curvy

di Riccardo Coradeschi

Berlino è una città curvy. Chiunque abbia fatto un giro in metro può confermarlo: la silhouette generale è paffuta, finanche amichevolmente soffice. Naturalmente i berlinesi nascono di ogni forma e dimensione, ma se confrontiamo Italia e Germania non si può non notare una lieve propensione alla simpatica pinguedine.
Appena arrivato questa situazione mi esaltava: mi sembravo in forma, ben tenuto. Certo, l’ultima volta che non ho avuto la pancia fu nel ’92 (prima di una permanenza eno-gastro-tragica a casa dei nonni, che mi fece passare da “florido” a “Botero”), ma mi sentivo in forma in mezzo alla massa teutonica.

Cinque anni dopo, oggi. Le vacanze di natale sono state ritmate, come sempre, da un’intenso regime alimentare che mi ha portato ad assomigliare ad una forma di Parmigiano 24 mesi. Un sottile mal di vivere e schifo di me stesso mi colgono, tipico rituale dell’anno nuovo. La mia linea ha sorpassato quella Berlinese, e mi si prospettano due opzioni: il trasferimento a Jackson, Mississippi, o la dieta. Purtroppo Tegel-Jackson non è una tratta diretta.

Photo by acht&siebzig

Fortunatamente a Berlino le possibilità di una vita sana sono dovunque: palestre economiche, piste ciclabili estese, negozi biologici che si moltiplicano. Consapevole del tradimento dei miei valori di gourmet dell’indigestione, ma armato di entusiasmo ed ottimismo, decido di fare una salutare spesa bio. Timoroso varco la soglia, i miei sensi all’erta in un ambiente alieno. Nota positiva: il profumo di pane è piacevole, ricorda quello di un panificio vero, e non quello degli spacciatori di Schrippen surgelati. Gli occhi, d’altronde, sembrano essersi aperti su di un cliché.

Haremhose ad arabeschi, felpa grigia sformata, dreadlocks e fascia porta bebè lui, salopette, maglione a collo alto e occhiali retrò lei. Biomarkt, tempio dell’hipster alternativo, del vegan e dei salutisti. L’istinto naturale è di defilarmi il più in fretta possibile, ma mi faccio forza. “Sii più coscienzioso ed attento, come loro” mi dico “imita la fauna locale, trova la Dian Fossey che è in te”. Nota mentale: la prossima volta verrò con pantaloni della tuta e camicia di flanella.

Il reparto verdura è il cuore del negozio, colorato e fresco. Dopo anni di datterini senegalesi ed agrumi spagnoli, quasi mi commuovo nel trovare dei pomodorini italiani. Le patate del Brandeburgo mi tentano, ma decido di andare su una bella melanzana e zenzero brasiliano: la parola d’ordine è tisane detox.
Il banco del macellaio è piccolo ma ben fornito. Saltando a piè pari la sezione suina (base della tradizionale dieta teutonica) mi dirigo sicuro verso la carne bianca: due bistecche di tacchino da fare religiosamente alla piastra, con olio a crudo.
Trascinato dall’enfasi del momento mi avvicino alla tristissima zona tofu del banco frigo e con sprezzo del pericolo afferro la bellezza di due confezioni. Lasciandole cadere nel cestino mi immagino con fisico asciutto, anzi sono piuttosto sicuro di aver già perso un paio di chili.
La cassiera, annoiata, passa lentamente i prodotti mentre io faccio piani per iscrivermi in palestra. C’era pure un bel corso di Krav Maga…
“36,17, bitte.”
Un momento di silenzio mentre traduco mentalmente il prezzo in italiano. Lo ritraduco. Colorito turpiloquio. Controllo di non aver capito male. Balbetto qualcosa mentre controllo che non ci siano articoli in più. Turpiloquio colorito di diversa varietà.
“Ehm… Kann Ich mit der Karte Zahlen?”

Photo by BocaDorada

Sulla via del ritorno passo davanti al mio kebabbaro di fiducia. I miei soldi probabilmente gli hanno pagato il mutuo, mandato i figli all’università e rifatto le piastrelle del bagno. Il menù a 5,20 € include:
-Döner
-Patatine
-Bibita
-Consigli sulla vita
-L’aggeggio per il sottovuoto di Mastrota
-Una raccomandazione a sua cugina, quella non bellissima ma facile.

Il mio cervello mi propone un montaggio di scene (sovraesposte e color seppia) in cui mangio panini, sottofondo musicale “How to save a life”. Il mio cervello ha visto troppe serie di infima categoria.
Cammino oltre, cercando di non farmi vedere, ma lui si volta. Vede il sacchetto, sa tutto. Si gira di nuovo, fingendo di non vedermi, ma questo momento rimarrà per sempre come un macigno tra di noi. La vergogna del tradimento scoperto mi spinge ad accelerare il passo, faccio le scale tre a tre. Preparo alla meno peggio un piatto di tofu al curry e melanzane alla griglia (costo netto stimato 18,35 €). Mi pregusto un dessert a base di antidepressivi e mi rendo conto che, per il prezzo di una dozzina di spese del genere, potrei essere un ciccione felice in Mississippi.

Se vi è piaciuto questo articolo, potete recuperare i due precedenti capitoli della rubrica “Potrebbe piovere”, a cura di Riccardo Coradeschi:
Berliner mio malgrado
Wedding Blues