ANTEPRIMA – 5 domande ad Andrea Molesini

9 April 2017

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Buongiorno Andrea, il 26 e 27 aprile verrai sia a Francoforte che a Würzburg a presentare il libro La solitudine dell’assassino (Rizzoli, 2016), un romanzo di forti emozioni, ambientato a Trieste, dove libertà, amicizia, passato e sfide di ogni giorno si rimescolano e danno forza narrativa alla trama.

Gli amici tedeschi ed italiani desiderano sapere in ANTEPRIMA qualcosa dell’ospite. Se sei d’accordo vorrei proporti 5 domande perché tu possa incuriosire le nostre lettrici e i nostri lettori, prima di averli con noi al ciclo di incontri dal titolo “Un libro al mese”. Iniziamo? Traduttore, scrittore, poeta, professore di letterature comparate: chi è veramente Andrea Molesini?

Sono uno che non può fare a meno di scrivere. Quando sento qualcosa con forza, non riesco a trattenermi dal dire. Anche se il silenzio è quasi sempre preferibile, la tentazione della parola è troppo grande. Scrivere, però, non è solo uno sfogo: si diventa quello che si scrive.

Scrivere è un’energia che mi trapassa, innerva e determina. Scrivendo cerco di dire la verità, anche se non so bene cosa sia, e non sono nemmeno sicuro che esista. Forse la verità è un’aspirazione, una cosa di cui non sono all’altezza, ma che mi sta a cuore. Ecco, sono un uomo a caccia di verità, o forse sono solo una delle sue prede.

La copertina del nuovo libro sembra la cifra del romanzo. Come è nata l’idea del romanzo La solitudine dell’assassino?

Incomincio sempre da un’immagine che mi ossessiona. Per giorni sono stato braccato dal volto di un uomo, un vecchio dalla faccia dura, grandi occhi grigi dietro gli occhiali spessi, con le dita che l’artrite ha trasformato in chele di granchio, che guarda un cespo di rose bianche, dal gambo lungo e dritto. Il vecchio siede su una sedia di ferro smaltato, è in una serra, la serra di un carcere. Ha appena smesso di piovere. Il vetro che separa la serra dal cortile è strisciato di gocce nere che scivolano verso il basso. Il sole proietta l’ombra di quelle gocce sulle rose. Gli occhi del vecchio sono tristi, le sue rose sono inzaccherate da quello schizzo d’ombra, le sue dita tremano intorno al candore violato delle sue rose.

Chi è quel galeotto? Perché è in carcere? Qual è la sua verità? Un’istantanea che sorprende una persona nel suo vivere, un’immagine, non un’idea. Malaguti è nato così.

Carlo Malaguti e Luca Rainer sono i due personaggi chiave del libro: un uomo di 80 anni, straordinario e vitale, ma con un passato tormentato da decifrare e un giovane quarantenne traduttore di professione, incerto nel suo quotidiano, ma pronto ad affrontare una ricerca di sé attraverso un’amicizia complessa. Cosa lega Carlo e Luca e perché?

I quarant’anni sono un’età difficile: si scopre di non aver combinato molto nella vita, ma si è ancora abbastanza giovani per pensare di potervi porre rimedio. Luca Rainer è un giovane alla deriva, soffre per mancanza di senso, e l’incontro con il dolore di Carlo Malaguti, più aspro e concreto, lo aiuta a trovare dentro di sé la forza per rimettersi in carreggiata. Malaguti è un uomo in cerca di riscattare l’onore perduto quando, da giovane, tradì – sotto tortura, ma il suo carattere gli impedisce di considerare le attenuanti – la ragazza che amava, un’ebrea, rivelando ai nazisti il suo nascondiglio.

Malaguti assomiglia a Filottete, un uomo tormentato da una ferita che non si rimargina, e la ferita sta al centro del gorgo della sua identità. Rainer deve stanarlo, scoprire i segreti di quel vecchio fiero, ardito. Deve “tradurre” Malaguti, consegnare al lettore la sua vita gravida di mistero. L’amicizia è occasione di riscatto per l’uno e per l’altro.

Il segreto della felicità è la libertà, e quello della libertà il coraggio”. Libertà, coraggio, silenzi e solitudine: è il dramma o una delle modalità di riscatto dell’uomo moderno?

Nella cultura ebraico-cristiana di cui siamo i pavidi eredi libertà e colpa sono sorelle siamesi. Quando Dio costringe Adamo ed Eva a vedere la nudità di cui non avevano coscienza li caccia dall’Eden, luogo di quiete, armonia, estraneo all’angoscia del mutamento. È l’inizio della Storia, delle piccole e grandi scelte che fanno il tessuto dei giorni. “Ho vissuto da uomo libero e la libertà mi ha devastato.” Sono le prime parole del libro, le prime pronunciate da Malaguti.

La libertà devasta quelli che trovano il coraggio di adoperarla, ma senza quel coraggio non si può essere fertili, felici. È un dilemma eterno, non solo dell’uomo moderno, che credo non esista: siamo contemporanei di Galileo, Mozart, Omero e Tolstoj, non necessariamente del vicino di casa. Malaguti è l’uomo probo di ogni luogo e tempo, posseduto dal desiderio di vivere nella luce bruciante della verità.

Amata scrittura, perché ?

Io scrivo perché mi dà piacere. Ma scrivo soprattutto perché nient’altro vale il giorno che fugge. Scrivere è frustrante, costa fatica, ma è meraviglioso, perché trasforma il tempo in uno spazio abitato dall’immaginazione, una forza che incendia, terrorizza, conforta e illumina. Noi non sappiamo. Non sappiamo chi siamo, né cosa è meglio per noi, sappiamo solo che lo spettacolo non durerà. Ma sappiamo anche che lo spettacolo dell’agire è permeato da “L’amor che move il sole e l’altre stelle”, e non è poco.

La solitudine dell’assassino è un inno alla vita, all’amicizia: “Insieme ci mettemmo a guardare la pioggia che cade come due vecchi amici che si ritrovano, e molto tempo è passato dall’ultima volta, e tanto hanno da raccontare l’uno all’altro, l’uno dell’altro, e allora fanno silenzio, perché nel silenzio c’è la dolcezza di una casa quieta quando fuori il mondo tuona” (p.86).

Grazie Andrea, ti aspettiamo mercoledì 26 aprile, alle ore 19.00, presso la sala eventi ENIT di Francoforte (Barckhausstr. 10) e giovedì 27 a Würzburg alla libreria Neuer Weg, (Sanderstraße 23), alle ore 20.00, per continuare a dialogare con te.

Andrea Molesini (Venezia, 1954): professore di Letterature comparate all’Università di Padova, è traduttore, autore di racconti, di romanzi e poesie. Ha scritto narrativa per l’infanzia, ricevendo il Premio Andersen. Nel 2011 ha vinto il Premio Campiello grazie al romanzo “Non tutti i bastardi sono di Vienna” (Sellerio 2010, 18° ed. 2016), tradotto in dieci lingue, (in tedesco col titolo “Zu lieben und zu sterben”). Ha anche pubblicato “La primavera del lupo” (Sellerio 2013), uscito in Germania con Piper Verlag (“Im Winter schläft man auch bei Wölfen”), e “Presagio” (Sellerio 2014, 3a ed. 2015).

Intervista a cura di Michele Santoriello

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