Il Museo degli oggetti inauditi

di Emilio Tamburini

Un sasso. Un brano di pelliccia. Una manciata di viti arrugginite. Di primo acchito, l’elenco di oggetti conservati ed esposti al Museum der Unerhörten Dinge di Berlino assomiglia alla schedatura di una discarica. Sono difficili da identificare e si rischierebbe di ricondurli alla categoria del ciarpame se non fossero isolati e messi su un piedistallo e se da quel piedistallo non pendesse un foglio in formato A4 fitto di scrittura.
Su quei fogli Roland Albrecht, fondatore, curatore e guida del museo, che esiste dal 1998 e che oggi si trova a Schöneberg in Crellestrasse 5-6, ha scritto le loro storie, o meglio le loro biografie. Leggendole o ascoltando la sua voce che le ripete fedelmente scopriamo che il sasso è il frammento della pietra su cui Petrarca si sedette a pensare in un giorno di primavera del 1336, la pelliccia apparteneva a uno degli ultimi esemplari di cervi bonsai creati in un monastero buddista, le viti sono tutto ciò che rimane di un disastro aereo in Perù a cui un solo passeggero sopravvisse perché canticchiava melodie di Béla Bartók.
Alla perplessità iniziale del visitatore ignaro segue la risata, liberatoria come quella dopo una barzelletta riuscita o un gioco di prestigio. Anche Albrecht sorride, si diverte, sembra che da un momento all’altro possa scoppiare a ridere a sua volta, ma poi si raccoglie per proseguire la storia o per introdurre quella di un altro oggetto. In questo piccolo museo, composto solo da una stanza, ci si diverte. Ma la questione è molto seria.

Unerhört significa inaudito, e inaudito ha, in italiano come in tedesco, il doppio significato di ciò che è difficile o impossibile credere e di ciò che non è stato udito. Il primo luogo di raccolta degli oggetti, che trovano Albrecht più di quanto sia Albrecht a trovarli e che provengono da ogni angolo del globo, è il deposito del museo, una seconda stanzetta di pochi metri quadri dove essi vengono appesi alla parete proprio per essere ascoltati.
Perché gli oggetti, inutile dirlo, parlano. Parlano fra di loro e parlano ad Albrecht, che a volte entra nel deposito di soppiatto, la notte, sperando di coglierli in flagrante. Alcuni oggetti sono logorroici, altri introversi, ma nel deposito sono appesi alla parete in gruppi, divisi secondo il loro peso. Perché il peso, spiega Albrecht, è il più basso grado di qualificazione, lascia gli oggetti liberi di essere, mentre catalogarli, descriverli, sarebbe affibbiare loro dall’alto un ordine e un significato, soffocare la loro voce. Il suo lavoro vuole invece essere maieutico, anche se lui paragona più precisamente il proprio metodo a quello freudiano: “In qualche modo gli oggetti del museo stanno su un divano psicoanalitico e io dedico loro la mia attenzione fluttuante”.

Gli oggetti conservati nel deposito non sono ancora pronti per entrare nel museo. Alla domanda su quale sia il discrimine di questo passaggio, Albrecht risponde che essi hanno una storia solo nella sua memoria soggettiva, e dà a intendere che sarebbe presuntuoso e solipsistico credere che ciò basti a renderli oggetti da esposizione. Perché ciò accada lui deve collegare alle loro piccole storie abbastanza elementi di realtà da renderle universali, oggettive, e poterle così inserire, con cura e con una discreta dose di humour, fra le pieghe e gli intrecci della Storia globale. A quel punto arriva il momento della scrittura e all’oggetto si accompagna una storia mai udita, di solito incredibile, con tanto di bibliografia.
Non c’è un criterio esplicito con il quale gli oggetti vengono accolti nel museo, ma tutti hanno delle caratteristiche in comune: non hanno una funzione precisa o l’hanno persa e non sembrano rilevanti dal punto di vista economico, né storico, né affettivo. È il caso o il destino, a seconda del punto di vista, a metterli sul cammino di Albrecht, che tra l’altro manifesta un sacro terrore per i mercatini dell’antiquariato.
Di fronti a questi oggetti si prova un senso di straniamento, perché più li si guarda più essi si sottraggono al tentativo di ricondurli a un orizzonte di senso già noto. In questo modo creano una distanza in cui si finisce per osservare il proprio stesso sguardo, e non è un caso che il primo oggetto a far parte del museo sia stato il cannocchiale che Albrecht comprò da un suo compagno di classe, all’età di undici anni, con i cinque marchi destinati alla merenda. Immaginate la sua gioia quando capì che era il cannocchiale con cui Colombo aveva scoperto un nuovo mondo, proprio quello attraverso il quale, così Albrecht: “lui vedeva la sua America e la sua America lo guardava di rimando”.

Pare davvero che in quella distanza possa succedere qualcosa di nuovo ed è per questo che il museo delle cose inaudite ha forse un potenziale eversivo, come se gli oggetti che raccoglie disturbassero la superficie della quotidianità, nella quale anche le storie vengono livellate in base a scopi e funzioni e addomesticate da gerarchie di valore. Se i grandi musei assomigliano spesso a dei monumenti e costruiscono la propria legittimità seguendo le tracce certificate della Storia, il Museum der Unerhörten Dinge propone delle scampagnate oltre i binari morti, dove crescono le erbacce e cantano i grilli e ogni sasso appuntito può rivelarsi la punta di freccia di un indiano. Non è richiesto biglietto, ma è gradita un’offerta libera da inserire nella cassetta su cui è stato scritto “Spende”, perché non venisse scambiata per uno degli oggetti esposti.
Il sito web è ben curato ed è possibile leggervi in digitale le biografie che si trovano nel museo, ma le pagine scritte sono solo il tassello finale di una performance di cui anche gli oggetti, Albrecht e il suo interrogarli fanno parte e a cui vale la pena assistere di persona.

Riguardo alle reazioni del pubblico, Albrecht racconta di come dei visitatori già informati sul museo fossero andati a visitarlo in preda a una strana estasi, assolutamente convinti della veridicità delle sue narrazioni. Così recitavano a memoria la vicenda dei cervi bonsai, o della bruciatura lasciata su un pezzo di carta dalla fulminea intuizione di un neuroscienziato. L’idea che le sue storie venissero credute ciecamente ha reso Albrecht malinconico mentre concludeva: “Non è questo che voglio”.
Ma allora che cosa vuole? Porre questa domanda a un artista non sta bene, ma il suo lavoro sembra animato dalla coerenza necessaria per abitare una finzione. E se questa finzione, per quanto ironica, cerca di essere fedele a una verità invisibile di cui gli oggetti sono testimoni e superstiti, la narrazione che ne deriva non sarà né vera né falsa, per chi ha voglia di ascoltare.