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Agli attentati di Parigi il mondo occidentale risponde in modo pressoché compatto: abbiamo paura, ma vi sconfiggeremo. Ovvero: malgrado la paura che ci fate, vi sconfiggeremo.

Le due affermazioni vengono declinate nei modi più differenti: abbiamo paura perché voi volete distruggere la nostra libertà e i nostri valori, abbiamo paura perché non vogliamo morire saltando in aria o con un colpo di kalashnikov, abbiamo paura perché non possiamo mettere in discussione ciò che costituisce il fondamento delle nostre vite. Vi sconfiggeremo perché resisteremo ai vostri attacchi grazie ai nostri valori, vi sconfiggeremo perché vi bombarderemo e vi raderemo al suolo, vi sconfiggeremo perché la nostra civiltà e la nostra cultura sono superiori alla vostra.

In merito alle interpretazioni delle cause che hanno portato al terrorismo sul continente europeo le opinioni sono diverse: la seconda guerra all’Iraq, il fallimento delle primavere arabe, l’assenza di una chiara politica mediorientale sono le motivazioni chiamate più spesso in causa, in modi che, talvolta, mi appaiono legati a interpretazioni ideologiche del mondo più che a un’analisi puntuale della realtà.

Le cause che intendono spiegare la forza dell’Isis e della sua strategia si riconducono, con poche varianti, a due filoni principali: la debolezza dell’occidente e/o l’estremismo dell’Islam. La debolezza dell’Occidente si spiegherebbe, secondo queste ipotesi, culturalmente (nel senso che non sarebbe in grado di difendersi in assenza di valori sufficientemente forti per legarlo insieme) oppure politicamente (ad esempio nel senso che non riuscirebbe – sia per motivi economici che geo-strategici – neanche a prendere le distanze dai finanziatori dell’Isis che sono tuttavia anche alleati dello stesso occidente); l‘Islam, dai suoi detrattori, è invece sostanzialmente considerata una religione di morte e il fondamentalismo non ne rappresenterebbe altro che l’interpretazione dei suoi valori.

A bullet's impact is seen on a window at the scene after a shooting at the Paris offices of Charlie Hebdo, a satirical newspaper, January 7, 2015. Eleven people were killed and 10 injured in shooting at the Paris offices of the satirical weekly Charlie Hebdo, already the target of a firebombing in 2011 after publishing cartoons deriding Prophet Mohammad on its cover, police spokesman said. Five of the injured were in a critical condition, said the spokesman. Separately, the government said it was raising France's national security level to the highest notch. REUTERS/Jacky Naegelen (FRANCE - Tags: CRIME LAW MEDIA)
A bullet’s impact is seen on a window at the scene after a shooting at the Paris offices of Charlie Hebdo, a satirical newspaper, January 7, 2015. Eleven people were killed and 10 injured in shooting at the Paris offices of the satirical weekly Charlie Hebdo, already the target of a firebombing in 2011 after publishing cartoons deriding Prophet Mohammad on its cover, police spokesman said. Five of the injured were in a critical condition, said the spokesman. Separately, the government said it was raising France’s national security level to the highest notch. REUTERS/Jacky Naegelen (FRANCE – Tags: CRIME LAW MEDIA)

Non ho gli strumenti culturali o intellettuali che mi consentano di propendere per un’ipotesi piuttosto che per un’altra: mi limito ad osservare che alcuni dei fattori indicati sono probabilmente prevalenti, altri secondari o inesistente. Da questo punto di vista saranno il tempo (che è meno galantuomo di quanti taluni ritengono) e la storia che potranno essere di aiuto. O forse no, in quanto la storia la scrivono i vincenti, e chi vincerà questa guerra ne scriverà motivi e finalità.

Io cerco una risposta differente. Una risposta che da sola non farà vincere (non farà vincere oggi) alcuna guerra, non eviterà (non eviterà oggi) il ripetersi degli attentati e che, tra i tanti suoi punti deboli, presenta quella di sembrare – oppure essere – retorica e, per i meno intransigenti, idealistica. È una risposta scritta 236 anni fa da Gotthold Ephraim Lessing in Nathan il saggio. È un dramma, quello scritto dal filosofo tedesco, in cui l’amicizia (quella vera, quella che ha un costo), la tolleranza (quella vera, quella che nasce dalla frequentazione dell’altro e dal contrasto con l’altro), il relativismo della religione (il relativismo quello vero, non quell’idiozia che si manifesta nel pensiero debole dell’occidente, che si potrebbe più correttamente chiamare menefreghismo) trionfano colmando i divari tra le tre grandi religioni monoteiste: cristianesimo, islamismo ed ebraismo. È una risposta che indica un punto di approdo, rappresenta una tensione; non ha valore politico, ha valore umano. È una risposta che, forse, ha l’unico merito di far sorgere tante altre domande, a cui varrà la pena riflettervi con calma.

La parabola dei tre anelli – da Nathan il Saggio (dramma di G.E.Lessing)

Molti anni or sono un uomo, in Oriente, possedeva un anello inestimabile, un caro dono. La sua pietra, un opale dai cento bei riflessi colorati, ha un potere segreto: rende grato a Dio e agli uomini chiunque la porti con fiducia. Può stupire se non se lo toglieva mai dal dito, e se dispose in modo che restasse per sempre in casa sua? Egli lasciò l’anello al suo figlio più amato; e lasciò scritto che a sua volta quel figlio lo lasciasse al suo figlio più amato; e che ogni volta il più amato dei figli diventasse, senza tenere conto della nascita ma soltanto per forza dell’anello, il capo e il signore del casato. E l’anello così, di figlio in figlio, giunse alla fine a un padre di tre figli.

Tutti e tre gli ubbidivano ugualmente ed egli, non poteva farne a meno, li amava tutti nello stesso modo. Solo di tanto in tanto l’uno o l’altro gli sembrava il più degno dell’anello – quando era con lui solo, e nessun altro divideva l’affetto del suo cuore. Così, con affettuosa debolezza, egli promise l’anello a tutti e tre. Andò avanti così finché poté.

Ma, vicino alla morte, quel buon padre si trova in imbarazzo. Offendere così due figli, fiduciosi nella sua parola, lo rattrista. – Che cosa deve fare? – Egli chiama in segreto un gioielliere, e gli ordina due anelli in tutto uguali al suo; e con lui si raccomanda che non risparmi né soldi né fatica perché siano perfettamente uguali. L’artista ci riesce. Quando glieli porta, nemmeno il padre è in grado di distinguere l’anello vero. Felice, chiama i figli uno per uno, impartisce a tutti e tre la sua benedizione, a tutti e tre dona l’anello – e muore.
Morto il padre, ogni figlio si fa avanti con il suo anello, ogni figlio vuol essere il signore del casato. Si litiga, si indaga, si accusa. Invano. Impossibile provare quale sia l’anello vero. I figli si accusarono in giudizio. E ciascuno giurò al giudice di avere ricevuto l’anello dalla mano del padre (ed era vero), e molto tempo prima la promessa dei privilegi concessi dall’anello (ed era vero anche questo). Il padre, ognuno se ne diceva certo, non poteva averlo ingannato; prima di sospettare questo, diceva, di un padre tanto buono, non poteva che accusare dell’inganno i suoi fratelli, di cui pure era sempre stato pronto a pensare tutto il bene; e si diceva sicuro di scoprire i traditori e pronto a vendicarsi.

Il giudice disse: «Portate subito qui vostro padre o vi scaccerò dal mio cospetto. Pensate che stia qui a risolvere enigmi? O volete restare finché l’anello vero parlerà? Ma… aspettate! Voi dite che l’anello vero ha il magico potere di rendere amati, a Dio e agli uomini. Sia questo a decidere! Gli anelli falsi non potranno. Su, ditemi: chi di voi è il più amato dagli altri due? Avanti! Voi tacete? L’effetto degli anelli è solo riflessivo, non transitivo? Ciascuno di voi ama solo se stesso? Allora tutti e tre siete truffatori truffati! I vostri anelli sono falsi tutti e tre. Probabilmente l’anello vero si perse, e vostro padre ne fece fare tre per celarne la perdita e per sostituirlo.
«Se non volete, proseguì il giudice, il mio consiglio e non una sentenza, andatevene! Ma il mio consiglio è questo: accettate le cose come stanno. Ognuno ebbe l’anello da suo padre: ognuno sia sicuro che esso è autentico. – Vostro padre, forse, non era più disposto a tollerare ancora in casa sua la tirannia di un solo anello. E certo vi amò ugualmente tutti e tre. Non volle, infatti, umiliare due di voi per favorirne uno. Orsù! Sforzatevi di imitare il suo amore incorruttibile e senza pregiudizi. Ognuno faccia a gara per dimostrare alla luce del giorno la virtù della pietra nel suo anello. E aiuti la sua virtù con la dolcezza, con indomita pazienza e carità, e con profonda devozione a Dio. Quando le virtù degli anelli appariranno nei nipoti, e nei nipoti dei nipoti, io li invito a tornare in tribunale, tra mille e mille anni. Sul mio seggio siederà un uomo più saggio di me; e parlerà. Andate!».

Così disse quel giudice modesto.

*Questo articolo è stato originariamente pubblicato sul blog di pavel chute.

PAVEL CHUTE è nato a Milano nel 1970. È laureato in Scienze Politiche e in Lingue e Letterature Straniere e ha vissuto a lungo in Inghilterra e in Germania (Berlino, Costanza, Colonia) dove ha studiato Africanologia. Lavora come traduttore e ha iniziato recentemente a scrivere racconti e brevi romanzi.

UNA FINESTRA SULLA GERMANIA è una rubrica rivolta agli italiani che vivono in Germania e a coloro che sono interessati a questo paese, raccontato in modo oggettivo, senza schieramenti, riconoscendone per quanto possibile pregi e difetti. Il tutto con un linguaggio semplice, ma diretto.