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Sfere di metallo, materiale di cancelleria, tappeti per auto, tutto ciò che in qualunque altro luogo appare come un oggetto di uso comune, a Berlino può diventare un universo semantico, soprattutto nell’arte.

Una delle cose che colpiscono di più, quando si decide di osservare la capitale tedesca con un occhio “alternativo”, è il fatto che l’espressione artistica non convenzionale faccia del ready made un piano di battaglia.

A livello macro e micro, molte sono le trasformazioni della realtà materiale in funzione artistica e comunicativa. Dalla rassegna curata dall’artista concettuale Bethan Huws alla Daimler Contemporary, in occasione del centenario del movimento lanciato da Marcel Duchamp, alle installazioni delle gallerie indipendenti o degli spazi no profit, a Berlino tavoli, microfoni, scaffali, sgabelli, banchi e molto altro continuano a cambiare significato e a occupare lo spazio in modi sempre diversi.

A Duchamp strizzava l’occhio anche la mostra collettiva “The Fountain Mémoire”, concepita dallo scultore e pittore Rolf Bier, che ironizzava, ma sempre con ammirazione, sulle conseguenze pionieristiche del lavoro dell’artista franco-americano.

A volte invece gli oggetti possono raccontare anche vicende vere e false, fantastiche o solo parzialmente avvenute, diventando, in ogni caso, narrazione pura. È questo il caso del Museo degli oggetti inauditi, a Schöneberg. A ogni oggetto esposto in questo singolare spazio, infatti, corrisponde una descrizione della sua storia, da cui molti visitatori restano rapiti. Il fondatore del museo, Roland Albrecht, ha in questo senso interpretato il ready made in modo diverso, sconfinando nella letteratura. Non troverete tappeti per auto o sassi, ma ci sono viti arrugginite, colli di pelliccia e vecchi cannocchiali e tutti questi oggetti “parlano”.

Il ready made è inoltre diventato parte della promozione artistica di temi socialmente rilevanti, come ad esempio quello della migrazione. Ricordiamo a questo proposito la mostra berlinese dell’artista kosovaro Sislej Xhafa, “Shadow of curls”, che nel 2017 ha avuto luogo al Blain Southern. Attraverso la combinazione sapiente di oggetti familiari, come fogli di plastica o accendini, Sislej Xhafa, che al momento vive a New York, ha evocato la memoria del passato e tutte le emozioni legate allo sradicamento.

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