© Powerslide We Love To Skate / CC BY 2.0
© Powerslide We Love To Skate / CC BY 2.0

di Pseudonimo

C’è chi si trasferisce a Berlino per fare carriera come lavapiatti, chi per seguire un amore stempiato e con le occhiaie, chi per fare insuccesso nel mondo dell’arte, chi per aumentare la produzione annuale pro capite di piercing e tatuaggi. E poi ci sono anche le persone ragionevoli. Non sono sicuro di appartenere a quest’ultima categoria, ma sta di fatto che io invece Berlino l’ho scelta perché è una città prevalentemente pianeggiante.

Come mai hai deciso di venire a vivere a Berlino?
Perché è una città prevalentemente pianeggiante.

Dopo una risposta del genere, la gente comincia ad appassionarsi di psicopatologia dell’apprendimento. È comunque ovvio (ma vi pare) che non sono venuto qui per questo. Ma devo ammettere che, a posteriori, posso considerarla un’ottima motivazione per cominciare a suonare random citofoni di gente sconosciuta in piena notte. Scappare in pianura è meno faticoso.

E invece la scarsa pendenza del territorio circostante pare abbia favorito qui, studi antropologici alla mano, un’attività molto meno ricreativa: il ciclismo. Milioni di residenti, nel corso dei secoli, hanno perciò deciso di adattarsi darwinianamente al territorio forzandosi ad acquistare una bici.

Non ultimo il sottoscritto, ennesima vittima dell’evoluzionismo nei pressi del mercato coperto di Treptower Park; un casermone di frattaglie metalliche, tetano, dischi in vinile di musicisti coi baffi e scarpe usate molto brutte. Ho comprato una specie di Graziella, sì, ma non ditelo a mio padre: perché la Mountain Bike Bianchi Ragno che mi regalò nel 1993 – settecentomila lire – è ancora lì in garage, da sola, a biodegradarsi.

Sto palpando un candelabro in stile Sheffield, quando la vedo per la prima volta. Lei, la bicicletta dei miei sogni, sta in posa languida adagiata sul cavalletto laterale e ammicca. È un sabato di primavera piena del 2012 e questo fa sì che io sia molto innamorato della vita. Per cui parte facile l’infatuazione. È grigia, anni settanta, molto sobria ed elegante. Ma questi sono solo attributi secondari. In realtà la sua caratteristica primaria è il rapporto sentimentale che instauro fin da subito con chi ha già deciso che la acquisterò. Un turco. Un croato. Un bulgaro. Un armeno. Un georgiano. O quantomeno: queste sono le probabilità etniche.

Gli chiedo gesticolando – Si può fumare qui dentro? – e basta questo per entrare nel suo cuore e non uscirne più per i 18 minuti successivi. Di sigarette ne fumiamo tre di fila, sorseggiando un caffè nero, lungo e pisciato come solo i turchi delle Beckerei sanno fare. Il tizio parla una lingua dispettosa ed estroflessa composta da un 2% di inglese, 15% di tedesco, 60% di incomprensibile, 23% di altro e nonostante questo impasto noi si finisce a toccare tematiche sociali e scientifiche di un certo livello, tipo il nuovo mascara della Collistar e la teoria eliocentrica di Keplero.

È pressapoco una prestazione sociale a pagamento, la sua conversazione: visto che a dialogo ultimato, il tipo mi chiede inspiegabilmente 65 euro; denaro che gli consegno solo quando fa un’offerta a ribasso includendo nel prezzo pure la bici. Che vi credete. Mica so’ scemo. Tutto ‘sto casino e tutti ‘sti capoversi, punti e virgola, due punti, punti e a capo e alla fine oggi nel mio cortile di bicicletta ce ne sta un’altra. Quella comprata a Treptower Park è schiattata un annetto dopo l’acquisto e visto che non c’è nulla di sacro a questo mondo, ne ho subito comprata un’altra.

Cose che succedono mentre te ne stai lì a mettere lo zucchero a velo sui cornetti. Adesso vi spiego. È tipo maggio dello scorso anno, mi pare. Mi si avvicina al bancone del bar un tizio sulla sessantina, stavolta dalla provenienza etnica indiscutibile: turco. Mi dice che fuori dal mio piccolo mondo esiste una bicicletta nera, massiccia, nuovissima, superaccessoriata, di documenti munita, alla modica cifra di 50 euro inculata inclusa. Ma solo per i primi dieci fessi. Esco fuori dal mio piccolo mondo per costatare se è così e mi trovo davanti praticamente il maestoso cavallo di Raul, il fratello stronzo di Ken Shiro.

La descrizione combacia. La bici è nera, massiccia, nuovissima e in più è dotata di contachilometri digitale. Cosa che mi fa cedere subito per l’acquisto, visto che la mia età mentale si approssima intorno ai 12 anni. Mettici su un contachilometri digitale e io ti compro di tutto, pure un cancro al pancreas. E mentre pago mica mi vengono in mente concetti occidentali come frode, inganno, raggiro, fregatura in un autogrill nei pressi di Salerno.

La verità è che non riesco proprio ad immaginare visivamente la truffa, mentre siamo ancora in trattativa. Chi ce lo vede un turco sulla sessantina a premeditare il bidone? Chi se lo immagina alzarsi dal letto col suo pigiamino, fare colazione con latte e biscotti, lavarsi la faccia e i denti, vestirsi da pensionato, salutare la moglie grassa, uscire di casa, buttare la spazzatura, salutare il vicino, inculare una bici e poi vendermela?

No, io non riesco proprio a comprendere come può inserirsi un reato nel bel mezzo di atti così quotidiani e arrendevoli. Per cui la mia immaginazione criminale si ferma al punto in cui il turco butta la spazzatura e subito si trasforma in inventiva poetica: mentre richiude il cassonetto, lo sguardo triste e addolorato gli cade sulla bici abbandonata del figlio morto qualche mese prima e tutto il resto viene da sé.

Lui che suona il citofono per farsi lanciare dal balcone le chiavi del bloccaruota. Lui che libera la bici dai giorni dell’abbandono. Lui che trascina ad un tempo la bici e la sua vecchiaia per le strade di Berlino. Lui che passa davanti al mio locale. Lui che mi guarda mettere romanticamente lo zucchero a velo sui cornetti. Lui che si lascia influenzare da quest’immagine patetica. Lui che sogna me in sella alla bici del figlio morto su un prato fiorito con in sottofondo un pezzo strappamalinconia di Armando Trovajoli. Lui che decide che sono io l’uomo che sta cercando. Io che gli sgancio 50 euro.

Tutto questo nella mia fantasia. Esclusa la parte delle 50 euro, ovviamente. Infatti rientriamo al bar, io per prendere i soldi, lui per scroccarmi una penna: vuole mettere una firma nel documento di cessione del mezzo. Ci tiene a fare tutto in regola, sottolinea. Ed ecco che prende in mano le banconote, le controlla per vedere se le ho appena disegnate io o meno, firma, mi consegna le chiavi e si dissolve nel monossido di carbonio cittadino.

La parte figa di questo racconto arriva verso mezzodì, quando colto da un ascesso improvviso di complottismo, vado a controllare il documento del mezzo che ho appena acquistato. Tutto in regola, a parte la data di nascita del venditore: 25 – 04 – 1549.

Un genio. A mio parere, manco Leonardo Da Vinci ha mai avuto un’idea così brillante in tutta la sua vita. Ecco perciò: quando qualcuno a cena, per darsi un tono intellettuale, attaccherà il solito pippone sul talento ineguagliabile di Lars Von Trier, voi stroncatelo subito. Raccontategli questa storia e fategli capire chi è a questo mondo che veramente comanda in quanto ad ingegno.

*Pseudonimo*

pseudoQuando ero piccolo tutti avevano un sogno nel cassetto, e invece io ce l’avevo nel portaoggetti della Clio. In ogni caso non s’è ancora realizzato, quindi inutile parlarne. Vivo in questo pianeta da trentacinque anni e a Berlino da circa tre. Dal 2006 in poi ho peggiorato qualitativamente riviste su abbonamento (Progress, Progress Viaggi, All about Italy), webzine (Bazarweb, Fuoribusta), riviste settoriali (Cinemabendato, Wundergammer), cartacei satirici (Mamma) e testate nazionali (Il Fatto quotidiano). Nel 2009 la giuria specializzata del Premio Franco Solinas ha erroneamente giudicato interessante un mio trattamento cinematografico dal titolo “Guarda e passa”, segnalandolo altrettanto erroneamente ai produttori.
Per il Mitte curo la rubrica “Welche sauce?” dal sottotitolo giustamente poco pubblicizzato “Kebab e altri puntri di vista fuorvianti su Berlino”
Utilizzo le residue energie vitali nel tentativo di elaborare una maldestra poetica fotografica (www.pietroromeo.net). Attualmente sono inoltre impegnato a vivere la biografia di un altro e a non accontentarmi di quello che ho.

3 Commenti

  1. Ma come? A scuola non ti hanno insegnato che tra il gotico internazionale e il barocco spagnolo c’è il rinascimento turco, celebre per le sue biciclette intarsiate? ;)

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