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Frontex potrà controllare i social? Polemiche sulla riforma della polizia di frontiera europea

Uno dei temi politici più scottanti in Europa, in questo momento, è quello delle migrazioni. La spaccatura politica intorno alla questione migratoria attraversa sia i singoli Stati membri sia l’Unione nel suo complesso, soprattutto perché appare sempre più evidente che la linea politica che si sceglie in questo ambito si riflette in generale nelle scelte di gestione della società, del livello di controllo che si può esercitare su di essa e, soprattutto, del dissenso. In questo momento, la riforma che la Commissione Europea vorrebbe apportare a Frontex sta generando vaste polemiche, che non sempre arrivano alle prime pagine dei quotidiani nazionali, nonostante i toni sempre più accesi. 

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Frontex è l’agenzia europea preposta alle funzioni di guardia di frontiera e costiera, ovviamente per le frontiere esterne dell’Unione, e la proposta di riforma attualmente in discussione prevede, fra le altre cose, di triplicare il personale con conseguenti investimenti massicci di risorse finanziarie, di intervenire sulle espulsioni anche fuori dal territorio dell’Unione, e, soprattutto, di estendere a questa forza di polizia ampi poteri di controllo dell’attività sui social network. Non è difficile capire perché quest’ultimo punto stia generando particolare preoccupazione, soprattutto fra gli attori politici che contrastano maggiormente le scelte che possono prestare il fianco a derive autoritarie. Nel frattempo, fra i critici della riforma, si moltiplicano i paragoni fra Frontex e l’ICE, la controversa agenzia statunitense, ormai sempre più simile a una milizia, che ha formalmente il compito di detenere e deportare i migranti irregolari e che è sempre più spesso accusata di gravi violazioni dei diritti umani.

La migrazione in Europa: gli arrivi diminuiscono, ma la tensione cresce

La Commissione Europea, negli ultimi anni, ha puntato l’attenzione sulla gestione dell’immigrazione esterna all’Unione e ha guardato con favore alla diminuzione degli attraversamenti irregolari delle frontiere (più che dimezzati negli ultimi due anni) e anche all’incremento del tasso di rimpatri, che ormai supera il 30 per cento. Questi risultati, però, non sarebbero sufficienti, alla luce di un quadro geopolitico sempre più instabile, con un numero crescente di persone che cercano di fuggire da situazioni di pericolo, privazione, guerra o catastrofe climatica. Ci sono poi anche elementi più marcatamente strumentali del fenomeno, come l’arrivo improvviso di decine di migliaia di persone nell’exclave spagnola di Ceuta, in Nord Africa, che ha generato una fortissima risposta mediatica, nonostante l’impossibilità per quel gruppo di migranti di raggiungere la Spagna continentale e nonostante la stragrande maggioranza siano tornati indietro da soli ed entro pochi giorni.

Le critiche a Frontex

Frontex è un’agenzia decentrata che dal 2005 affianca gli Stati membri e i paesi associati a Schengen nella gestione delle frontiere esterne, nel contrasto alla criminalità transfrontaliera e nel rimpatrio dei cittadini di paesi terzi privi del diritto di soggiorno. Il regolamento attualmente in vigore risale al 2019, ma da allora il ruolo dell’agenzia è cresciuto, anche in conseguenza delle gravi emergenze che il mondo sta affrontando in rapida successione negli ultimi anni, dalla pandemia alla guerra in Ucraina, fino alle altre crisi internazionali che hanno scatenato nuove ondate di rifugiati. E, mentre la Commissione sottolinea come il rispetto dei diritti fondamentali e della dignità umana facciano parte del mandato e delle operazioni dell’agenzia, si moltiplicano le accuse delle organizzazioni per la tutela dei diritti umani, come Human Rights Watch e Amnesty International, che accusano la polizia di frontiera europea di mancare sistematicamente al suddetto mandato, di violare i diritti umani delle persone che chiedono asilo e di non proteggere soggetti in condizioni di grave vulnerabilità.

Che cosa prevede la riforma di Frontex

Secondo la riforma attualmente in discussione, l’organico dell’agenzia dovrebbe passare dalle attuali 10.000 unità a 30.000 entro il 2041, incrementando sia il corpo permanente, impiegato nel pattugliamento sia gli agenti distaccati dalle polizie nazionali. Inoltre, si creerebbe una nuova “riserva europea per le frontiere e i rimpatri”, composta da 17.000 agenti, che resterebbero nei paesi d’origine e verrebbero impiegati solo se necessario.

Per il ciclo finanziario 2028-2034, inoltre, la Commissione propone di raddoppiare i fondi dai quasi 6 miliardi di euro attuali a circa 12.

Inoltre, il nuovo mandato permetterebbe acquistare, noleggiare e detenere in comproprietà i mezzi, tra cui droni di sorveglianza e strumenti basati sull’intelligenza artificiale, e svolgere appalti congiunti con gli Stati membri come ente centrale di acquisto, mentre ora la dotazione tecnologica è quella messa a disposizione dalle forze nazionali.

A questa espansione non corrisponde una crescita proporzionale dei funzionari per i diritti fondamentali (FRO), il team che controlla il rispetto dei diritti dei migranti nelle operazioni di rimpatrio e di controllo delle frontiere.

La Commissione vuole puntare soprattutto sui rimpatri

La riforma sposta l’attenzione di Frontex dalla gestione delle frontiere esterne all’allontanamento dei migranti irregolari. L’agenzia diventerebbe, nelle parole della Commissione, l’attore centrale dell’UE sui rimpatri, offrendo ampio supporto agli Stati membri, ai quali comunque resta demandata la responsabilità del rimpatrio.

A questo scopo, un nuovo Centro di coordinamento dei rimpatri dovrebbe raccogliere e analizzare le informazioni operative e sostenere la pianificazione e il coordinamento delle operazioni. L’assistenza coprirebbe l’intero processo, dall’identificazione precoce (un nodo importante, sul quale torneremo più avanti) alla consulenza sul rimpatrio volontario e all’organizzazione dei voli.

Il ruolo dei Paesi terzi

Tra le novità più rilevanti e più discusse figura la possibilità di contribuire a operazioni di rimpatrio da un paese terzo a un altro, e non solo dal territorio dell’Unione. Servirebbe un accordo con il paese interessato, negoziato dalla Commissione e approvato da Stati membri e Parlamento europeo, nel rispetto dei diritti fondamentali e delle norme internazionali. È proprio sulla possibilità di garantire questi due punti che i gruppi che si oppongono alla riforma concentrano le proprie critiche. Frontex, nelle intenzioni della Commissione, potrebbe offrire sostegno tecnico e operativo ai paesi terzi in materia di rimpatri.

Secondo diverse testate, fra le quali Euronews, ciò comporterebbe un coinvolgimento anche nelle espulsioni dagli hub di rimpatrio verso i paesi d’origine, dato che una legge approvata di recente consente di istituire tali hub fuori dall’UE. Il problema, secondo le organizzazioni che si occupano di difesa dei diritti umani, sta nel fatto che, se le operazioni si spostassero al di fuori dei confini europei, eventuali abusi diventerebbero molto più difficili da denunciare e quasi impossibili da perseguire. L’eurodeputata Cecilia Strada (PD) ha definito la misura vergognosa e un ulteriore avvicinamento ai metodi dell’ICE.

Infine, la proposta parla di una forza di reazione rapida, ispirata prevalentemente ai fatti di Ceuta, da schierare con preavviso brevissimo alle frontiere esterne. Il direttore esecutivo di Frontex potrebbe quindi decidere il dispiegamento, ma solo dopo la richiesta dello Stato membro in difficoltà, poiché gli agenti restano subordinati alle autorità nazionali.

Raccolta dei dati e monitoraggio dei social media: lo scontro politico

Il capitolo più controverso riguarda le possibilità di gestione e controllo dei dati che la nuova riforma affiderebbe a Frontex. È previsto l’utilizzo di un’interfaccia digitale unica per l’intero iter di rimpatrio, con meno oneri amministrativi e un focus maggiore sulla raccolta e condivisione dei dati. Frontex avrebbe un ruolo determinante nello sviluppo della nuova architettura digitale degli Stati membri e, nonostante la documentazione ufficiale aggiunga sempre che è previsto il rispetto delle norme vigenti sulla privacy, diverse ONG mettono in guardia dai rischi di una raccolta eccessiva di dati.

C’è poi la questione relativa alla creazione di un nuovo Centro di monitoraggio e risposta online, che forse quella che ha attirato più critiche sulla proposta della Commissione. La struttura avrebbe il mandato esplicito di monitorare i contenuti dei social media accessibili al pubblico, individuare sviluppi rilevanti per la gestione delle frontiere esterne e sostenere le azioni contro i contenuti illegali collegati ai rischi per la sicurezza delle frontiere, per esempio quelli che possono essere interpretati come annunci o appelli all’ingresso illegale nell’UE.

Frontex potrebbe segnalare alle piattaforme i contenuti ritenuti potenzialmente pericolosi e chiedere alle autorità competenti di rimuoverli. Stabilire se un contenuto sia legale spetta però alle autorità nazionali. L’agenzia chiederebbe lo status di “segnalatore di fiducia” previsto dal Digital Services Act (DSA), da far approvare a un’autorità nazionale, che ne verificherebbe competenza e indipendenza. con quello status, le sue segnalazioni sarebbero trattate in via prioritaria.

Le critiche, come è prevedibile, arrivano da più parti e hanno a che fare prevalentemente con l’idea di affidare all’agenzia di frontiera la possibilità di limitare la libertà di espressione online. Diversi europarlamentari si sono espressi in senso contrario, lamentando gravi rischi per la privacy collettiva e il pericolo che una forza di polizia come Frontex si ritrovi ad avere a disposizione uno strumento che permette di monitorare le opinioni dei cittadini europei e far sparire dal discorso pubblico quelle sgradite, senza dover passare per le normali procedure di verifica dei contenuti illegali. Vale la pena di notare che le critiche a questo punto in particolare sono bipartisan e sono arrivate tanto da deputati delle sinistre, come Brando Banifei del PD e Mélissa Camara dei Verdi francesi, quanto delle destre, come Susanna Ceccardi della Lega e Fabrice Leggeri, che, oltre a essere un deputato del Rassemblement National, è anche ex direttore di Frontex.

L’iter legislativo europeo

Le proposte, il nuovo regolamento Frontex e quello sulla digitalizzazione dei rimpatri, dovranno essere approvate dal Parlamento europeo e dal Consiglio. È ragionevole prevedere che ci voglia circa un anno per arrivare a una conclusione del processo. 

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