Apertura

Variazioni sulla “paura”. Curiosità sulla lingua tedesca

Tornano i contenuti divertenti e istruttivi di Miriam Franchina, che questa volta ci racconta un recente episodio della sua vita per riflettere sul concetto di “paura” e di come venga espresso dalla lingua tedesca, con eventuali analogie e differenze rispetto alla lingua italiana.

Con il ritorno del sole dopo mesi di buio, cominciano a spuntare anche i coniglietti pasquali nei supermercati, che qui peraltro sono leprotti che nascondono uova nei prati (der Osterhase). E, come in Italia, l’animaletto non è famoso per il suo cuor di leone. Alle prese col primo soggiorno ospedaliero della mia vita, mi sono recentemente identificata in un Angsthase, un leprotto fifone. Adesso, ad operazione archiviata e baldanza ritrovata, rifletto sulla paura, che se a Napoli fa novanta, a me onestamente procura reazioni più azzardate che spendibili all’azzardo.  

Cosa si fa quando si ha paura? A ognuno le sue scaramanzie

Tutto è cominciato sotto i migliori auspici: venerdì 20, dunque scongiurando il temibile venerdì 13, equivalente al nostro 17. Gli amici italici mi hanno prontamente incrociato le dita, quelli tedeschi “stretto i pollici” (die Daumen drücken), come le folle che chiedevano pietà per i gladiatori vinti. I compatrioti hanno anche invocato bocche lupesche, che da queste parti invece non si scomodano. Anch’io ho toccato prima ferro: che sia per la protezione data dalle lame di spade o per lo scherzetto di tale san Dunstan che ferrò gli zoccoli del diavolo, non volevo lasciare niente di intentato. E poi, per par condicio, ho picchiettato anche su un pezzo di legno per scongiurare le sfighe teutoniche, che serva per dare un colpo alle divinità celtiche dormienti negli alberi, provenga dal gergo dei minatori, o richiami la croce cristiana (auf Holz klopfen).

Ho evitato le apotropaiche quanto folkloristiche corna che tanto piacerebbero ai colleghi Ossis. Anche perché qui “il diavolo è uno scoiattolo” (Der Teufel ist ein Eichhörnchen), pare per la pelliccia rossa e la sibillina velocità di movimento. Dunque la cosa più difficile non è tanto scacciarlo, quanto pronunciarlo. Per consolarci, visto che Eichhörnchen è sempre molto quotato fra le parole più ostiche: anche in tedesco, il suo nome pare esser frutto di una catena di sbiascicamenti fonetici. A questo giro serve a poco giocare al puzzle con le sue componenti, perché il nome del roditore non ha nulla a che vedere né con le corna, né con la quercia. 

Le conseguenze della paura sul corpo umano

Tornando a me, in quel pugno di minuti prima dell’anestesia ho visto i sorci verdi. Questa espressione è tutta nostrana, anche se non è chiaro se risalga all’emblema di alcuni aerei bombardieri di epoca fascista, o alle uniformi dei soldati borbonici paragonati a topi in Sicilia. Sia in tedesco, sia in italiano, tuttavia, chi ha paura se la fa addosso (sich in die Hose machen) per colpa della “cagarella“ (Schiss haben). Anche cuore, ginocchia e capelli reagiscono analogamente fra i due dizionari: il primo batte in gola (das Herz schlägt bis zum Hals) e, in tedesco, scivola anche nei pantaloni (das Herz rutscht in die Hose), le articolazioni diventano molli (weiche Knie bekommen), e la chioma si rizza (die Haare stehen zu Berge).

Italiani e tedeschi vanno in salita e in discesa con spirito diverso

In realtà, grazie alla perizia dei medici, il sudore freddo è scomparso subito. Passata la paura, e sconfitta la noia del ricovero, tutto ormai è in discesa. Cosa che, dopo anni, continua a confondermi in tedesco perché per loro è esattamente al contrario: se qualcosa geht bergauf, cioè va in salita, allora va per il meglio, con la prospettiva di arrivare alla vetta e godersi il paesaggio. Se invece si scende dai monti con la spensieratezza di una Heidi, per loro le cose buttano male (bergab). 

Per fortuna, a tenermi compagnia nei giorni di noia fra degenza e convalescenza, c’erano le riscoperte Olimpiadi invernali, dove stoici intutati si entusiasmavano sia salendo per km con gli sci ai piedi, sia lanciandosi dalle cime. Con cartelle mediche che, al confronto, la mia è tutta fuffa, o una “tempesta in un bicchier d’acqua” (Sturm im Wasserglas) al sapor di cortisone.

Articoli Correlati

Pulsante per tornare all'inizio