Come appare Berlino, dopo Parigi

17 April 2014

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[© Gonzalo Díaz Fornaro / CC BY ND 2.0]

Una vista su Parigi [© Gonzalo Díaz Fornaro / CC BY-ND 2.0]

di Joseph Pearson
(da Needle Berlin)

Le prime ore dopo l’arrivo in una capitale europea da un’altra sono le più adatte per fare dei paragoni. In particolare se si tratta di due città in cui hai vissuto, che conosci bene, e che ami.

Questo articolo non parla di Parigi, ma di essere a Berlino dopo avere trascorso del tempo a Parigi.theneedle_logo

Ricordo quando mi trasferii a Berlino – vivevo a Parigi da sei mesi e avevo volato lì direttamente da Orly – mentre viaggiavo sul bus X7 da Schönefeld a Rudow, pensavo che Berlino mi ricordasse una città di provincia del Nord America. Tutte quelle case di periferia, le vie grandi, gli alberi, gli ampi reticolati delle strade. Mi sentii come fossi arrivato in Wisconsin, non nella capitale della più grande economia europea.

Non c’era la solennità ronzante, non c’era la sensazione di trovarsi sul ciglio del caos metropolitano, risucchiato come una nave da una forza irresistibile. Niente effetto “Morte Nera”. Sicuramente non la sensazione che provi a bordo di un Van Wyck expressway diretto a Manhattan. Neanche quella che provi sulle trafficate strade che conducono da Orly al centro di Parigi.

[© lizbennington on Flickr / CC BY-ND 2.0]

Berlino al tramonto [© lizbennington on Flickr / CC BY-ND 2.0]

La sensazione di spopolamento si estese alla U-Bahn, e poi alle vie della città. Solo poche ore prima avevo sgomitato attraverso le infinite, affollate, e stranamente odoranti gallerie di Châtelet. Ma quando scesi alla stazione (un tempo chiamata) Zinnowitzerstr, la banchina era vuota. Dove erano tutti? È davvero una metropoli? Non può essere.

E poi, camminando lungo Chausseestraße a Mitte, rimasi sconvolto dalla bruttezza del panorama – la desolazione delle facciate nella luce di inizio estate – la mancanza di uniformità architettonica, la pochezza degli ornamenti. Tutto mi sembrò brutale, fattuale, rozzo, casuale, asimmetrico. Un miscuglio di stili, spazi vuoti, ammorbidito soltanto da una quantità di verde che mi fece sentire ancora più in provincia. Quando il sole tramontò, fui sorpreso da quanta poca illuminazione pubblica ci fosse nelle strade: era tutto troppo scuro e silenzioso.

[© James Whitesmith on Flickr / CC BY ND 2.0]

Parigi al tramonto [© James Whitesmith on Flickr / CC BY-ND 2.0]

“Provinciale”: una parola parigina, perché è a Parigi dove tutte le strade e le ferrovie francesi conducono. La Francia è un fiore esagonale, i cui petali spuntano tutti da un denso germoglio. “Provinciale” è una parola che sa di allontanamento, di periferia, di cattivo gusto, di povertà, di snobismo. Il “provinciale” ha dei segni di riconoscimento: accenti campagnoli, vestiti casual, strade tranquille, bellezza bucolica, angoli scuri. I parigini e i newyorchesi hanno certe cose in comune nel loro disprezzo metropolitano: mi viene in mente Frank O’Hara quando scrisse “Non posso nemmeno godermi un filo d’erba, se non sono sicuro di avere una metropolitana a portata di mano”. Berlino è vasta, irregolare, diluita, con meno popolazione rispetto agli anni ’20 ed è fatta per il 46% da spazi verdi e acqua. Il parigino medio metterebbe una “X” in ogni casella: Berlino appare provinciale.

Solo pochi giorni fa, tornando a Berlino dopo un weekend a Parigi, ho ripensato a queste differenze. Ho fatto un giro tra la stazione dello Zoo e Savignyplatz – che spesso viene definita “parigina” – e mi sono sentito infastidito dalle cupe ed ampie strade, dalle persone ordinatamente in attesa ai semafori pedonali, dalla freddezza distaccata nell’interazione nei negozi, dalla silenziosità dei vagoni della metropolitana, dalla mancanza di chiacchiericcio latino, dai pensionati in piedi attorno ad un Bude mentre mangiano un Bratwurst e delle patatine immerse in ketchup di produzione industriale e cosparse, senza una ragione precisa, con polvere di curry. Dove sta la joie de vivre in tutto questo?

Perché ho lasciato un luogo dove i ponti di pietra abbracciano le anse della Senna attorno alle isole, dove le facciate hanno tutte un colore uniforme che varia armonicamente dal crema al grigio chiaro, dove gli angoli sono smussati da sinuose finestre e balconi in ferro battuto, dove si ha la sensazione del tempo che scorre, come se le case stesse potessero muoversi e nei secoli si fossero appoggiate l’una all’altra con grazia tra le piccole stradine?

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Berlino [© Joseph Pearson]

Ma una sera a Berlino, all’inizio di novembre, le luci calano attorno all’illuminazione d’acciaio della S-Bahn. Ci sono quiete e buio oltre la banchina del treno, c’è il suono del tuo respiro, c’è spazio per pensare e per rilassare i muscoli, per vedere il cielo e il movimento guizzante delle luci dei vagoni di un treno. Eppure ti ritrovi in uno spazio con tutti i piaceri intellettuali e culturali di una grande città. Un uomo in tuta da lavoro coperta di vernice viene avanti, e si siede con i suoi attrezzi accanto ad una donna in un tailleur elegante. A Berlino, potrebbero vivere nella stessa strada. Il treno passa sopra le cicatrici della divisione e della ricostruzione, graffiti di uno spazio fatiscente. Arrivi a Kreuzberg e ti rendi conto che, mentre Parigi sfreccia durante il giorno, di notte si addormenta. Qui, invece, le strade sono piene di giovani che non saranno costretti a indebitarsi per una serata di divertimento. Parigi sembra il corpo di una persona anziana, realizzata e decorosa, che ha già ottenuto quello che vuole dalla vita e può dedicarsi a frequentare cene eleganti e coricarsi presto. Non è come Berlino, una persona più giovane, confusa e arruffata che lascia fluire la sua energia negli eccessi notturni, a cui piace divertirsi con poca spesa. Secondo un mio amico, Berlino è come una prostituta economica (economica, perché brutta) con cui però puoi sostenere una conversazione intellettuale.

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© Joseph Pearson

Nella degradazione, il ronzio della giovinezza perduta, degli spazi scuri – nonostante tutti i discorsi sulla reale gentrificazione – i simboli del successo e dell’appartenenza di Parigi qui non contano più di tanto. A Parigi ci sono molte cose belle da comprare e guardare – i marchi giusti, le scarpe giuste. Costa tanto, ma è anche molto bella. Ma qui, quelle cose sembrano superflue. E questo crea una certa libertà.

C’è anche una tregua dall’egemonia culturale in un paese gravato da un brutto passato, soprattutto in quei quartieri di Berlino dominati dagli expat. Che non ti venga detto spesso “Noi francesi facciamo così, mangiamo così, vestiamo così, parliamo così” – e per estensione anche “tu dovresti” – è una liberazione.

Una volta, quando vivevo a Parigi, per sbaglio mi chiusi fuori dal mio appartamento mentre mi stavo ossigenando i capelli di biondo prima di una vacanza trash a Mykonos. Ero uscito per andare incontro al postino e la porta si era chiusa dietro di me. Avevo solo il mio portafoglio in una mano, indossavo le mutande, una canottiera e nient’altro, nemmeno le scarpe. Ricordo che camminai giù per le scale, i miei capelli bruciavano per la decolorazione, attraversai la piccola piazza di fronte al mio appartamento e immersi la testa nella fontana ornamentale per salvare il mio cuoio capelluto. La terrazza era piena di parigini ben pettinati che bevevano il loro (pessimo) caffè, tutti con lo sguardo rivolto all’esterno, omaggiati dello spettacolo di un uomo in mutande che si lavava i capelli sotto una serie di statue del 19° secolo. Penso che tutti l’abbiano trovato incredibilmente inelegante. Sembrava sbagliato. Finii per prendere la metropolitana in questo stato, metà inzuppato, per ritirare le chiavi di scorta in un’altra parte della città. Ricordo gli sguardi e le risate e il brusio della conversazione intorno a me – ancora, stavo dando spettacolo. Di certo non ero vestito adeguatamente per circolare nella ville.

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© Joseph Pearson

A Berlino – ricordo di avere pensato – le persone lo avrebbero notato, certo, ma non gli avrebbero dato grande importanza. Probabilmente nessuno avrebbe detto nulla, a nessuno sarebbe fregato granché. Perché, del resto? C’è qualcosa, in questa vicenda, che riassume una delle differenze fondamentali tra le due capitali. A Berlino non importa così tanto come sembrano le cose: o, perlomeno, l’aspetto morale dell’apparenza conta di meno.

Ieri sera, mi trovavo nel mezzo di una festa in un gremito bar di Kreuzberg, con voci giovani e provenienti da ogni parte d’Europa, e la sensazione di essere sfuggito a qualcosa mi fece fermare – avevo raggiunto la consapevolezza che un luogo, di per sé, non ti rende felice. Allo stesso modo, non ti rende felice un luogo in cui vieni spintonato dalla folla senza avere un attimo per respirare e pensare. Ciò che ti potrà alla felicità è trovarti in un luogo ancora immerso in un processo di trasformazione, dove la vernice non si è ancora asciugata, dove i codici di giudizio e di valutazione non sono ancora stati stabiliti. Deve anche essere un luogo dove c’è molto pensiero creativo e buona conversazione. Dopo un paio di giorni a Berlino ti abitui alla bruttezza, e ti rimane in tasca qualcosa di molto più prezioso – una tregua, almeno per ora, dalla routine dell’apparenza e del “mettere da parte”.

Solo se Berlino dovesse perdere questa energia giovanile di sperimentazione, si potrebbe essere tentati di andare in un posto più bello per gli occhi.

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The Needle è il blog di Joseph Pearson, autore e storico canadese residente a Berlino. Creato nel 2008 sotto il nome di Berlin Memory Blog, da allora è cresciuto raggiungendo circa 50mila pagine viste mensili (10/13). Scritto in lingua inglese e aggiornato ogni sette giorni, è stato votato tra i migliori blog e siti su Berlino. Potete seguire The Needle anche attraverso Facebook e Twitter.

Joseph_Pearson

Joseph Pearson è uno scrittore, storico ed esperto locale di Berlino, interessato in come il passato influisca sulle questioni del presente. Nato in Canada da una famiglia Italo-Canadese, ha frequentato il liceo presso il Collegio del Mondo Unito a Duino (Trieste) e svolto un dottorato alla Università di Cambridge, nel Regno Unito. Si è spostato a Berlino da New York city, dove ha insegnato alla Columbia University, ora insegna alla New York University-Berlin. Ha lavorato nell’ufficio stampa della Commissione Europea, dello United Nations Development Program in Central Asia, è stato corrispondente da Berlino per il quotidiano nazionale The Globe and Mail, ha lavorato come saggista e blogger per il Teatro Schaubühne e partecipato come esperto di storia per alcuni documentari, tra cui National Geographic. Potete contattarlo a questo indirizzo: needleberlin [AT] gmail.com

 

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