Avanti e indietro. Il viaggio di Nora Amin da Milano a Berlino… e molto oltre

29 March 2017

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Nora Amin

di Nora Amin*

Volevo scrivere di Milano da tre anni. In questi tre anni ho viaggiato 117 volte e sono diventata un’esperta nel fare e disfare bagagli. Ho visitato diverse città in Europa e mai una volta sola. Sono sempre ritornata nella stessa città almeno tre volte, in questi tre anni. Gli aeroporti mi sono sembrati il mio soggiorno e la mia stanza da letto mi è sembrata un posto lontano. Nel corso dei miei viaggi, Milano è rimasto il solo luogo che avrei voluto visitare una volta soltanto.

Quest’anno, quando me ne sono andata, mi è sembrato di non volerne più scrivere. Per me Milano era diventata una fonte di ispirazione e di conoscenza sul mio rapporto con il viaggio in generale e con la mia terra. Ho deciso che non avrei più scritto di Milano, a prescindere da quanto lo volessi fare, ma avrei scritto sull’andarmene via da Milano. Quando me ne vado da Milano non è per tornare in Egitto. Viaggio verso Berlino. All’aeroporto di Malpensa mi sento persa, cerco compagni di viaggio egiziani, ma intorno a me non ce n’è nessuno. Sono l’unica egiziana che viaggia da sola. Vorrei essere al gate della Egypt Air per ritornare al Cairo e invece sono ad un gate pieno di tedeschi che ritornano alle loro case a Berlino. Che cosa sto facendo là in mezzo ai tedeschi? Sono diventata un’emigrata? O la cosidetta “egiziana residente in Germania”? Ritornare da un Paese straniero in un altro Paese straniero è il segno evidente di non avere casa, oppure, come un viaggiatore del mondo, di perdere il senso di appartenenza e il significato del ritorno.

Le persone in coda hanno tutte in mano un passaporto rosso, io sono l’unica con il passaporto verde. Conosco a memoria il regolamento dei voli nazionali. Potrei scrivere un libro su come prepararsi per i controlli. Conosco a memoria il contenuto di tutte le riviste di viaggio a bordo. Eppure bramo la sensazione di ritornare a casa. E continuo a chiedermi se ci sarà per me, una casa… a Milano, casa è l’Università Cattolica, dove ho eseguito una performance nell’antica Aula Magna e dove ho provato il piacere di sentire la mia voce risuonare fra i muri antichi di questa chiesa monumentale. A Berlino, casa è lo studio per le prove dove mi incontro con il mio gruppo e celebro la possibilità di fare teatro nell’unica città europea che continua a sostenere il teatro indipendente, nonostante la crisi economica mondiale, e che è diventata la mecca di artisti di ogni tipo. A Parigi, casa è la scalinata della vecchia Opera, dove ho ricevuto il mio primo bacio in pubblico e dove ho sentito il piacere della brezza che mi accarezzava le labbra, dopo il calore di un bacio appassionato che celebrava l’amore, con l’Opera e la tradizione francese di arti performative a fare da sfondo. Ad Amsterdam, casa sono le strade dove decine di persone di nazionalità diverse passeggiano assieme pacificamente sorridendo e respirando l’odore di cannabis legale nell’aria.

In ogni città ci sono ricordi di dolore e di razzismo. In ogni città ci sono ricordi di gioia e di senso di esplorazione. Il dolore e la gioia si mescolano assieme involontariamente e mi lasciano con un sapore di confusione. Nell’ingenuo tentativo di sciogliere la confusione, cerco chi sono, cerco la mia presunta identità. Non ce n’è nessuna. Per la comunità egiziana all’estero non sembro egiziana, per la comunità in Europa non sembro europea. In Egitto non sembro egiziana e fuori dall’Egitto non sembro che straniera. Il mio passaporto verde decide la mia etichetta. Quella della nazionalità. Il mio passaporto verde mi etichetta. Secondo la mia nazionalità. Ma l’identità non è solo nazionalità.

Viaggiando forse un giorno saprò meglio chi sono. A Granada mi sono sentita spagnola, la reincarnazione di una danzatrice di flamenco, capivo lo spagnolo anche se non l’ho mai studiato. Lo capivo attraverso il cuore. Ho passato l’ultimo giorno a Granada chiacchierando con il vecchio proprietario di un caffè che parlava solo spagnolo. Quando me ne sono andata avevo la sensazione che fossimo parenti.

Lascio Milano come ogni anno. Me ne vado con dolore. Il dolore di andarmene da Milano è diventata la formula del viaggio. Me ne vado sperando di ritornare, desiderando di ritornare dal momento in cui lascio l’hotel. Desidero fortemente di ritornarci per guarire dal dolore, forse. Ma da dove viene questo dolore? Da Milano stessa? Dall’andarmene da Milano?

Non posso prendere l’amore che ho trovato a Parigi e portarmelo nella sala-prove di Berlino e non posso portare la pièce che sto provando a Berlino nell’Aula Magna a Milano. Non posso restare a Milano e non posso lasciare Berlino. Sono obbligata a restare nel mezzo.

Quando si diventa un eterno viaggiatore si tende a perdere il senso di appartenenza, e quindi la sensazione di stare viaggiando. Colui che non ha dimora, non avrà mai ritorno. Il viaggio è la casa. Itaca è il viaggio e la dimora.

Ora che sto viaggiando su carta, navigando fra le parole, reinvento i miei viaggi e le mie città. Reivento me stessa. Cerco di separare Malta dalla Tunisia, da Copenaghen, dall’Ucraina, da Rio de Janeiro. Cerco di separare me stessa dal viaggiatore. I luoghi si confondono, mi perdo a Madrid mentre cerco il mio hotel a Vienna. L’architettura illude, i mezzi di trasporto mascherano la realtà delle strade.

Scrivo e continuerò a scrivere per ricreare i miei viaggi e visitare di nuovo le città, scrivendo.

Mentre finisco la frase precedente, seduta su una panca della metropolitana di Parigi, arriva il treno. Non ho idea di dove sia diretto. Non sono un’esperta della metropolitana di Parigi. Decido subito di salire su quel treno. Il tabellone indica il capolinea.

Destinazione: Nora.

*Nora Amin è una regista di teatro di fama internazionale. Il suo lavoro si basa sulla rielaborazione di esperienze personali e l’espressione fisica, in contesti di conflitto e all’interno di comunità con necessità di esprimere pubblicamente la voce inespressa. È anche attrice, danzatrice, coreografa ed educatrice e lavora trasversalmente fra arti performative, memoria, storie personali e superamento del trauma.
Ha condotto diversi workshop per adulti e bambini, ma il suo lavoro è principalmente incentrato su questioni femminili. Ha lavorato in Sudan, Malta, Tunisia, Siria, Danimarca, Brazile, UK, USA, Marocco and Libano.
Il suo progetto più importante in Egitto; dopo la rivoluzione del 2011; è stato “Il Progetto Nazionale Egiziano per il Teatro degli Oppressi”, il primo movimento nazionale di teatro del cambiamento, con cui ha formato gruppi di attivisti teatrali e ideato performance di strada con 600 allievi ed espanso il network in Libano e Marocco.
Nel 2016 ha pubblicato per la casa editrice berlinese 60pages il saggio “Migrating the feminine” sulla trasgressione della fisicità femminile nello spazio pubblico.

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