Santissimi: “Il corpo è tutto”. Gli artisti italiani in mostra a “Der Himmel unter Berlin”
di Lucia Conti
Santissimi è un duo artistico composto da Antonello Serra e Sara Renzetti. Entrambi si sono formati a Firenze, Sara ha studiato Pittura all’Accademia di Belle Arti, mentre Antonello ha studiato Architettura con specializzazione in disegno industriale, ma oggi il duo ha un respiro e una credibilità internazionali. La loro ricerca ibrida l’umano con altri elementi, plasmando enigmatiche figure in silicone che esprimono un mistero che va oltre il tempo. Al momento una delle loro opere, “In Vivo”, è esposta nell’ambito della mostra “Der Himmel unter Berlin“, originale esposizione sotterranea e immersiva calata in un’atmosfera post-industriale e underground la cui location è segreta e comunicata a chi si prenota solo 48h prima del giorno della mostra. A breve uscirà un nostro articolo sull’esperienza, che abbiamo voluto provare. Intanto abbiamo contattato i Santissimi, che ci hanno particolarmente colpito, e abbiamo deciso di intervistarli.
Iniziamo dal nome, perché “Santissimi”?
Volevamo avere un nome che fosse evocativo e allusivo, ma anche equivoco, inciampabile, fluttuante, instabile, sacro e profano. Santissimo è colui che è santo in sommo grado, ma i Santissimi comunemente, in gergo eufemistico, sono anche i coglioni, i testicoli. In questo salire e scendere, dal più alto grado spirituale al più basso gesto scaramantico, abbiamo rivisto il nostro modo di guardare le cose, la nostra poetica.

Ci raccontate brevemente la vostra storia e quella della vostra collaborazione?
Abbiamo entrambi fatto degli studi d’arte, prima il liceo artistico e poi, Sara l’Accademia di Belle Arti e Antonello architettura.
Ci siamo conosciuti al liceo artistico e riconosciuti durante gli studi universitari. La grande sintonia come esseri umani ha portato naturalmente alla collaborazione artistica. Abbiamo capito pian piano che insieme potevamo crescere.

Il corpo, nella vostra produzione, è il centro di tutto. Ma cos’è per voi?
Per noi il corpo è il primo step da attraversare, il primo significato da gestire, il primo luogo da abitare. È il materiale su cui si interfaccia la nostra esperienza filosofica, è lo spazio su cui si forma la vita, è la materia tangibile dell’intangibile, è il primo e l’ultimo segno in cui viene incisa e scoperta ogni forma di esistenza.
È foglia, nuvola, stella, pianta, pietra, fiume e oceano, è tutto ciò che si manifesta attraverso una porzione limitata di materia. Il corpo è tutto e ogni cosa.
Così come scrive Friedrich Nietzsche nel libro Così parlò Zarathustra, “Corpo io sono in tutto e per tutto, e null’altro; e anima non è altro che una parola per indicare qualcosa del corpo… vi è più ragione nel tuo corpo che nella tua migliore saggezza”.

Le vostre opere producono emozioni che si collocano al confine tra attrazione e disagio. Da un lato è inevitabile avvicinarsi incuriositi, dall’altro l’effetto è straniante, come quando si osserva qualcosa che sembra umano, ma non lo è, una sensazione che gli anglofoni chiamano “uncanny valley”. Generare in chi guarda questa ambivalenza è voluto?
Non è assolutamente voluto, anche se ci viene detto spessissimo. Non pianifichiamo nessun effetto nell’opera, nessun ragionamento sull’emozione che può suscitare. Ci lasciamo andare a quello che ci piace e che sentiamo abbia un valore per noi.
Non potevamo immaginare che le nostre opere potessero creare questa doppia valenza di attrazione e repulsione, anche perché in noi creano solo una forma di benessere e piacevolezza, una sorta di quiete risolutiva. Come se riuscissero a risanarci, a curarci, a guarirci. Realizzarle ci tranquillizza, riesce a placcare i nostri più profondi disagi.

Capiamo però come le persone poste dinanzi a quel corpo “spogliato” dalle sovrastrutture possano vivere il perturbante; qualcosa che conosci, di famigliare e che per questo ti attrae (come un corpo iperrealista) ma che allo stesso tempo non ti rassicura, ti sembra di non riconoscere, e per questo ti respinge. È un pò come quando il cane incontra il lupo, riconosce quella vibrazione ancestrale ma non ne fa più parte.
È forse è proprio a questi codici incolti, indomabili, primitivi, che guarda la nostra ricerca: un continuo tentativo di sottrarre perfezione, illusione, bellezza, antropomorfismo, didascalia e finzione, per entrare in contatto con la natura più semplice, quella che sembra più debole, quella che si nasconde, quella che nasce per prima, quella che precede i racconti, i resoconti e le addizioni, che viene prima delle sovrastrutture e degli accessori. Quella che probabilmente c’è sempre stata, e che rimane lì, senza bisogno di aggrapparsi a nulla.

Oltre che umano e non umano, le vostre opere mescolano, in modo altrettanto inquietante, vita e morte. Penso ad esempio a In Vivo, l’opera esposta in questa edizione di “Der Himmel inter Berlin” e ispirata dall’attività di aziende di crioconservazione che vendono la possibilità di ibernare un corpo dopo la morte, nella speranza che la tecnologia futura possa rianimarlo. Che logica avete seguito nel realizzare l’opera?
In Vivo non è stata pensata con questa intenzione. L’abbiamo realizzata nel 2013 pensando più che altro alla parola “in vivo”, dal latino “nel vivente”, tutto ciò che in biologia si osserva all’interno di un organismo vivente. L’esatto opposto di “in vitro”, sotto vetro, che studia l’organismo in un ambiente artificiale, in provetta.
Raccogliamo moltissimo dalla realtà e il fatto che l’opera s’ispiri a ciò che avviene dentro l’organismo, piuttosto che a ciò che avviene fuori dall’organismo, è profondamente esplicativo per capire la nostra ricerca.

Nel corso del tempo l’opera In Vivo si è prestata a diverse interpretazioni curatoriali, come l’incomunicabilità e le difficoltà di raggiungersi, in una mostra del 2013 ispirata alla trilogia dell’esistenza di Michelangelo Antonioni, oppure come nel caso dell’esposizione di “Der Himmel unter Berlin”, in cui viene esposta come domanda sulla crioconservazione in cui la morte diviene “un problema tecnico che potrebbe essere risolto con abbastanza capitale”.
Forse tutte queste interpretazioni potrebbero indicare che è insita nell’opera questa sua spinta a resistere, a proliferare, a lasciare spazio, nonostante il limite del corpo? O meglio potrebbe voler dire che il corpo non è mera figura umana, un semplice oggetto che si possiede, una virtù da esibire, che fa immagine di sé, bensì ontologia che mette al mondo, che crea il mondo, che è il mondo, ancor prima di rifletterlo, ancor prima di pensarlo.

Come siete entrati in contatto con “Der Himmel unter Berlin” e come definireste la vostra interazione?
Ci hanno contattato Clara e Sven, avevano pensato all’opera In Vivo da inserire all’interno della terza mostra di “Der Himmel inter Berlin” ma non sapevamo in che modo l’avrebbero inserita nel progetto. È stato un mistero anche per noi e vedendo il risultato ne siamo pienamente soddisfatti.
A cosa siete al lavoro al momento e quali sono i prossimi step della vostra attività?
Stiamo lavorando contemporaneamente a due opere su commissione: una seconda edizione e una nuova opera, di cui al momento non possiamo dire molto, perché è in fase di sviluppo.
Abbiamo in mente diverse attività che pian piano prenderanno forma e volume. Il nostro lavoro coincide spesso con momenti di silenzio che servono a sedimentare la parte più profonda della ricerca.
Dove è possibile osservare le vostre opere?
Al momento siamo in mostra, oltre che a Berlino, al Musée National des Beaux-Arts du Quebec in Canada. È possibile visionare altri lavori alla “Gagliardi e Domke” di Torino, la nostra galleria di riferimento.




