Nello Di Martino e il commissario tecnico della nazionale tedesca, Joachim Löw.

di Lucia Conti

Nello di Martino è un allenatore e un manager sportivo italiano, attualmente impegnato con l’Hertha Berlin. Ha iniziato a giocare nelle giovanili dell’Inter, per poi passare al Mantova e al Genova. Nel 1971 si è trasferito in Germania, iniziando subito a lavorare con l’Hertha.
Si è occupato poi, sempre come manager, di diverse squadre nazionali italiane, durante le loro trasferte in Germania. Ha lavorato con l’Under 21 ai campionati europei del 2004 (la squadra ha quindi vinto il titolo) e due anni dopo è stato supervisore della nazionale ai mondiali del 2006 (anche in questo caso l’Italia ha vinto).

Il suo rapporto con il calcio italiano comincia tanto tempo fa. Com’è cominciato?

È cominciato con Bearzot, e poi con Vicini, Francesco Rocca, Giovanni Trapattoni e Lippi.

Di cosa si occupava?

Quando giocavano in Germania mi chiamavano per avere un aiuto organizzativo a 360 gradi, collocamento logistico, prenotazione di alberghi e di campi. Si tratta di un passaggio importante, perché in una nazione straniera spesso non si sa dove e come muoversi, anche sul piano della sincronizzazione dei ritmi legata alle operazioni più semplici.
Un conto per esempio è fare un sopralluogo quando non si deve giocare, un conto è quando si gioca e c’è un afflusso di traffico che allunga i tempi. Sono cose a cui normalmente non si pensa, ma sono importanti. Le distanze devono essere le più brevi possibili e si deve sempre guadagnare tempo.

Andando indietro con la memoria, quale esperienza le viene in mente, per prima?

Prima del mondiale ho seguito l’Under 21 a Bochum, nel 2004. Parliamo dell’ultimo campionato europeo vinto dall’Italia, con Gentile come allenatore e in campo Gilardino, De Rossi, Barzagli, Mesto, insomma… una squadra competitiva, che poi ha visto alcuni giocatori andare in nazionale A nel 2006, come De Rossi, Barzagli, Amelia, Zaccardo…

Posso dirti che già organizzare l’Under 21, sul piano logistico, non è stato semplice. Quel campionato europeo fu un torneo internazionale di valore, io conoscevo dove si doveva andare e dove c’erano i campi migliori o più adatti. Poi Gentile era puntiglioso e in particolare cercava sempre campi nascosti, difficilissimi da vedere o trovare, dove far allenare i giocatori. Io sapevo che ad Essen, vicino a Bochum, c’era un bosco con all’interno un campo da calcio e così sono riuscito ad accontentarlo. Sono quelle cose che nel calcio fanno parte di un grande mosaico, sono tutti tasselli, uno attaccato all’altro e tutti ugualmente importanti.

Con quale commissario tecnico si è trovato meglio?

Normalmente sono sempre andato d’accordo con tutti, a partire dal grande Bearzot, un allenatore straordinario. Allenava lui l’Italia, nel 1978, quando l’Italia giocò a Berlino contro la Germania, che era campione in carica e in quell’occasione fu eliminata. E sempre con lui, nel 1982, abbiamo giocato, prima dei mondiali, una partita amichevole con la vecchia Germania est, a Lipsia. Ho avuto anche modo di seguire Zoff e la nazionale olimpica e poi ho lavorato moltissimo con Lippi.

Photo by Doha Stadium Plus

Che persona è?

Grande personaggio, grande carisma, uno che al momento giusto sapeva riportare la disciplina in campo, quando la squadra perdeva la concentrazione e magari cominciavano a circolare battute durante l’allenamento. A quel punto Lippi fermava i ragazzi e diceva, in modo molto diretto: “Volete vincere o volete andare a casa?”. Era il suo punto forte. E poi Lippi ha quel senso del gioco che è tipico di chi ha giocato a calcio a certi livelli e che non sempre si riscontra in allenatori che non hanno esperienza in quel senso. L’allenatore che ha giocato conosce la psicologia, lo stato d’animo dei giocatori, li guarda un secondo e capta il loro stato d’animo. A Lippi bastavano uno sguardo e poche parole.

Nello Di Martino, di spalle, con Giovanni Trapattoni.

Che cosa ci può dire della parentesi fortunata del 2006, quando l’Italia vinse i mondiali proprio a Berlino, in un’emozionante partita contro la Francia?

Quel gruppo era il top. I giornalisti italiani, lo devo dire, avevano cominciato a fare pressioni da calciopoli in poi e questo creò tantissima tensione e ripercussioni a livello di immagine. Quando chiedevo qualcosa, sempre inerente al mio lavoro, trovavo sempre porte aperte a metà, se non proprio chiuse, c’era un grande imbarazzo. Molti speravano che l’Italia perdesse.

Lei è famosissimo per aver rispedito al mittente una frase non proprio lusinghiera detta da un giocatore tedesco proprio alla vigilia della finale…

Sì, in occasione della semifinale, a Dortmund, poco prima di scendere in campo contro la Germania, Schneider disse “Sie haben Angst, die Italiener, sie haben Angst” (hanno paura, gli italiani hanno paura). I giocatori italiani non avevano capito, ma io risposi “Nein, wir haben keine Angst!” (No, non abbiamo paura!), frase che poi è rimbalzata in tutto il mondo, addirittura in un film, “Le notti magiche”. I miei giocatori sono andati al cinema a vederlo, hanno sentito la mia voce e me l’hanno riferito. Poi sono venute Le Iene a Berlino a intervistarmi, è venuto Sky… era difficile trovarmi, però, perché quando si lavora non è facile essere reperibili. E io lavoro davvero tanto!

C’è qualche giocatore che le è rimasto impresso?

Del Piero. È un grande, non lo conoscevo così da vicino, ma ho avuto modo molto presto di verificare la sua grandissima professionalità. Tra le mie altre mansioni, io dovevo anche gestire cinque macchine della FIFA, che dovevo distribuire alle persone giuste, e Del Piero ne usava una per andare al campo prima che arrivasse la squadra.
Iniziava ad allenarsi, coordinamento, pesistica, e quando arrivava la squadra era già riscaldato. Quando gli altri tornavano negli spogliatoi, poi, e magari stavano già mangiando e bevendo, lui era ancora sul campo, a tirare le punizioni.
Mi ricordo che prima del mondiale facemmo una partita amichevole a Duisburg e un giocatore gli fece un tunnel che lo fece imbestialire. Il giorno dopo gli dissi “Stai tranquillo, tu sarai la persona che farà la differenza ai mondiali” e infatti fu così, perché fu lui a battere uno dei rigori in finale e a segnare il 2 a 0 con la Germania in semifinale, a Dortmund. Quando ci siamo lasciati, dopo la finale, ci siamo salutati con grande cordialità e ci siamo scambiati i contatti, è stato un grande momento.

Photo by James Willamor

Parliamo un po’ di lei. Quando è arrivato in Germania?

Sono arrivato in Germania nel settembre del 1971, avevo 20 anni e ora ne ho 66… quindi è passata una vita! Ho giocato, ero portiere, poi mi sono fatto male. È stato uno stupido incidente, che però mi ha portato a subire un’operazione al menisco. In seguito mi si è formata un’infezione al ginocchio e sono stato inattivo per mesi e in generale non mi sono mai ripreso completamente. Anche solo saltare o salire le scale più rapidamente mi faceva girare il ginocchio e questo ha agevolato la fine della mia carriera.
A quel punto ho inventato un mestiere, quello dell’allenatore di portieri, che prima non c’era. All’epoca c’erano solo il primo e il secondo allenatore… ora l’allenatore arriva con un pullman di gente!

Ha fatto scuola, insomma…

Dopo di me cominciò a fare la stessa cosa Sepp Maier, famoso portiere del Bayern Monaco. Aveva un grande nome, fece videocassette, io sono stato ai suoi corsi, insieme a un altro allenatore di portieri olandese, Frans Hoeck.
Poi ho cominciato a partecipare agli stage della UEFA e della FIFA a Malta, in Grecia, sono stato a Houston, in America, sono stato allenatore di portieri in Bielorussia, per due anni e mezzo, parallelamente al mio lavoro qui in Germania.
Sono stato anche in Iraq, prima della guerra, e ho conosciuto il figlio di Saddam Hussein, che era il responsabile della nazionale. Era intorno al 1997/1998.

Lei è noto come l’italiano che è divenuto, con grande successo, manager dell’Hertha. Com’è successo?

Io sono arrivato nel 1971 e quell’anno ci fu un grosso scandalo (nel 1971, in Germania, diverse partite vennero truccate durante il campionato di Bundesliga e questo portò alla squalifica di 52 giocatori di sette squadre diverse, ndr). Dodici giocatori furono squalificati a vita dalla FIFA per aver venduto una partita per circa 3000 marchi. Da quel momento si verificarono pesantissime conseguenze.
Essere squalificati dalla FIFA significava non poter giocare in nessuna nazione che faceva parte della federazione. L’unica nazione che non ne faceva parte era il Sudafrica e infatti gli squalificati andarono a giocare tutti quanti a Johannesburg. Quell’anno fu davvero sfortunato.

Lì cadde l’Herhta, che in precedenza era stata una grande squadra, con una media di 65.000 spettatori a partita e grandissimi nomi, una squadra che giocava alla grande.
A quel punto, e durante quel tonfo, sono arrivato io. Ogni giorno veniva il giudice e portava il mandato di sospensione a questo o quel giocatore, i dodici vennero squalificati a scaglioni in poche settimane. Nonostante tutto siamo riusciti a non retrocedere.
Da lì ho preso nuove leve, la seconda squadra, non c’era la possibilità di comprare e all’inizio ci fu un fortissimo ammanco di pubblico, comprensibilmente deluso.
Non è stato facile, ma siamo ripartiti da lì.

Nello Di Martino con Vincenzo Montella, ai tempi in cui giocava nella Roma.

Oggi com’è l’Hertha?

Abbiamo un buon settore giovanile e abbiamo venduto promesse che si sono rivelate giocatori di talento e sono stati acquistati da grosse squadre, inclusi i fratelli Boateng, che hanno cominciato all’Hertha e sono stati poi venduti al Milan.

Siete un incubatore di campioni, insomma…

Decisamente. Ora abbiamo questo problema dello stadio. Vogliamo costruire uno stadio di proprietà dell’Hertha per 50.000 spettatori, vicino all’Olympiastadion, che è troppo grande con i suoi 76.000 spettatori. Quando giochi, però, lo stadio deve essere di almeno 50.000 spettatori, perché a 40.000 non si sente il calore del pubblico e lo stadio in cui la squadra gioca al momento non si estende in larghezza, ma in profondità, è un cilindro.
Adesso, ultimato il progetto dello stadio nuovo, dobbiamo solo aspettare il nulla osta dal Senato. Speriamo di vederlo costruito in tre anni.

Nello Di Martino e accanto a lui Roberto Serniotti, ex allenatore del Berlin Volleys.

Le faccio una domanda quasi obbligata: che differenze ravvisa tra il calcio italiano e quello tedesco?

Parliamo del futuro e cioè dei giovani e delle giovanili. Vorrei analizzare le differenze rispetto a questo. Quando giocavo io c’era un settore giovanile molto attivo. Oggi non esiste più perché spesso i giovani non hanno la possibilità di giocare, è un potenziale che l’Italia sta perdendo. In Germania le seconde squadre sono obbligatorie, altrimenti vieni eliminato dal campionato. In Italia il settore è tutto da ristrutturare e non lo possiamo certo fare dall’oggi al domani.
Noi qui abbiamo dodici campi calcio, di cui due riscaldati, uno in erba per la prima squadra, e uno sintetico, per i giovani. In Italia chi ci darebbe dodici campi? E poi nel nostro centro sportivo c’è un ginnasio in cui possono andare tutti, ma i ragazzi con un particolare talento per lo sport possono uscire da scuola e arrivare negli spogliatoi coprendo una distanza di appena trenta metri.
I ragazzi vengono seguiti, c’è un centro medico di altissimo profilo con attrezzature al top, c’è il cuoco che lavora tutti i giorni solo per loro, insomma, ci sono le strutture che in Italia mancano.
E in questa direzione ci si deve impegnare, sia a livello finanziario che di competenze, altrimenti si costruisce su fondamenta marce e al primo maltempo viene giù tutto.