ChatGPT perde in tribunale contro GEMA: OpenAI non ha rispettato il diritto d’autore
Chi conosce un po’ il mercato della musica e soprattutto il sistema dei diritti d’autore, sa che Gema (la società di collecting che può essere definita l’equivalente tedesco della SIAE), fa sul serio. In particolare, in molti ricordano ancora benissimo che, per molti anni dopo che YouTube era diventata la principale piattaforma mondiale per l’ascolto di musica, in Germania non erano accessibili moltissimi video di brani musicali, tanto quelli originali quanto i “fan video” e che la produzione degli artisti tedeschi era disponibile solo in misura molto limitata. Il motivo è che da sempre, Gema si oppone all’uso che i colossi della tecnologia internazionale, come Alphabet – marchio “madre” di Google, Youtube e Open AI – fanno dei contenuti protetti dal diritto d’autore. Il problema si sta riproponendo in modo simile anche con i LLM, ovvero le piattaforme di intelligenza artificiale ormai onnipresenti. La questione dell’utilizzo di materiale protetto da copyright nei sistemi di intelligenza artificiale ha trovato un primo punto fermo nei tribunali tedeschi. OpenAI, società dietro ChatGPT, dovrà risarcire Gema per la gestione dei diritti d’autore sui testi dei brani musicali dopo una sentenza che segna un precedente significativo nel panorama legale europeo.
Ma questo è solo il primo capitolo di quella che potrebbe essere una battaglia legale piuttosto lunga.
Il tribunale bavarese dà ragione a Gema contro OpenAI: agli artisti vanno riconosciuti i diritti per i testi usati da ChatGPT
Martedì scorso, la 42° Sezione Civile del tribunale regionale di Monaco di Baviera ha emesso una sentenza sfavorevole per Open Ai, il che non era scontato, considerata la difficoltà anche solo di citare in giudizio i grandi gruppi, per lo più statunitensi, che dominano questo settore. La presidente del tribubanale Elke Schwager ha stabilito che l’utilizzo non autorizzato di testi musicali attraverso applicazioni basate sull’intelligenza artificiale rappresenta una violazione della normativa tedesca sul copyright. La condanna prevede il risarcimento danni. OpenAI non potrà continuare a impiegare i testi senza acquisire le necessarie autorizzazioni. Il tribunale ha accolto quasi integralmente le argomentazioni presentate dall’organizzazione di gestione collettiva.
Nel comunicato stampa che ha seguito la sentenza, Gema ha espresso enorme soddisfazione per il risultato: “Nel processo di risonanza mondiale intentato dalla GEMA contro il fornitore statunitense di IA OpenAI, il Tribunale regionale di Monaco di Baviera ha emesso oggi una sentenza molto chiara: OpenAI viola il diritto d’autore vigente con l’addestramento e il funzionamento di ChatGPT. Per la prima volta in Europa, l’utilizzo di opere protette dal diritto d’autore da parte di sistemi di IA generativa è stato valutato dal punto di vista giuridico e la sentenza è stata favorevole ai creativi.”
Il punto della questione è: in che modo ChatGPT “usa” i testi dei brani musicali?
Nove brani al centro della controversia
Gema parla di “procedimento di principio”, ma la causa che è stata intentata non puntava a sanzionare, in generale, il modo in cui OpenAI si appropria di testi esistenti e presenti in rete. Piuttosto, si concentrava su testi specifici, ragionando su esempi concreti particolarmente noti nel panorama musicale tedesco fra cui “Männer” interpretato da Herbert Grönemeyer, “Über den Wolken” di Reinhard Mey, “In der Weihnachtsbäckerei” firmato da Rolf Zuckowski. In totale, nove composizioni molto famose.
Secondo Gema, sarebbe possibile provare che ChatGPT avrebbe utilizzato questi testi durante la fase di addestramento del modello linguistico. Successivamente li avrebbe restituiti agli utenti in forma quasi identica all’originale, senza che gli autori ricevessero alcun compenso per lo sfruttamento delle loro opere.
La società di collecting ha precisato di non opporsi all’utilizzo in sé, ma di richiedere semplicemente che vengano corrisposti i diritti spettanti ai compositori.
La difesa di OpenAI: l’uso che ChatGPT fa dei testi non sarebbe una “copia”
La posizione dell’azienda californiana si è basata su un’interpretazione tecnica del funzionamento del proprio sistema. Il sistema non “copia” i testi, sostengono i legali di OpenAI. I testi generati costituirebbero invece il risultato di una “sintesi sequenziale-analitica, iterativa-probabilistica”. Secondo questa tesi, ChatGPT non memorizzerebbe né riprodurrebbe contenuti specifici. Piuttosto costruirebbe risposte attraverso elaborazioni statistiche basate su pattern linguistici appresi durante l’addestramento. In questa fase, però, il tribunale è parso incline a prendere in considerazione l’interpretazione dei fatti proposta da Gema, piuttosto che quella di ChatGPT – ancora una volta, un dato niente affatto scontato, anche alla luce dell’ormai diffusa accettazione dell’appropriazione dei contenuti online da parte degli LLM e del vuoto giurisprudenziale e legislativo pressoché globale che la circonda.
Un vuoto normativo da colmare
La sentenza, ovviamente, non è definitiva. È praticamente certo che i legali di OpenAI ricorrano in appello per portare la questione davanti a istanze giudiziarie superiori. Questo primo successo di Gema, tuttavia, potrebbe dare speranza alle numerose altre entità giuridiche che hanno presentato istanze simili tanto in Europa quanto negli USA. A rendere complesso questo tema è il fatto che il particolare funzionamento degli LLM elude completamente categorie tradizionali di ripubblicazione dei contenuti, creando incertezza interpretativa anche in casi in cui i diritti vengono concessi a soggetti specifici con riferimento ai canali di distribuzione già esistenti e a quelli che verranno resi disponibili in futuro.
Finora nessun tribunale aveva affrontato sistematicamente la questione di quanto materiale protetto possano utilizzare i servizi basati su intelligenza artificiale generativa e il sentire generale è che, anche qualora si legiferasse in merito adesso, si finirebbe per chiudere la stalla molto dopo la fuga dei buoi, dal momento che gli LLM hanno già saccheggiato tutto ciò che è pubblico in rete per formarsi e costruire il proprio modo di assemblare i contenuti per imitare il linguaggio. Prevedibilmente, l’amministrazione Trump ha già annunciato sostegno ai fornitori di servizi AI contro possibili rivendicazioni legali. Altrettanto prevedibilmente, per ora, l’approccio europeo, è stato tendenzialmente più protettivo nei confronti dei diritti d’autore, senza però portare alcuna differenza sostanziale in termini di risultati.
Se però la giurisprudenza dovesse consolidarsi in questa direzione, le società tecnologiche potrebbero trovarsi costrette a negoziare accordi di licenza con innumerevoli detentori di diritti. Un cambio di paradigma rispetto alla pratica attuale, dove l’addestramento avviene su dataset assemblati senza autorizzazioni specifiche.



