo”. No. Ragazzi, no. La fortuna non c’entra assolutamente niente. Non è una benedizione divina, non è stato il miracolo di San Gennaro, non abbiamo vinto un premio. Emigrare è una decisione che si matura, alla quale si arriva dopo lunghe e a volte sofferte considerazioni, e che poi si mette in pratica con fatica, affrontando tutte le difficoltà del caso. Per alcuni è un viaggio entusiasmante, per altri un’esperienza dolorosa, per alcuni è un’opzione fra le tante, per altri una scelta necessaria. In nessun caso si tratta di una cosa che capita per caso ad alcuni fortunati e non ad altri. Emigrare a Berlino è un’azione che si compie e richiede volontà e determinazione. Non è che siamo finiti qui perché abbiamo preso l’uscita sbagliata sulla A14. Certo, se non la ritenessimo la scelta migliore non saremmo qui, ma questo non vuol dire che la nostra vita sia una specie di eldorado o che abitare a Berlino sia lontanamente simile a venirci in vacanza o in Erasmus. Ci si può sentire molto soli, si può sentire dolorosamente la mancanza degli affetti, essere preoccupati per genitori e nonni anziani, amici in difficoltà, a volte anche figli che non si vedono crescere. La nostalgia di casa è una faccenda complicata che ha ben poco a che fare con il sole, il mare, la pizza e il culatello. Non è una questione di “culo”. Si tratta di scegliere ogni giorno di restare qui, perché nonostante tutto pensiamo sia la cosa giusta. È la costruzione di una vita in un mondo nuovo, nel quale spesso, soprattutto all’inizio, ti senti perso. Se proprio volete esclamare qualcosa, quando un vostro conoscente si trasferisce all’estero, provate con “che coraggio!”

La mistica del divertimento

Stai a Berlino, chissà quanto ti diverti! Quando vengo mi porti un po’ in giro”. Vacci piano, amico. Io a Berlino ci vivo, non sono in vacanza. E me la godo tantissimo, sia chiaro, ma non è detto che il mio concetto di “godermela” combaci con il tuo. Per esempio, se la tua idea di divertimento è chiuderti in un club a ballare la techno per tre giorni, sicuramente troverai pane per i tuoi denti, ma io non ho intenzione di accompagnarti. Prima di tutto perché a me la techno non piace e le discoteche mi fanno orrore, e in secondo luogo perché, quando tu vieni a Berlino, tu sei in vacanza, mentre io devo alzarmi al mattino per andare a lavorare. E probabilmente, se ti mostrassi la Berlino che piace a me, ti annoieresti, perché non è quello che ti aspetti da un viaggio. A me piace di Berlino quello che a te piace di Brescia, Crotone, Trieste o Pistoia. Mi piace il bar sotto casa, anzi lo Späti, perché il proprietario mi conosce e si ricorda che marca di tabacco fumo. Mi piace un caffè del mio quartiere, perché è l’unico che fa il chai latte esattamente come lo voglio io. Mi piace il panorama che vedo quando incrocio la Karl-Marx Allee per andare in un cinema piccolissimo dove ogni tanto fanno anche qualche film italiano. Mi piace passeggiare nel parco la mattina presto, negli orari in cui si incontrano solo quelli che fanno jogging, quelli che portano a spasso il cane e quelli ancora svenuti dalla sera prima. Quando vieni in vacanza a Berlino, sono queste le cose che vuoi vedere? Immagino di no. Quindi trovati un bell’ostello e se abbiamo tempo ci prendiamo un caffè, che a te non piacerà e a me sì, quindi magari ti porto da Starbucks così almeno non mi devo sorbire il lamento dell’espresso che fa schifo.

Le domande che dovresti fare a Google

Alzi la mano chi, appena trasferito a Berlino, non ha scoperto di avere molti più amici di quanti non immaginasse. Facebook è tutto un fiorire di messaggi di compagni delle elementari, cugini di quinto grado di un vicino di casa e perfetti sconosciuti che, siccome hanno sentito dire che viviamo a Berlino, hanno improvvisamente un sacco di domande da farci. E alcune di queste domande sono legittime, non dico di no. Altre, invece, ci fanno venire voglia di lanciare il computer dalla finestra, se non fosse per il fatto che probabilmente non possiamo permettercene un altro. È legittimo chiedere, per esempio, come ce la passiamo, se siamo riusciti ad ambientarci, se la lingua è davvero difficile come dicono (lo è), se è vero che il freddo secco si sente di meno (non è vero) e se siamo finalmente riusciti a vedere i Rammstein dal vivo. Non è legittimo, invece, chiedere informazioni che voi stessi non sapreste dare su casa vostra. Una buona regola da tenere a mente è: se puoi cercarlo su Google, non chiederlo a noi. Seguono esempi pratici.

“Ciao, scusa, non ci conosciamo, ma volevo chiederti secondo te quanto mi può servire per vivere a Berlino per sei mesi?”
E io che ne so? Lo hai detto tu, non ci conosciamo. Che ne so io di come vuoi vivere tu? Se vuoi abitare in un WG a Neukölln con altre otto persone e andare a ballare tutte le sere, in un attico a Mitte e campare a ostriche e champagne, o in un monolocale a Marzahn sopravvivendo a uova sode e insaccati della Lidl? Questa domanda non ha senso e mi fa capire che tu, ignoto interlocutore che mi molesti con una notifica su Messenger, non hai la minima idea di cosa fare della tua vita. E, dal momento che non ci conosciamo, non è un problema mio.

“Ciao, scusa, vengo in vacanza a Berlino con la mia ragazza per una settimana, sapresti indicarmi un albergo che costi poco e che sia in centro?”
No, perché io non sono in vacanza a Berlino, quindi vivo in un appartamento e non in albergo. Tu conosci i prezzi degli alberghi vicino a casa tua? Appunto. Fai quello che fanno tutti gli esseri umani normali quando vanno in vacanza: cerca su Google o su uno dei diecimila siti che hanno il solo scopo di farti sapere quanto costano e dove sono gli alberghi in giro per il mondo.

“Ciao, scusa, quanto costano le case a Berlino?”
Non sono un’agenzia immobiliare. E anche questa domanda non ha senso, per nessuna città. Quanto costano le case a Roma? Dipende, mi dirai tu, amico romano: una villetta a Casal Palocco non costa come un bilocale a Boccea, affittare un appartamento di tre stanze al Pigneto non costa come affittare un seminterrato al quartiere Alessandrino. Ecco, Berlino – pensa un po’ – è esattamente uguale. Anche in questo caso la risposta è “prima chiarisciti le idee e poi cerca su Google”. O unisciti a uno dei diecimila gruppi Facebook nati esclusivamente per aiutare la gente a trovare casa.

I problemi che dovresti risolvere da solo

Qui c’è una regola aurea: se non siamo amici, non è carino che tu mi chieda di risolverti problemi che potresti affrontare benissimo anche da solo (come ho fatto io, per dire). Qui il discrimine è veramente il livello di confidenza e non si tratta neanche più di vivere in Italia o essere emigrati all’estero: si tratta proprio solo di saper stare al mondo. In questa categoria rientrano tutte le richieste di supporto pratico in faccende come “mi aiuti a trovare lavoro a Berlino? Vorrei guadagnare almeno 1500 €, ho una laurea triennale in scienze delle merendine applicate alla filologia dei Puffi, non parlo tedesco e pure l’inglese non va tanto bene, perché alle medie ho fatto francese”. Amico mio, mi hai preso per la Madonna di Loreto? Armati di pazienza, trovati una sistemazione temporanea e fatti un bel giro delle attività dei tuoi connazionali che potranno offrirti un lavoro, anche se con una paga assai più bassa delle tue aspettative. Se fossimo amici, ti direi di venire a dormire da me per un po’ e ti accompagnerei a cercare lavoro, ma siccome non ci parliamo dal ’92, non credo che lo farò.

Questa tipologia di richiesta si declina anche nella versione “affermazione passivo-aggressiva volta a estorcere qualche trucco segreto per fare i soldi e campare da signori a Berlino”. Un esempio pratico? “Mah, io non lo so come fai a stare a Berlino, io sono salito una settimana a cercare lavoro, ma mi hanno offerto solo posti del cavolo, pagati una miseria”. Ma va’? Cioè, tu vorresti dirmi che a te, diplomato in cruciverba della Settimana Enigmistica senza alcuna conoscenza della lingua tedesca, nessuno ha ancora offerto un posto di amministratore delegato alla Volkswagen? Non ci si crede, signora mia, è uno scandalo. Pensa, tutti gli italiani che conosco che fanno i lavapiatti, i camerieri, i baristi, i collaboratori domestici e gli operatori di call center, invece, sono partiti da casa proprio con il sogno segreto di fare quei lavori.

I luoghi comuni sui tedeschi

Una famosa citazione della quale non riesco a trovare l’autore recitava: “Due tipi di persone non sopporto: gli ubriachi quando sono sobrio, i sobri quando sono ubriaco”. Parafrasandola, io posso dirvi che ci sono due cose che mi mandano in bestia: gli stranieri che si riempiono la bocca di luoghi comuni sugli italiani e gli italiani che si riempiono la bocca di luoghi comuni sui tedeschi. State tranquilli: difenderò il buon nome della patria sbugiardando chiunque si permetta di deriderci o di fare commenti irrispettosi sul nostro Paese o sulla nostra bellissima gente. Allo stesso modo, però, gli italiani che sanno parlare dei tedeschi e della Germania solo per luoghi comuni mi fanno salire il sangue al cervello. Se pensate di rendervi simpatici e di creare un’aria di sorniona complicità con i vostri connazionali immigrati insultando il paese in cui vivono, vi sbagliate di grosso. L’unica cosa che riuscite a comunicare è un gretto provincialismo che ci fa venire voglia di fare finta di non parlare la vostra lingua. Quindi, a futura memoria, vi informo che i tedeschi non sono: tutti razzisti, rigidi, severi, antipatici, privi di senso dell’umorismo, aggressivi, freddi, alcolizzati, abituati a parlare urlando, ossessionati dalla puntualità o sostenitori della necessità di portare i sandali con i calzini. Vi informo che, invece, spesso i tedeschi sono: i nostri amici, i nostri colleghi di lavoro, i nostri partner, i genitori dei nostri figli, i nostri vicini di casa con i quali ci si scambia piccoli favori, gli sconosciuti che si offrono spontaneamente di darci una mano se ci troviamo in difficoltà.
Certo, a volte sono anche insopportabili, incomprensibili e intrattabili, come tutti.
Come noi e come voi.

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