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La libertà d’espressione in Europa è in pericolo? Intervista a Sunna Ævarsdóttir

Il 31 ottobre, a Berlino si terrà il workshop gratuito “Sovereignty Shutdown – Nessuna infrastruttura è al sicuro: le sanzioni statunitensi contro Autistici/Inventati“, organizzato dal Disruption Network Lab e dedicato alla chiusura del collettivo italiano Autistici/Inventati dopo la designazione come gruppo terrorista da parte del Dipartimento di Stato USA. Tra gli ospiti ci sarà Sunna Ævarsdóttir, direttrice globale di Courage International. Avvocata specializzata in diritto internazionale, dal 2016 al 2024 è stata deputata del Partito Pirata al Parlamento Islandese. Nello stesso periodo ha rappresentato l’Althing all’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa (PACE), dove ha concentrato il proprio lavoro su libertà di espressione, tutela degli informatori e rilascio dei prigionieri politici in Europa. L’abbiamo intervistata per parlare di libertà di espressione in Europa e per capire se stiamo andando inesorabilmente verso un futuro meno libero e più pericoloso per chi si impegna nello spazio civico.

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Lei ha dedicato una parte considerevole della sua attività politica alle campagne per il rilascio dei prigionieri politici in Europa. Viene quindi spontaneo chiedere: ci sono ancora prigionieri politici in Europa nel 2026? E chi è, oggi, un prigioniero politico?

La risposta breve è: sì, oggi in Europa ci sono molti prigionieri politici. Il lavoro che ho svolto presso il Consiglio d’Europa si basava su una definizione elaborata dallo stesso Consiglio di cosa sia un prigioniero politico. In essa vengono delineate le condizioni e gli indicatori di ciò che potrebbe essere considerato una detenzione politica.

Ho sempre definito questo fenomeno un’arma letale contro la democrazia, perché consiste nell’arrestare, detenere e punire persone essenzialmente perché sono critici efficaci del governo o rappresentano una sorta di minaccia politica per il potere costituito, con la conseguente privazione della libertà. Attualmente, i casi più diffusi di detenzione politica nel Consiglio d’Europa si verificano in Azerbaigian e in Turchia. Abbiamo alcune indicazioni che ciò potrebbe accadere anche in Georgia.

E questi sono forse i casi più eclatanti. Poi, naturalmente, ci sono Paesi al di fuori del Consiglio d’Europa, come la Bielorussia e la Russia, dove si contano moltissimi prigionieri politici. Soprattutto dopo l’invasione su vasta scala dell’Ucraina, molte persone vengono incarcerate solo per aver sollevato obiezioni, per quanto limitate, all’invasione da parte della Russia. Lì c’è quindi un problema molto radicato, molto difficile da affrontare. In Azerbaigian, uno dei paesi membri del Consiglio d’Europa, si osserva un fenomeno che si può riscontrare anche in altri paesi, che chiamiamo “fenomeno della porta girevole”: i prigionieri politici vengono arrestati e poi la pressione dell’opinione pubblica aumenta, allora vengono rilasciati, poi trascorre un certo periodo di tempo e vengono nuovamente arrestati. Spesso vengono rilasciati per alleviare la pressione politica o diplomatica sui leader in vista di un determinato vertice o di un evento simile, in cui si vuole mostrare un progresso, e poi, una volta che tutto è finito, queste persone vengono nuovamente messe in carcere.

Fra i casi a cui ho lavorato c’è quello di Vladimir Kara-Murza, che nel frattempo è stato rilasciato, ma che era stato incarcerato in Russia per essersi opposto pubblicamente alla guerra contro l’Ucraina. E, naturalmente, il mio ultimo rapporto prima di lasciare l’incarico riguardava la detenzione politica di Julian Assange nel Regno Unito.

Un Paese, per altro, che ci appare in netto contrasto con quelli che ha citato finora, perché si presume che abbia un governo più stabile e più democratico.

In effetti. Anche se, osservando la loro recente prassi di arrestare persone che espongono cartelli in cui manifestano il proprio sostegno all’azione a favore della Palestina e contro il genocidio, ci si potrebbe anche chiedere cosa stia accadendo esattamente allo Stato di diritto nel Regno Unito, in questo momento.

Penso che anche la Germania abbia i propri problemi specifici. Non voglio entrare troppo nei dettagli in questo momento, senza aver approfondito la questione, ma già solo la severità con cui vengono represse le proteste a sostegno della Palestina rappresenta uno sviluppo profondamente preoccupante. Stiamo quindi assistendo a segnali che indicano come, anche in quelle che sono considerate democrazie consolidate e di lunga data, dove ci si aspetterebbe di poter contare sullo Stato di diritto, questo principio si stia erodendo, soprattutto in relazione, direi, al genocidio a Gaza, ma anche nei confronti di chi ha opinioni divergenti sull’invasione dell’Ucraina.

Come valuta lo stato della libertà di espressione in Europa oggi? Trova che si sia evoluto o involuto in modo significativo negli ultimi due decenni?

Devo dire che la situazione della libertà di espressione in Europa è diventata profondamente preoccupante, in particolare dopo l’Ucraina e Gaza. Questi eventi sono diventati due pretesti, molto comodi o forse non così comodi, che i governi hanno utilizzato per reprimere la libertà di parola. Ed è stato profondamente preoccupante vedere, ad esempio, Berlino impedire all’ex ministro delle finanze greco [Yanis Varoufakis, ndr] di intervenire a una conferenza sulla pace in Palestina, o l’imposizione di sanzioni a un giornalista tedesco che seguiva le proteste a sostegno di Gaza a Berlino [Hüseyin Doğru, ndr].

Sono tutti segnali molto, molto preoccupanti, in particolare quando si tratta di questo tipo di sanzioni individuali che l’Unione Europea ha ora istituito nei confronti di persone che, senza processo, senza alcun onere probatorio a carico delle autorità, possono essere sottoposte a sanzioni economiche per aver “seminato discordia” nell’Unione Europea. Questo assomiglia molto più a uno Stato dittatoriale che a uno Stato democratico: poter sottoporre le persone a sanzioni economiche, in sostanza punirle senza un regolare processo, senza passare attraverso un tribunale che giudichi un cittadino europeo per i suoi presunti reati prima di punirlo. Quindi stiamo assistendo, in questo momento, a un’inversione dell’onere della prova in Europa, dove bisogna dimostrare la propria innocenza affinché i propri beni, il proprio reddito e la propria capacità di provvedere a se stessi e alla propria famiglia non vengano sottratti.

Pensa che questa specifica decisione verrà impugnata e possa eventualmente essere revocata? Parlo sia del caso specifico sia della situazione in generale.

Direi di sì, perché Hüseyin Doğru ha già presentato ricorso alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea per contestare queste sanzioni. E credo che anche diverse altre persone, in possesso della cittadinanza o della residenza nell’Unione Europea, abbiano contestato misure simili. Quindi ci sono procedimenti in corso.

Però è difficile prevedere in anticipo come andranno a finire.

Lei parteciperà al workshop del Disruption Network Lab dedicato al caso di “Autistici/Inventati”. Perché, secondo lei, questo collettivo è stato preso di mira direttamente?

Lo trovo molto strano, perché si tratta di un’organizzazione molto piccola, che non rappresenta alcuna minaccia o rischio immediato per il governo degli Stati Uniti. E questo tipo di misure, che sono molto, molto pesanti e molto rischiose per le persone coinvolte nell’organizzazione, appaiono completamente sproporzionate rispetto a ciò che stavano facendo. Quindi trovo molto difficile capire perché siano stati sottoposti a questo tipo di misure.

Detto questo, l’episodio rientra in una tendenza molto più ampia del governo degli Stati Uniti a ricorrere a questi strumenti che usano le relazioni internazionali o la politica estera per mettere a tacere la società civile, le voci critiche e, in particolare, chi denuncia i genocidi. Quindi, in questo momento, stiamo assistendo a un ricorso alle sanzioni economiche da parte del governo degli Stati Uniti e, nel caso di questo collettivo, è stata addirittura utilizzata la designazione di “organizzazione terroristica”, il che è ancora più grave di quanto gli Stati Uniti abbiano fatto finora nei confronti, ad esempio, dei giudici della Corte penale internazionale, della Relatrice speciale delle Nazioni Unite per i diritti umani nei Territori palestinesi Francesca Albanese e delle ONG per i diritti umani nei Territori palestinesi che hanno raccolto prove di crimini di guerra a Gaza. Sono stati tutti sanzionati nell’ambito dello stesso pacchetto di sanzioni denominato Ordine Esecutivo 14203. 

Partecipo a questa tavola rotonda anche perché stiamo conducendo una campagna insieme a Francesca Albanese per ottenere due risultati: esercitare pressioni sul governo degli Stati Uniti affinché revochi queste sanzioni, le sanzioni economiche a cui Albanese è stata sottoposta per aver redatto rapporti in qualità di esperta delle Nazioni Unite, e fare pressione sull’Unione Europea affinché attivi il cosiddetto “regolamento di blocco“, una misura che potrebbe essere utilizzata per neutralizzare gli effetti di queste sanzioni statunitensi, che sono unilaterali e non dovrebbero essere applicate nell’Unione Europea, ma che invece lo sono a causa dell’enorme potere che gli Stati Uniti esercitano sull’economia internazionale e, in particolare, sul sistema finanziario. 

Vogliamo esercitare pressioni sull’UE affinché attivi questo regolamento di blocco che proteggerebbe efficacemente il tribunale, i suoi giudici, Francesca e le ONG dagli effetti di queste sanzioni, almeno all’interno della giurisdizione dell’Unione europea, cosa che riteniamo sia il minimo indispensabile. E come ho detto, le sanzioni inflitte a questo collettivo fanno parte di una tendenza più ampia in cui questi meccanismi sanzionatori, che dovrebbero essere utilizzati contro entità o individui che rappresentano una grave minaccia alla sicurezza degli Stati Uniti, che fanno parte di organizzazioni criminali internazionali o reti terroristiche, vengono ora abusivamente utilizzati per perseguitare difensori dei diritti umani, magistrati internazionali e ONG che cercano solo di fornire prove di crimini di guerra alla Corte penale internazionale. Si tratta quindi di un attacco sistemico più ampio alla giustizia internazionale, alla responsabilità e ai diritti umani. E dovrebbe destare profonda preoccupazione.

Infine, se si colloca questo dato, nel contesto di ciò che sta facendo ora anche l’UE con le sue sanzioni contro individui che si ritiene agiscano per conto della Russia al fine di seminare discordia all’interno dell’Unione, si notano simili possibilità di abuso nel modo in cui tali sanzioni sono state utilizzate.

Di quali sono poteri dispone l’Unione Europea per contrastare queste sanzioni?

L’UE dispone di uno strumento chiamato “statuto di blocco” o “regolamento di blocco”. Questo regolamento di blocco è uno strumento che, in sostanza, impone alle banche e ad altre società, istituzioni finanziarie, compagnie assicurative e così via, che abbiano sede nell’Unione Europea, di ignorare e non applicare queste sanzioni unilaterali statunitensi nei confronti di persone che si trovano nel territorio dell’Unione Europea. E, se questi si rifiutano di intrattenere rapporti commerciali con persone presenti in questa lista di sanzioni, possono essere sia citati in giudizio individualmente dalle persone a cui è stato negato il servizio, sia sanzionati dagli Stati Membri.

Questo direbbe essenzialmente agli operatori e alle aziende dell’Unione Europea che non è loro consentito applicare le sanzioni degli Stati Uniti contro determinati individui. E, nel caso della Corte penale internazionale, contro l’istituzione stessa della Corte. Questo strumento è già stato utilizzato in passato.

È attualmente in vigore, per esempio, sia per le società iraniane che per quelle cubane alle quali gli Stati Uniti stanno imponendo sanzioni, ma con le quali l’Unione Europea vuole poter mantenere relazioni. Tuttavia, non è stato attivato per proteggere la Corte penale internazionale. Una cosa che ritengo assolutamente scandalosa, considerando da quanto tempo va avanti questo attacco, fin dall’inizio del 2025, senza che l’Unione Europea abbia intrapreso alcuna azione significativa.

Ecco perché Courage International, l’ONG che rappresento, sta esercitando forti pressioni affinché sfruttino questa opportunità, o meglio, questo motivo di estrema gravità, ovvero il fatto che ora anche gli Stati Uniti abbiano finalmente emanato sanzioni contro la Corte penale internazionale (CPI) in quanto istituzione, come hanno fatto proprio il 9 ottobre scorso.

Cosa significa questo scenario nel suo complesso per i movimenti dal basso in Europa? Ritiene che ci sia un rischio significativo che i movimenti popolari di base vengano soffocati e smettano di fatto di esistere? Oppure intravede modi alternativi per garantire la partecipazione alla vita politica?

In questo momento, in tutta Europa, si vede la popolazione che si ribella e protesta contro le condizioni di vita disastrose, contro la crescente disuguaglianza che vediamo diffondersi ovunque, contro la corruzione e chi più ne ha più ne metta. Quindi non credo che la popolazione sia stata messa a tacere in Europa. Anzi, penso proprio che in questo momento stiamo assistendo a una sorta di risveglio, soprattutto tra le nostre giovani generazioni.

Detto questo, se si parla di società civile, ONG e movimenti di base che desiderano dotarsi di una struttura, raccogliere fondi e organizzarsi su una scala più ampia rispetto al semplice contatto interpersonale, ci troviamo di fronte a ciò che, nell’ambito delle ONG e del mondo dei diritti umani, si definisce un restringimento dello spazio civico. Nel senso che le condizioni per una società civile fiorente si stanno deteriorando in Europa già da un po’ di tempo. In parte ciò è dovuto all’eccessiva regolamentazione del settore finanziario.

Un’altra parte è rappresentata da questa crescente repressione della libertà di espressione a cui assistiamo e dalla penalizzazione per chi esprime determinati tipi di opinioni, nonché dalla volontà degli Stati europei e delle istituzioni di chiudere o estromettere di fatto le organizzazioni che considerano troppo filo-russe, troppo filo-palestinesi o troppo filo-questo o quello, cosa che a mio avviso è andata troppo oltre. Comprendo le preoccupazioni in materia di sicurezza legate ad alcune di queste questioni, ma allo stesso tempo non credo che sia stata effettuata una valutazione lucida su quale tipo di influenza ciò avrà su una società civile fiorente in Europa. 

Ciò che a mio avviso non ha ricevuto sufficiente attenzione è il fenomeno, ormai in atto da tempo, di esclusione dal sistema finanziario e di emarginazione di ampie fasce della società civile, dovuto a una combinazione di oneri normativi molto gravosi imposti alle banche, che devono attuare meccanismi di conformità normativa antiriciclaggio e di valutazione dei clienti, il che significa, in sostanza, che le banche non ritengono economicamente vantaggioso accogliere nuove ONG. Allo stesso tempo, le banche adottano quella che chiamano strategia di “riduzione del rischio” (de-risking), che consiste semplicemente nell’allontanare e privare dell’accesso ai servizi bancari le ONG che considerano troppo rischiose per intrattenere con esse rapporti commerciali, spesso non sulla base di alcuna prova concreta di comportamenti scorretti, ma semplicemente perché ritengono che sia un po’ troppo pericoloso avere come cliente, ad esempio, un’ONG che lotta per la libertà di espressione.

Questo, ovviamente, ha un impatto enorme sulla capacità di queste organizzazioni di mobilitarsi, raccogliere fondi, pagare gli stipendi, le bollette, gli uffici o qualsiasi altra voce di spesa. Si sta quindi creando un contesto sempre più difficile in cui operare per la società civile, e questo dovrebbe preoccuparci. In particolare, ritengo che, quando si tratta di queste normative antiriciclaggio e simili, le autorità di regolamentazione europee non abbiano nemmeno preso in considerazione il fatto che questo tipo di regolamentazione possa avere l’effetto di ridurre la società civile nella misura in cui, a mio avviso, sta avvenendo in questo momento proprio a causa di tali normative.

Semplicemente non è un aspetto che è venuto loro in mente come conseguenza di tali misure e non credo che siano stati sufficientemente informati della portata del danno che ciò ha causato alla società civile in Europa.

Qualcuno potrebbe definire questa una visione ottimistica o addirittura intravedere da parte delle autorità di regolamentazione la volontà di ridimensionare qualsiasi forma di dissenso problematico. Lei ritiene che si tratti semplicemente di una svista?

In assenza di prove chiare, mi attengo alla regola secondo cui non si dovrebbe mai attribuire alla malizia ciò che si può attribuire all’incompetenza. E dopo i miei anni in politica, devo constatare che molto spesso le persone non vedono davvero il quadro generale. Spesso ci sono attori malintenzionati, è vero. E penso davvero che chi sta abusando di queste norme – come, ad esempio, nel caso dell’uso di queste sanzioni per mettere a tacere i giornalisti – abbia un intento molto chiaro: zittire Hüseyin Doğru. Ma non credo necessariamente che l’intenzione di chi ha redatto questo regime di sanzioni fosse quella di mettere a tacere i media o i difensori dei diritti umani.

Penso che vogliano davvero cercare di combattere l’influenza malevola della Russia in Europa. E c’è una minaccia reale. Ci sono molte campagne di disinformazione e tentativi di minare effettivamente l’unità della società europea.

Ma non dobbiamo abbassarci a utilizzare contro i nostri nemici i loro stessi strumenti. Dobbiamo essere migliori di loro e dobbiamo difendere i valori democratici, per poter mantenere viva la nostra democrazia. Credo che, se ricorriamo alla tirannia per proteggere la nostra democrazia, ciò vanifichi in gran parte il nostro scopo originario.

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