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Diritto alla riparazione: approvata la proposta di legge in Germania

Uno degli ostacoli principali alla gestione sostenibile di moltissime filiere, specialmente di quelle tecnologiche, è la cosiddetta obsolescenza programmata, ovvero il fatto che moltissimi dispositivi (quasi tutti) siano pensati e assemblati per rendere la sostituzione più pratica ed economica della riparazione, in caso di guasto. Da anni, ambientalisti e attivisti della società civile chiedono a gran voce leggi per garantire il diritto alla riparazione, sistematicamente negato, anche in assenza di proibizioni esplicite, dall’introvabilità dei pezzi di ricambio, dall’indisponibilità di tecnici in grado di eseguire i lavori di riparazione e, non ultimo, dal fatto che molti apparecchi elettronici siano disegnati proprio per rendere impossibile la sostituzione di un singolo pezzo di ricambio. Ora, la Germania potrebbe dotarsi di una legge per porre fine a questo stato di cose. 

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I capisaldi del disegno di legge sul diritto alla riparazione approvato dal Consiglio dei ministri tedesco prevedono la possibilità di far riparare elettrodomestici di grandi dimensioni, come lavatrici e asciugatrici, per almeno dieci anni dopo la fine della produzione del modello, mentre i dispositivi più piccoli, come gli smartphone, per almeno sette anni. La proposta, presentata dalla ministra per la tutela dei consumatori Stefanie Hubig (SPD), recepisce una direttiva UE e introduce obblighi concreti a carico dei produttori, indipendentemente dalla garanzia commerciale.

Diritto alla riparazione: attualmente non è garantito in Germania

Al momento, i consumatori in Germania possono invocare il diritto alla riparazione esclusivamente nell’arco della garanzia biennale prevista per i prodotti difettosi. La proposta di legge amplia questo perimetro: i produttori saranno tenuti a intervenire, fornendo il servizio a un prezzo che non scoraggi il ricorso alla riparazione, per tutta la durata di vita normale dell’apparecchio, anche quando il periodo di garanzia è già esaurito.

Il testo individua una platea di prodotti precisa: quelli per i quali la normativa vigente impone già ai fabbricanti di mantenere scorte di pezzi di ricambio per un certo arco temporale. Smartphone, tablet, frigoriferi, lavatrici e asciugatrici rientrano in questa categoria. I termini variano a seconda della tipologia di bene e decorrono dal momento in cui la produzione del modello cessa.

Qualora un apparecchio rientrante nell’ambito di applicazione della legge e normalmente riparabile non potesse essere riparato, il disegno di legge lo qualificherebbe come caratterizzato da difetto materiale. In quel caso, l’acquirente potrebbe richiedere, tra le altre cose, la sostituzione del prodotto.

Obblighi di progettazione e fornitura dei ricambi

La normativa non si limita a disciplinare il dopo-vendita. Impone ai produttori di concepire i propri dispositivi in modo da renderli tecnicamente riparabili. Sul fronte dei componenti, i pezzi di ricambio dovranno essere disponibili a condizioni economiche che non costituiscano, di fatto, un deterrente alla riparazione.

Due divieti espliciti completano il quadro per le aziende: l’integrazione di dispositivi, software incluso, che blocchino la riparabilità dell’apparecchio, e l’obbligo di ricorrere esclusivamente a ricambi originali. Il secondo divieto ammette deroghe in presenza di ragioni legittime e oggettive, come la tutela della proprietà intellettuale, secondo quanto precisato dal Ministero della tutela dei consumatori. Restano praticabili accordi diversi sulla riparabilità all’interno dei contratti di vendita, ma solo previa informazione esplicita e con un consenso separato e distinto da parte dell’acquirente.

Cosa dice la direttiva UE sul diritto alla riparazione

Il disegno si inserisce nel processo di recepimento di una direttiva dell’Unione europea che fissa al 31 luglio il termine per l’adeguamento degli ordinamenti nazionali. Prima che la legge possa entrare effettivamente in vigore, dovrà passare al vaglio del Bundestag.

Hubig ha inquadrato la misura come un cambio di rotta culturale prima ancora che giuridico: al modello dell’acquisto ricorrente, alimentato dalla difficoltà o dai costi esorbitanti delle riparazioni, si intenderebbe infatti sostituire un sistema in cui la riparazione rappresenti un’opzione concretamente accessibile. A rafforzare questa direzione, il governo prevede meccanismi di incentivo, tra cui un’estensione del periodo di garanzia per chi sceglie di far riparare il dispositivo anziché rimpiazzarlo.

Cosa cambia nella pratica per chi acquista

Dal punto di vista del consumatore, il cambiamento più rilevante riguarda l’orizzonte temporale entro cui può esigere un intervento. Oggi quel diritto si esaurisce con la garanzia. Se la legge fosse approvata così come è stata presentata, per esempio, per un frigorifero acquistato nell’anno in cui il modello viene dismesso dal produttore, il diritto alla riparazione potrebbe estendersi per un ulteriore decennio.

Sul versante dei costi, il criterio del “prezzo ragionevole“, ribadito più volte nel testo, è destinato a essere uno dei nodi più delicati in sede attuativa. La legge non quantifica soglie, lasciando aperta la definizione concreta del parametro. Sarà il confronto tra consumatori, produttori e, verosimilmente, giurisprudenza a definire nel tempo le cifre considerate accettabili.

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