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Una perizia balistica riapre il caso di Bochum: gli agenti hanno sparato alla bambina da distanza ravvicinata

A distanza di circa sette mesi, una perizia balistica torna far a parlare di un caso di cronaca che aveva turbato l’opinione pubblica tedesca. A novembre, a Bochum, due poliziotti avevano sparato al torace di una bambina sorda di dodici anni, che era fuggita dalla casa famiglia in cui si trovava, per rifugiarsi a casa della madre. Prima del proiettile, sulla dodicenne disabile era stato utilizzato un taser. La piccola è stata in pericolo di vita per alcuni giorni, ma è sopravvissuta, dopo numerosi interventi chirurgici. Da allora, la sua famiglia lotta perché sia riconosciuta la colpa degli agenti che hanno aperto il fuoco, i quali hanno sempre dichiarato di aver agito per legittima difesa. La perizia balistica, che è stata esaminata dalla procura di Hagen, sembrerebbe smentire questa tesi, rivelando che il colpo è stato esploso a 61 centimetri di distanza dal corpo della bambina. 

La ricostruzione della vicenda e le novità della perizia balistica

Il dato, riportato per primo dall’emittente WDR e poi dal quotidiano ND, che fa riferimento a un portavoce della Procura, rimette in discussione la versione fornita inizialmente dalle forze dell’ordine, secondo cui l’uso delle armi sarebbe stato necessario perché la bambina avrebbe aggredito i poliziotti armata di due coltelli. La perizia completa non è stata diffusa pubblicamente per tutelare la privacy di tutte le parti coinvolte e in special modo della piccola.

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Ricostruiamo brevemente la vicenda. A novembre scorso, la bambina sorda, che era stata tolta alla madre e collocata in una struttura per minori, era scappata per ritornare, appunto, nella casa materna, dove vive anche il fratello. Tutti e tre sono sordi. I poliziotti incaricati di prelevare la bambina per riportarla in struttura si sono recati sul posto verso la mezzanotte, non hanno portato con sé un interprete di lingua dei segni e, secondo quanto riferisce la famiglia, hanno staccato la luce del condominio, così che i tre occupanti dell’appartamento si trovassero nell’impossibilità di leggere in alcun modo l’ambiente circostante. 

Sul modo in cui si è svolto l’intervento, le versioni divergono radicalmente. Per la polizia, la ragazzina avrebbe brandito due coltelli e aggredito gli agenti, “costringendoli” a impiegare in sequenza taser e arma da fuoco. L’avvocato della famiglia, Simón Barrera González, racconta invece una sequenza diversa: gli agenti avrebbero prima tentato di sfondare la porta, poiché la madre della bambina, essendo sorda, non li aveva sentiti arrivare. Quando la donna ha realizzato che qualcosa stava accadendo fuori dalla porta e ha aperto, gli agenti sarebbero “entrati di corsa come se si trattasse di un’operazione contro criminali pericolosi”, con le armi già spianate. Secondo questa ricostruzione, la donna sarebbe stata a quel punto aggredita dagli agenti e immobilizzata a terra in modo violento, sotto gli occhi della figlia, che, lo ricordiamo, poteva vedere la scena ma non sentire ciò che gli agenti dicevano. I colpi sono stati esplosi poco dopo, la piccola è stata colpita al torace, secondo la perizia balistica, da una distanza di 61 centimetri.

Ora si dibatterà per capire se la ragazzina si sia effettivamente diretta verso i poliziotti nello stretto corridoio dell’edificio, come sostengono gli agenti che si sarebbero visti in pericolo, perché la bambina disabile brandiva due coltelli trovati in casa, oppure se, come sostiene il legale della famiglia, sia stato l’ingresso forzato della polizia nel piccolo appartamento a generare la situazione di pericolo. Su questo punto la Procura mantiene il riserbo: l’indagine, fa sapere un portavoce, è ancora in corso.

Per l’avvocato González, la distanza di 61 centimetri rilevata dalla perizia balistica smentisce la ricostruzione offerta inizialmente dagli agenti. Interpellato da “nd”, González la definisce “quasi un colpo sparato a bruciapelo al petto”. Diverse questioni, a suo avviso, restano senza risposta: perché siano stati utilizzati simultaneamente taser e pistola, ad esempio, quando un taser dovrebbe essere più che sufficiente a mettere una bambina in condizioni di non nuocere a due uomini adulti. Le indagini, sostiene il legale, procedono con lentezza, mentre la famiglia non ha ancora avuto accesso agli atti (una circostanza che, secondo González, ne limita i diritti come parte lesa).

Riguardo alla presunta aggressione con il coltello, l’avvocato segnala l’assenza, fino a questo momento, di prove oggettive. Anche qualora le accuse risultassero fondate, sottolinea, gli agenti avrebbero potuto ritirarsi nella tromba delle scale, in applicazione del principio che prescrive alle forze dell’ordine di privilegiare la protezione rispetto alla difesa. Qualora le indagini confermassero che la ragazzina si è avvicinata “di corsa” ai poliziotti, andrebbe piuttosto valutata un’ipotesi di legittima difesa o di soccorso d’urgenza da parte della dodicenne stessa, mossa, sempre secondo il legale, dalla violenza esercitata dagli agenti contro la madre e quindi dal desiderio di soccorrere la donna.

Sui tempi della nuova fase d’indagine, in ogni caso la Procura di Hagen resta cauta: una conclusione a breve termine non rientra tra le ipotesi attuali. Solo al termine degli accertamenti si stabilirà se procedere con un’accusa formale contro gli agenti che hanno aperto il fuoco.

Le critiche: perché non è stato utilizzato un servizio di interpreti di lingua dei segni?

La Procura intende ora interrogare nuovamente la vittima minorenne, il fratello, la madre e gli agenti coinvolti nell’intervento. Determinante, in questa fase, sarà il modo in cui verrà organizzata l’interpretazione: madre e fratello, infatti, utilizzano lingue dei segni differenti tra loro.

Già all’epoca dei fatti, Christine Tschuschner-Cucu, dell’associazione Gebärdenfunken che affianca la famiglia, aveva criticato la mancata predisposizione di un servizio di interpretariato professionale e affidabile, una carenza che avrebbe complicato sia il dialogo con le autorità sia il percorso di accompagnamento psicosociale. Il problema, ha confermato Tschuschner-Cucu in un’intervista telefonica con “nd”, persiste ancora oggi: l’interpretazione per la ragazzina viene attualmente garantita dal personale della struttura di accoglienza, che non ha né competenze né l’abilitazione necessarie a questo compito.

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